sabato 24 maggio 2008

Marco Tullio Giordana: «Cinema impegnato? No grazie, meglio raccontare storie»

Dal Secolo d'Italia di sabato 24 maggio 2008
«Dobbiamo avere il coraggio di raccontare verità storiche senza i paraocchi delle ideologie». Marco Tullio Giordana ne ha combinata un’altra (pellicola) delle sue. Da buon artigiano della macchina da presa, ha afferrato il Novecento – la sua materia prima preferita – l’ha impastato con i colori dei destini individuali dei protagonisti e l’ha restituito con immagini come sempre suggestive. Fedele alla realtà dei fatti ma senza rinunciare alla giusta dose di melodramma. Senza incedere nell’antiretorica di maniera di certi giovani registi e soprattutto guardandosi bene dall’emettere sentenze. «Come spettatore – ha detto il regista milanese, classe 1950 – mi sento infastidito quando un film cerca di sostenere una tesi. Spesso il mio viene definito come un esempio di cinema civile, ma è una definizione che mette subito in allarme, come se fosse strumento dell’ideologia. Per me, invece, il cinema deve essere esattamente il contrario: il cinema apre la finestra sul mondo e l’ideologia la restringe».
Ne è venuto fuori Sanguepazzo, il film che racconta la parabola di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (ben interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci), le star del cinema “fascista” assassinate a Milano dai partigiani, ai quali si erano consegnati spontaneamente. Si erano conosciuti sul set di Un’avventura di Salvator Rosa di Alessandro Blasetti e da lì era nato il sodalizio professionale e sentimentale che li unì fino a quel 30 aprile del 1945, cinque giorni dopo la Liberazione e all’indomani di Piazzale Loreto, quando pagarono l’imperdonabile colpa di aver prestato la loro popolarità a un fascismo agonizzante.
Presentato fuori concorso al festival di Cannes nei giorni scorsi (dove ha raccolto dieci minuti di applausi), il film è da ieri nelle sale e verrà trasmesso da Raiuno dopo l’estate. Ma non tutti hanno aspettato di vederlo per… stroncarlo. Non che Giordana non se lo aspettasse. Da più di vent’anni cercava di realizzarlo, trovando solo porte chiuse. «Subito dopo Maledetti vi amerò, il mio primo film del 1980, mi resi conto che le difficoltà erano enormi, non si trovavano finanziatori, c’era grande imbarazzo da parte di chi aveva militato nella Resistenza e mi impressionava la rimozione della vicenda di due figure un tempo così popolari. Immagino già quelli che scriveranno: non ho visto il film, però…».
Del resto, già Maledetti vi amerò, sua pellicola d'esordio, aveva lasciato il segno. Quel film che riprendeva nel titolo uno dei tanti slogan a effetto del '68, fotografava nel 1980 lo scenario del nuovo decennio in arrivo: crisi pre-reflusso, bisogno esistenziale di superare le ideologie totalizzanti, esigenza diffusa di cancellare i postulati sui quali erano vissute, con risultati drammatici, le generazioni degli anni Settanta. In una frase la chiave del film: «Ne uccide più la depressione che la repressione».
E Maledetti vi amerò si sviluppava attraverso le macerie politiche ed esistenziali scaturite dal decennio di piombo, nel quale si avventura Svitol - il protagonista interpretato da Flavio Bucci - che tornava in Italia dopo anni di permanenza in America Latina. Ad avvertirlo che clima politico e sensibilità collettiva sono radicalmente cambiati durante la sua assenza, ci pensa un commissario di polizia: «Delle tue fottutissime opinioni non ne resta in piedi neanche una». E Svitol ha modo di accorgersene ritrovando le amicizie di un tempo. Chi dirige un negozio di moda, chi ha rilevato l'azienda paterna diventando un grosso imprenditore, chi si dedica alle filosofie orientali e chi è morto stroncato da un'overdose. E c'è anche l'ex partigiano che del proprio passato ricorda solo - quasi un'anticipazione del revisionismo che verrà - la "ferocia" che la sua banda esercitò verso i giovani repubblichini. Delle certezze ideologiche di un tempo rimangono solo esercitazioni salottiere condite di semantica: come la classificazione di ciò che è di destra e ciò che è di sinistra. Nella quale, a sorpresa, tra l'altro Marx tra le cose di destra e Pasolini tra quelle di sinistra. E poi: «Il tè è di sinistra, il caffé è di destra, i preliminari di sinistra e il coito di destra, la doccia di sinistra, il bagno di destra, Di Vittorio di sinistra e Lama di destra...».
E da allora Giordana si è sempre mantenuto su quella linea. Eppure, adesso, il regista, portato in trionfo per oltre due decenni dall’intellighenzia di sinistra per (bellissimi) film come I cento passi e La meglio gioventù, improvvisamente s’è trovato sotto il fuoco amico di chi ancora pensa, evidentemente, che l’unico fascista buono sia quello morto. Prendersi la briga di smascherare l’ennesima leggenda – quella di un Valenti torturatore dei partigiani (con la complicità della Ferida, intenta a ballare durante le sevizie) – deve aver dato fastidio a molti: «Se un film come il mio tocca un nervo scoperto è perché in Italia rimane un’inerzia da guerra civile. Mi dispiace se qualcuno si offende, ma lo considero un atteggiamento residuale, lontano, non moderno, il perseverare nello stesso atteggiamento sbagliato di allora».
Ancora più duro è il regista e sceneggiatore Piero Vivarelli (classe 1927), paroliere di canzoni cult come 24mila baci e Il tuo bacio è come un rock. Alle spalle una lunghissima militanza nel Partito Comunista ma soprattutto ex parà della X Mas e, come tale, testimone oculare di tanti fatti. «Valenti non fu mai un aguzzino – sostiene con forza – parlava alla perfezione cinque lingue e curava le pubbliche relazioni della X Mas. Noi fondamentalmente vivevamo di contrabbando e il ricavato serviva a renderci indipendenti dai tedeschi e da Salò. Capitava che le segnalazioni su depositi di pellicce e oro venissero dalle formazioni Matteotti e parte del ricavato spettava a chi segnalava: diciamo pure che siamo stati i primi a versare tangenti ai socialisti…».
Perché Valenti era sì un “sanguepazzo”, «un modo di dire siciliano – ha spiegato il regista – che indica uno spirito indisciplinato, incontrollabile, una testa calda», ma non un criminale. L’attore – «Sandokan per gli amici perché era un corsaro della vita» – tutto era meno che un fanatico. Ribelle e narcisista, arrogante e vulnerabile, era, semmai, un anarcoide inviso al regime, mai iscritto al fascismo, che aveva trovato nel principe Borghese un irregolare della medesima pasta. Aderì alla Rsi quasi per ripicca nei confronti di chi, superfascista fino al giorno prima, non aveva esitato un attimo a salire sul carro dei nuovi vincitori. Luisa Ferida, all’anagrafe Luigia Manfrini Farnè, aveva debuttato giovanissima con una compagnia teatrale e si era innamorata perdutamente del collega di qualche anno più grande. Bella, sensuale, resa in maniera un po’ caricaturale nel film: a Cannes ha fatto parlare molto la scena del bacio saffico con la meno nota Lavinia Longhi nel ruolo della compagna di Pietro Koch.
«Non ci sono né prove né testimonianze che i due partecipassero alle violenze – ha detto Giordana – né ai rastrellamenti né alle torture». Tanto che nella scena finale Luigi Lo Cascio, nei panni del partigiano Vero, esecutore della sentenza del Cnl, dopo aver sparato ai due protagonisti, s’interroga: «Abbiamo fatto giustizia?». «No, non fu un atto di giustiza – si risponde Giordana –l’attrice fu scagionata dalle accuse da un tribunale e sua madre ricevette per questo un assegno in quanto vittima di guerra. E nessuno ha mai potuto dimostrare la colpevolezza di Osvaldo».
Una pietas che Giordana ha usato anche nel raccontare – nel 1984 – un altro “fascista”: Umberto Orsini, commissario dell’Ufficio politico di Milano durante la repubblica di Salò, protagonista di Notti e nebbie, romanzo di Carlo Castellaneta. «Sembrò strano che io facessi un film come quello, ma mi ha sempre appassionato quel periodo, più Tiro al piccione di Montaldo che non Il Conformista di Bertolucci. Ricordo la saccenza e la sbrigatività di certa critica. Non è stato facile, per chi volesse rendere testimonianza contro l’amnesia generale». Già, occorreva dimenticare l’impazzimento di un paese attraversato da vendette e assassini indiscriminati mossi da motivazioni poco “politiche”. «Definire un film con l'aggettivo politico – conferma Giordana – vuol dire ammazzarlo in partenza». Sbagliano gli attori che mettono la propria arte al servizio della politica. «Dobbiamo occuparci anche e soprattutto della vita, dell’amore, delle cose che ci incantano e ci rendono la vita piacevole. Tutto questo per un lungo periodo non è stato possibile per una forma di autocensura, mentre l’artista deve essere libero di raccontare la sua società». E Giordana l’ha raccontata affollando i suoi film con una galleria di personaggi che attraversano la storia – anzi la Storia – con il coraggio e a volte l’impudenza di chi vuole cambiare, lasciare il segno, non farsi cambiare e piegare dai conformismi, di qualsiasi segno siano.
Nel 1995 realizza Pasolini, un delitto italiano (soggetto di Enzo Siciliano). Nel 2000 vince un David di Donatello per la sceneggiatura de I cento passi, uno dei suoi film più intensi. Sono solo cento sono i passi che – a Cinisi, in provincia di Palermo – separano la casa della famiglia Impastato da quella del potente boss Tano Badalamenti. Ma il giovane Giuseppe (Peppino) Impastato, malgrado sia figlio di mafioso, rifiuta i vantaggi che pure gli offrirebbe quel destino: con alcuni amici fonda un giornale di militanza antimafiosa sul quale titola a tutta pagina “La mafia è una montagna di merda”, un circolo di musica e cultura e soprattutto Radio Aut, una radio di denuncia quotidiana contro i malaffari della mafia, abusivismo e corruzione. Ce n’è per tutti, l’arma è quella “settantasettina” dell’ironia, quella che mette in gioco la vita di chi la esercita. Niente a che vedere con quelle che Giordana liquida «le polemiche pubblicitarie contro la casta» utili soprattutto a vendere libri.
Cinisi diventa “mafiopoli” e Gaetano Badalamenti diventa “Tano Seduto”. La gente si appassiona alle battaglie di questo Don Chisciotte, fisicamente minuto ma dotato di inarrestabile energia. A nulla servirà il tentativo del padre di salvargli la vita. Il vecchio Impastato andrà sino in America a chiedere ai boss di perdonare quel figlio ribelle. Pagheranno entrambi, a distanza di un anno. Peppino seguirà il padre nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro, evento – quest’ultimo – che catturerà la grande opinione pubblica lasciando poco più di qualche trafiletto sui quotidiani nazionali alla morte (presentata prima come incidente sul lavoro e successivamente come suicidio) di Impastato, appena trentenne. La realtà verrà fuori dopo: è stato fatto saltare in aria dalla mafia sulle rotaie della ferrovia Palermo-Trapani. «Prima del film – hanno detto i familiari – Peppino era un patrimonio solo nostro, ora, con I cento passi, è diventato di tutti». E proprio in questi giorni, a trent’anni dalla sua morte, l’editore Rubbettino ha mandato in libreria Peppino Impastato. Una vita contro la mafia (pp. 318, euro 15) di Salvo Vitale, amico carissimo di Peppino e compagno di lotte in una Cinisi ammutolita dal terrore. Nel bellissimo libro – cui è allegato un audio CD che raccoglie le registrazioni a Radio Aut dei discorsi antimafia di questo eroe – ne viene ricostruita la figura irregolare quanto scomoda, l’esempio quanto mai attuale in una guerra che non è stata vinta.
Nel 2003 Giordana si ripete con un altro bellissimo film: La meglio gioventù (dal titolo di una raccolta di liriche dell’amato Pasolini ma anche di una vecchia canzone degli alpini). Nel racconto corale, costruito attorno alle vicende della famiglia Carati, il “personale” si intreccia con quarant’anni di storia: dalla metà dei Sessanta fino ai primi del 2000, dall’alluvione di Firenze al Sessantotto, dalla lotta armata a Tangentopoli e al riflusso. Un cast eccezionale. A partire dai fratelli Carati: Matteo (interpretato da Alessio Boni, presente in Sanguepazzo nel ruolo di un regista gay), è di destra – la sceneggiatura ne indica persino le letture preferite: il collabos francese Pierre Drieu La Rochelle – e vivrà con sofferto rigore la contestazione nelle forze dell’ordine; Nicola (Luigi Lo Cascio, il partigiano Vero in Sanguepazzo) è lo studente progressista, tanto onesto da denunciare la moglie terrorista. Solare – «tutto quel che esiste è bello» – e ancora capace di indignazione nei confronti di una società sempre più cinica e senza valori. Diversi eppure complementari. «Era come Achille, coraggioso e triste come lui» così Nicola parla del fratello Matteo – suicidatosi nella notte di capodanno – al nipotino Andrea (il figlio di Matteo, nato dopo la morte del padre). Coraggioso, sì, capace di innamorarsi di una disabile psichica – Giorgia, interpretata da Jasmine Trinca – e di rapirla per sottrarla alla brutalità dell’elettrochoc. Soprattutto Matteo e Nicola hanno una cosa in comune: non si sono limitati a resistere, non si sono fatti da parte, non hanno subito gli eventi. Hanno preso posizione, hanno combattuto. «Almeno finché la carica ribelle non svanisce nella disillusione. C’è chi passa il testimone alla generazione successiva, chi si ferma sfiancato, il film racconta anche questo – ha spiegato Giordana – è l’istantanea di una generazione contraddittoria, sognatrice, ingenua e inopportuna, però mai rassegnata». E di gioventù, di destra o di sinistra che sia, ce n’è ancora tanto bisogno perché la strada del cambiamento è ancora molto lunga. E non è – come troppi credono – in discesa.

giovedì 22 maggio 2008

mercoledì 21 maggio 2008

Il non permaloso



ARTICOLO SCRITTO IN QUESTO MOMENTO DAL SOTTOSCRITTO. MA LO PUO' PRENDERE CHIUNQUE PERCHE' IO SONO BUONO.

Antipatico, poco intelligente, politicamente schierato e socialmente passivo, il non permaloso conduce una vita assolutamente dissestata e irregolare, si mescola agli emarginati, interagisce di tanto in tanto con goffagine ed è membro inerte della società. Talvolta è anche cattivello, palesemente scontato, pittorescamente monotono e in qualche caso inutile. Tutto ciò fino a quando qualcuno o qualcosa non turba la sua quiete, ed allora il non permaloso esce allo scoperto, sventolando inutili parole intrise di sarcasmo e scarsa educazione, non accettando scuse, ne ammettendo che, alla fine, è solo uno stupidissimo gioco, che non ha ne vincitori ne vinti, e basta un copiaincolla per far uscir fuori la sua vera, reale, macroscopica PERMALOSITA' .. allora si è davvero messi male e bla bla bla ..

"IL PERMALOSO"

Chi si offende facilmente.

.. musica da pranzo .. from Bullitt

.. sono passati 40 anni ma Steve McQueen è ancora qui, e, con lui, questo capolavoro di vibrazioni .. buon pranzo a tutti

Un pò di sole per i mal bagnati ..



Il gioco di parole si riferisce ancora a questo autunno divenuto inverno nel Maggio del 2008. La temperatura a Roma è di 13 gradi e da giorni nuvole minacciose scaricano tonnelate di acqua inspiegabilmente calda.. La Paola, che esce in scooter per andare a lavoro, cosi come il nostro caro Oz, sono disperati, tristi, e .. quasi ammalati .. Allora io vi faccio un piccolo regalo, delle immagini di quel sole che ora sembra un ricordo, ma che spero presto possa tornare a luccicare sulle meraviglie capitoline.



In aggiunta, visto che in teoria l'estate è prossima, ho integrato questo mio articolo con immagini dell'agoniato mare, di cui sento tanto la mancanza, un mare limpido e calmo, come il posto che lo ospita, dopo la definitiva uscita di scena dell'ultimo dei dittatori ..



Del resto, sognare non fa mai male, e, soprattutto, non ci riempie d'acqua ..

Designato l' arbitro per la finale di Coppa Italia

Buongiorno a tutti amici miei. L'approssimarsi del'incontro tra Roma ed Inter per la finale di Coppa Italia sta generando una sorta di timore diffuso tra i sostenitori cosiddetti normali, che temono una escalation di violenze tra le frange più dure delle tifoserie delle prime dela classe. E' per questo che l'arbitro della finale bis sarà una persona discreta, equilibrata, e senza ombra di dubbio .. " maschia "

martedì 20 maggio 2008

Firmino



Firmino. Avventure di un parassita metropolitano
Savage Sam
Prezzo € 14,00
Dati 2008, 179 p., brossura
Traduttore Santangelo E.
Editore Einaudi (collana Einaudi. Stile libero big)

Firmino è un topo nato in una libreria di Boston negli anni Sessanta. È il tredicesimo cucciolo della nidiata, il più fragile e malaticcio. La mamma ha solo 12 mammelle e Firmino rimane l'unico escluso dal nutrimento. Scoraggiato, si accorge che deve inventarsi qualcosa per sopravvivere e comincia ad assaggiare i libri che ha intorno. Scopre che i libri più belli sono i più buoni. E diventa un vorace lettore, cominciando a identificarsi con i grandi eroi della letteratura di ogni tempo. In un finale di struggente malinconia, Firmino assiste alla distruzione della sua libreria ad opera delle ruspe per l'attuazione del nuovo piano edilizio.

In una Boston fredda e inospitale, popolata da vecchi ubriachi e uomini in cerca di facili passatempi, l’unico rifugio per la giovane e indifesa Flo, è lo scantinato di un affollato negozio. Il tepore che proviene da laggiù calma i suoi tremori, e la carta che contiene in abbondanza placa il suo proverbiale appetito... Flo è la madre di Firmino e dei suoi dodici fratelli. L’unico posto sicuro che ha trovato per mettere al mondo la sua nidiata di topini sono gli scaffali di un’enorme libreria abbandonata, che funge da giaciglio per la notte e anche, sempre più spesso, da prima colazione.
Avevamo già visto il mondo attraverso gli occhi di un topo, soprattutto nei fumetti (non solo quelli destinati ai bambini, un esempio per tutti Maus di Art Spiegelman) così come c’eravamo già imbattuti nelle blattelle divoratrici di libri di Daniel Weiss (Gli scarafaggi non hanno re). Ma stavolta ci troviamo di fronte a una storia molto più complessa: un vero e proprio romanzo di formazione che vede il povero Firmino intento nell’impresa di conoscere il mondo. Ma un topo nato e cresciuto tra i grandi maestri della letteratura mondiale ha un solo strumento per interpretare la realtà, cioè la fantasia. Fuori dalla sua tana, alla scoperta del mondo, Firmino può finalmente mettere la letteratura alla prova dei fatti. Le donne di Lawrence, le paure di Anna Frank, il mondo intero di Oliver Twist si sgretolano di fronte a una realtà difficile e crudele, dove le immagini incantevoli legate alla lettura lasciano il posto agli incubi di una vita di stenti. Firmino osserva e sogna, cercando fuori dagli scaffali tutta la fascinazione che lo ha nutrito durante l’infanzia e trovandosi alla fine al cospetto della più grande fantasmagoria del secolo passato: il cinema.
I protagonisti di questo delicatissimo romanzo di Sam Savage, uno stupefacente autore esordiente, non sono i libri, come potrebbe sembrare, e neanche il cinema, come si direbbe inoltrandosi nella lettura, ma è quel lento, magico processo di nutrimento culturale che, attraverso le parole e le immagini, alimenta il nostro spirito. Una ricerca incessante di senso che riguarda tutti i piccoli curiosi roditori del mondo: voraci come topi, insaziabili, spesso invisibili. Nelle oscure cantine delle nostre città un esercito di piccoli pensatori divora le idee del mondo. Tutti quelli che, come il nostro Firmino, ogni giorno affrontano la prova decisiva con loro stessi, con la loro immagine, con il disincanto e la disillusione. Firmino coglie fino in fondo tutte le occasioni che la vita gli offre, senza rendersi conto, alla fine, di essere diventato per noi lettori come uno dei personaggi letterari che hanno popolato la sua vita.

Entertainement

Ore 9:28. Inferno sulla Capitale

Buongiorno amici, nell'ultima settimana la situazione metereologica a Roma è stata la seguente. Lunedi, Martedi, Marcoledi e Giovedi, temperature prossime ai 30 gradi, con afa, aria ferma ed irrespirabile. Poi, Venerdi il tempo ha cominciato a peggiorare in maniera lenta ed irreversibile. Freddo, pioggia, e vento persistente a caratterizzare queste giornate autunnali di Maggio. Sono le ore 9:28 e sta venendo giù l'inferno. Non so come siete messi voi, ma qui è diluvio vero, non oso immaginare il traffico, e pensare che tra poco sarò nelle fauci delle consolari ..
Violet Hill

Il gigante dai piedi d'argilla



Mentre il signor Wang, che ha perso la nipote nel crollo della scuola di Ju Yuan, denuncia alla stampa che gli edifici erano fatti di "dou fu zha" (cioè di tufo), il governo cinese ordina l'apertura di un'inchiesta sulle strutture scolastiche distrutte dal terremoto in Sichuan, rendendo noto che eventuali responsabili dovranno rispondere del proprio operato e far fronte a sanzioni. "Se dovessimo verificare che vi sono stati problemi legati alla costruzione degli edifici scolastici, tratteremo i responsabili senza alcuna tolleranza", dichiara Han Jin, un responsabile del ministero dell'Istruzione.



E' questo l'aspetto più torbido e per molti versi inquietante del disastro: il sospetto che il grande boom immobiliare che sta trasformando la Cina e trainando gli investimenti sia, quasi alla lettera, un gigante dai piedi d'argilla.Secondo Poon Siu To - giornalista freelance che collabora con Asia Times - la stessa Chengdu, "capitale del Sichuan a circa 93 km dall'epicentro del sisma, ha annunciato un investimento di 10 miliardi di yuan [circa un miliardo di euro, ndr] per costruire una nuova città nella sua periferia nord. I fatti recenti ci dicono che Chengdu avrebbe fatto meglio a spendere quei soldi per migliorare e rafforzare le strutture già esistenti".

La Cina corre e costruisce, ma non si sa molto della qualità dei nuovi edifici.Nei grandi progetti di ristrutturazione urbana, i funzionari locali possono espropriare terreni e case per conto del governo. Questo meccanismo favorisce la corruzione, anche perché autorità politiche e palazzinari a cui vanno gli appalti sono spesso le medesime persone o appartengono alle stesse famiglie.

lunedì 19 maggio 2008

2001



Museo del Pene



Decisamente un museo fuori dell'ordinario...
Si sente parlare, magari non troppo spesso, dei musei erotici, come quello di Berlino o di Pechino, ove trovare tutto ciò che può ricordarci il sesso e l'erotismo, con le posizioni o gli "strumenti" più impensati... Ma un museo completamente dedicato all'organo sessuale maschile... non si sente molto spesso! Infatti, l'"Iceland Phallological Museum" è l'unico al mondo!

Si trova in Islanda ed è stato fondato nel 1997 dal signor Sigurdur Hjartos. Si possono ammirare, fra i vari scaffali, molte specie di peni appartenenti a mammiferi marini e terrestri, fra cui quelli di foche, balene, squali...

Il museo è aperto al pubblico come un qualsiasi museo, ed oltre alle opere per così dire "naturali", vi sono anche delle opere d'arte che ritraggono peni di tutte le razze, con una sezione dedicata, nientemeno che, ai souvenir da comprare e sfoggiare in salotto...!

Per completare l'iniziativa, è stato anche allestito un sito, purtroppo tradotto in molte lingue tranne che in italiano, ove gli studiosi spiegano che il culto del fallo ha avuto un ruolo molto importante e interessante per i popoli nordici.
La fallologia è considerata una vera e propria scienza, che tiene conto sia della cultura di ogni paese che della crescita erotica - sociale.

D'altronde molti, fra psicologi e sociologi, da Froid a Piaget - tanto per citare i più famosi -, hanno preso in considerazione la sessualità come parte integrante dello sviluppo di ogni essere umano, in particolar modo dell'uomo.

Molti gesti, dicono gli studiosi, ricordano il piacere che si provava quando si era piccoli: fumare o mettere una matita in bocca ci rammenta, infatti, la suzione del capezzolo materno. Viene da chiedersi, quindi, quale ricordo susciti sessualmente questo museo nel proprietario, ignorando se il Sig. Sigurdur lo abbia allestito per pura curiosità o per motivi inconsci...

Nel sito è anche possibile trovare... dei "membri" onorari!
No, non membri sessuali..., ma persone nella loro interità. L'unica domanda è... come sono diventati membri onorari? ...E perché?!?

Un'altra pillola molto curiosa: il museo mancava, fino a poco tempo fa, di un pene del genere umano... Effettivamente trovarne uno risultava molto difficile, ma un esploratore "don giovanni" di 86 anni, il Sig. Pàll Arason nel suo testamento ha specificato che dopo la sua morte il suo pene, completo di scroto, dovrà essere asportato (dal suo medico di fiducia) e donato al museo fallologico, per essere esposto assieme agli altri organi maschili, a perfetto completamento della raccolta.

http://www.myspace.com/angelobilly


Questo è link dove potete ascoltare parte della discografia del Maestro, inclusa una delle tracce realizzate per la colonna sonora del cortometraggio firmato Paola Ferazzoli, e che io e Angelo abbiamo musicato. Lo scorso Sabato presentazione ufficiale al Teatro Bellini de " Il senso della donazione ", con la presenza del Presidente del Senato, Renato Schifani. Grande successo di pubblico e critica, e diffusione parziale del prodotto Sabato 17 Maggio nel corso del programma " Verissimo ". La traccia è stata sviluppata nello studio di Angelo e fa parte delle 15 che compongono la musica originale creata per la docufiction. Cliccando sul post si accede al sito. La traccia in questione è l'ultima di quelle presenti sul Player dello Space, c'è scritto Angelo billi e Francesco Panella, difficile sbagliarsi.
Buon ascolto a tutti.

Uomo, 28 anni, Napoli, Italia



Roberto Saviano (Napoli, 1979) è un giornalista e scrittore italiano.
Nei suoi scritti, articoli, e nel suo libro, usa la letteratura ed il reportage per raccontare la realtà economica, di territorio e d'impresa, della camorra e della criminalità organizzata in genere.
Si è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di Napoli Federico II, dove è stato allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo. Collabora con L'Espresso e la Repubblica.
Nel 2006 in seguito al successo del romanzo Gomorra, fortemente accusatorio nei confronti delle attività camorristiche, ha subito pesanti minacce, confermate da dichiarazioni di collaboratori di giustizia e informative che hanno svelato il progetto di eliminarlo da parte del clan dei Casalesi.
Dopo le indagini dei Carabinieri di Napoli, l'ex Ministro dell'Interno Giuliano Amato gli ha conferito una scorta e lo ha cautelativamente trasferito lontano da Napoli.Da Gomorra è stato tratto uno spettacolo teatrale scritto da Saviano con Mario Gelardi, ed è diventato da poco un film diretto da Matteo Garrone e prodotto dalla Fandango.



Il film, crudo ed angosciante, è musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia oltre che dalle melodie neoromantiche napoletane. Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura.
L'ho visto sabato pomeriggio, con la Paola che smadonnava perchè si rompeva. Sembra un documentario, per lo stile, per il montaggio, per la fotografia. Le immagini sono forti, vere, alla Rossellini.
Le ambientazioni sono quelle che ben conosciamo.
Gli attori sono spesso giovani sconosciuti, ma con una gran forza recitativa, che presumo derivi dalla sofferenza e dal dolore insito nella loro anima.



Avevo letto il libro appena uscito e mi era piaciuto. Saviano a mio parere è sottovalutato per il suo stile e sopravvalutato per il suo coraggio. Invito tutti a leggerlo. Questo ragazzo è un raro esempio di talento letterario, basta leggere i suoi scritti sparsi ovunque nel web:

" Scrivere, poggiando i piedi costantemente nel caleidoscopio dei moti dell'anima e nella realtà proteiforme e poliglotta dell'avvicendarsi degli eventi. Parole come bulloni, meccanismi di un ingranaggio enorme e sconosciuto che muove e smuove leve avvolte dalla patina rugginosa dell'oblio, schiaccia bottoni, alimenta motori di energie ed entusiasmi, di ricerca, di inquietudine e manchevolezze."

Il Film risulta un pò lento, il libro no. Comunque vale la pena, soprattutto in questo momento di caos e di rivolta civile.
Per chi non avesse visto il trailer ..

Gomorra Trailer

Onore ai caduti

Ciao amici, oggi naturalmente è il day after e non si possono non spendere due parole sul sofferto epilogo del campionato di calcio appena conclusosi. Tra le molte immagini viste ieri in Tv quella che mi ha maggiormente impressionato è stata la straripante folla di gente che ha invaso l'arrivo nazionale dell'aeroporto romano.



Ore 21:30. Duemila tifosi romanisti si sono riversati a Fiumicino per ringraziare i loro beniamini al rientro dalla Sicilia. Non sono loro i vincitori, eppure tutti erano a caccia del cancello giusto per far sentire il proprio calore alla squadra. Ma i giocatori della Roma sono subito saliti sul pullman che li attendeva e hanno lasciato da un varco secondario lo scalo romano, dirigendosi alla volta di Trigoria.
Così l' abbraccio tra la Roma e i suoi tifosi è mancato: soltanto una ventina di sostenitori è riuscita a raggiungere il 'varco 5' da cui è passato il pullman. Per tutti gli altri è stata una corsa inutile. Un po' di delusione, ma senza intemperanze: "E' comprensibile - hanno commentato alcuni tifosi - eravamo in troppi. Ma questa Roma è grande e per noi è come se avesse vinto il campionato".



Tra loro c'era anche il padre di Francesco Totti, Enzo, venuto a portare il saluto al "popolo giallorosso". Poteva andare ancora meglio? Gli è stato chiesto. "Forse sì - ha risposto - sarà per il prossimo anno". Tutti avvisati, la Roma non si arrende, e poi, " c'è ancora la Coppa Italia ", parola di pupone.

domenica 18 maggio 2008

CAMPIONI.

HABEMUS TRICOLOREM

HABEMUS IBRA