venerdì 21 settembre 2007

L'esordio letterario di Veronica Raimo

SETTE LETTERARIE
Un libro tutto in famiglia
L'esordio di Veronica Raimo
Esce l'ottimo romanzo della scrittrice "affiliata" a minimum fax
Dove tutto si fa in comune fra editor, fidanzati, amici e parenti

da Libero di mercoledì 19 settembre 2007
di Massimiliano Parente (nella foto)
Non bisogna cercare il pelo nell’uovo, tantomeno se l’uovo non è un uovo ma una femme fatale di nome Veronica Raimo, sebbene la tentazione venga e per me, come per Oscar Wilde, l’unico modo per vincere una tentazione è cedervi, cioè scriverne. Anche per far capire ai lettori cosa c’è dietro, che è tanto intrigante quanto c’è davanti, quanto Veronica e quanto le gira intorno, come nelle migliori storie d’incesto di William Faulkner, solo che non siamo a Yoknapatawpha ma a Roma, zona Ponte Milvio, palazzina minimum fax, e stavolta i soci Cassini e The Gennaro non c’entrano, almeno non direttamente.
Molto più bella, Veronica, perfino della foto sul risvolto di copertina, perché Veronica è una di quelle ragazze sfuggenti, difficilmente immortalabili, non regge la posa per eccesso di imprendibilità femminile, e chi l’ha vista anche una sola volta sa il fascino morboso che emana, quell’eleganza trasandata e quantomai seducente che non lascia scampo ai desideri.
Non bisogna, tuttavia, farsi ingannare dal fascino di Veronica, né bisogna cercare il pelo di Veronica perché il suo romanzo d’esordio è bello, e lo dico senza ironia, talmente bello, per un’esordiente, che non si può dire se sia più bella o più brava. Si intitola “Il dolore secondo Matteo”, è lungo centosessantaquattro pagine, costa solo undici euro, praticamente regalato considerando che avete anche la sua foto sul risvolto verde pisello e verde speranza, e Matteo è il protagonista, l’io narrante, e pertanto non solo Veronica è così affascinante nella vita, ma sa scrivere in prima persona maschile senza dare l’idea di essere una donna, sa scrivere senza dare l’idea di vivere la vita che vive o anche solo una vita di maschio o di femmina, per cui è una vera scrittrice, niente a che vedere con la Stancanelli, la Vinci e tutte queste prefiche isterectomiche dei loro uteri narrativi e seriali.
È un romanzo sul dolore e sull’impossibilità del dolore, per sentire infine «qualcosa di simile al dolore», sul sadomasochismo mentale e fisico dei rapporti amorosi, sul sesso e la noia del sesso, sui pompini e sulle pompe funebri (un leit motiv narrativo di orogenitalità funebre esilarante), sull’incomunicabilità delle relazioni affettive, sul desiderio come fine del desiderio, e contro i cliché dell’eternità umana, con pagine splendide, profonde e sorprendenti. «Avevo capito una verità molto banale», dice il protagonista ripensando alla morte del padre, «vale a dire che le cose sono sempre compiute nel momento in cui finiscono. È solo una questione di cattiva retorica parlare di potenzialità, di futuro castrato, di speranze inibite. Ogni persona nel momento in cui muore è una persona completa, la sua vita è quella, prima e dopo non c’è niente».
È così brava e non solo bella, Veronica, che già in famiglia farà schiattare di invidia il fratello, che si chiama Christian (nella foto a sinistra), di professione blogger della specie più inutile e petulante, aspirante giornalista, aspirante scrittore, aspirante qualcosa, che da anni tenta di scrivere un libro che sia un libro ma per ora riesce solo a presenziare alle presentazioni dei libri degli altri dove se ne esce sempre con qualche stronzata, già frustrato somaticamente al cospetto della sorella, adesso anche letterariamente, un’umiliazione che forse lo porterà al suicidio, e la vita è proprio ingrata, ma non sono affari miei, è la selezione naturale, ingiustizie della biologia e della meiosi cellulare, pace per il povero Christian e viva Veronica e viva Charles Darwin.
Qualche volta, anni fa, l’ho incrociata e l’ho ammirata, ma non è scoccata nessuna scintilla, sia perché io non ci provo mai con nessuna che non ci provi con me, sia perché lei era nel giro della setta di minimum fax e io già Massimiliano Parente, c’era poco da fare, eppure non me la sono dimenticata, e avevo il sospetto che prima o poi li avrebbe fregati tutti.
È così brava, e non solo bella, Veronica, che il suo libro ricorda molto, moltissimo Nicola Lagioia, bravissimo autore (e per equità estetica va detto anche lui belloccio) soprattutto dello strepitoso “Occidente per principianti”, edito da Einaudi tre anni fa: Veronica sembra nascondere Lagioia per lo stile, per trama, per la struttura, per l’immaginario postmoderno ma scintillante e profondo e tenuto insieme da ritmo e capacità linguistica, sembra averlo penetrato o che lui abbia penetrato lei, e sarebbe un caso di simbiosi o affinità spontanea se Lagioia non fosse anche il direttore della collana nichel di minimum fax, e non fosse anche l’editor del libro di Veronica, in quanto la medesima minimum fax ci tiene a sottolineare che i libri non sono di chi li scrive ma di chi li edita, i minimumfaxisti sono dei fanatici dell’editing.
Come Christian, da oggi in poi da chiamare “il povero fratello di Veronica”, il quale povero fratello di Veronica per chi non lo sapesse, insieme a Lagioia e a altri due minimumfaxisti, è anche uno dei Babette Factory, il flop di Stile Libero che voleva clonare i Wu Ming, e sempre lui, il povero fratello di Veronica, per chi non lo sapesse, è anche consulente della medesima collana nichel di minimum fax, dove pubblicò, tra l’altro, anche un librino per lettori lattanti intitolato non a caso “Latte” che oggi, dopo l’esordio di Veronica, dovrebbe far scomparire per non scomparire di vergogna lui.
Pertanto, la mia vera intuizione extratestuale, l’emozione e l’agnizione non romanzesca che non posso tenermi tutta per me, a lettura avvenuta, è un’altra, non certo quella più ovvia, non che dietro la Raimo ci sia Lagioia, in un modo o nell’altro, troppo facile: ma al contrario che dietro Lagioia ci sia sempre stata Veronica, e sia lei l’autrice di “Occidente per principianti” e di “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”, e che dunque, con questo romanzo, si sia sbarazzata del nome fittizio di Lagioia.
È per questo che faccio a Veronica i miei più sinceri auguri, che invito voi lettori e voi miei posteri a comprare e leggere di corsa “Il dolore secondo Matteo” (e anche a non comporre il numero di cellulare riportato a pagina 122 perché purtroppo non risponde Veronica, come speravo, né Lagioia, come temevo, ma una certa e ignara Sonia di Reggio, stupita e divertita dalla mia chiamata, alla quale, già che c’ero, ho consigliato di leggere il libro), è per questo che non dico nulla sulla trama perché dovete scoprirvela da soli, voglio essere il D’Orrico di Veronica e sperando vivamente che questo romanzo vinca ogni premio letterario, che lei sia l’unica scrittrice vera dei prossimi cento anni, che la pubblichi la Mondadori dandole minimo duecentomila euro di anticipo e che vinca anche Miss Italia, perché se lo merita, perché è bella e brava e come lei ce ne sono poche, e anzi, a parte lei, non me ne viene in mente neppure una così bella e brava e perfino in prima persona maschile e senza essere più lei la gallina dalle uova d’oro nonché il pelo dell’uovo di Lagioia, siccome Lagioia, da adesso in poi, dopo l’outing fantastico di Veronica, non potrà più scrivere né pensare niente di gioioso e potrà solo andare a bere superalcolici per dimenticare insieme a Christian, il povero fratello di Veronica, bella e brava.
Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Lavora come traduttrice per minimum fax e Fandango, ha scritto poesie e partecipato ad antologie e festival. "Il dolore secondo Matteo" è il suo primo romanzo.
Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi "Incantata o no che fosse" (ES, 1998), "Mamma" (Castelvecchi, 2000), "Canto della caduta" (ES, 2003), "La macinatrice" (PeQuod 2005), "Parente di nessuno" (Gaffi, editore in Roma, 2006), "Antonio Moresco" (Coniglio Editore, 2006). Ha collaborato con "Il Foglio", "il Giornale", "Il Domenicale" e attualmente è tra le firme di punta di "Libero".

lunedì 17 settembre 2007