giovedì 13 marzo 2008

Eno & Palladino all'Ara Pacis di Roma

Brian Eno

Dopo quasi 10 anni dal loro primo progetto comune, presso la "Round House" di Londra nel 1999, Brian Eno e Mimmo Paladino, protagonisti della cultura contemporanea, tornano a lavorare insieme firmando il primo evento "site specific" pensato per gli spazi del museo dell'Ara Pacis.



Dall'11 marzo all'11 maggio la mostra/evento "Brian Eno - Mimmo Paladino. Opera per l'Ara Pacis" presenta un'installazione unica che fonde l'arte figurativa dell'artista campano con la musica del compositore inglese Brian Eno, inventore e massimo esponente della cosiddetta ambient music. Mimmo Paladino, artista della trans-avanguardia, ha pensato un’opera appositamente per gli spazi del Museo dell’Ara Pacis di Roma.



Si tratta di una composizione d’arte contemporanea, la prima ambientata nella struttura rigorosa ed essenziale dell’architetto Richard Meier. Achille Bonito Oliva, è curatore della mostra-installazione insieme con Federica Pirani e James Putnam.La dimensione complessiva dal dialogo fra la musica di Eno e le immagini di Paladino, un matrimonio fra artisti di vaglia che dà vita a una sorta di teatro visivo attraverso scene e figure di fantasia.



Il racconto per immagini si sviluppa lungo le pareti del museo dove Paladino costruisce un universo di forme, linee e sculture di diverso tipo che si accordano con la «musica visiva» di Eno, realizzando così un felice connubio in cui due personalità di spicco del nostro tempo interagiscono all’ombra di un luogo classico. Paladino espone una ricerca ricca di contaminazioni poggiata su una grande scultura circolare, un anello in acciaio, mentre Eno alterna suono a silenzio, note inedite concepite appositamente per questa occasione, diffuse nell’ambiente per mezzo di radio portatili e griglie di altoparlanti.

Mimmo Palladino


Eno ha lavorato su livelli musicali in movimento nello spazio indipendentemente gli uni dagli altri, brani che animano le sculture di Paladino in modo da evocare un’aura di infinita continuità e coerenza, secondo lo spirito dell’intero progetto.

La vera storia di Tranquillo

Quante volte avete sentito dire la frase “Tranquillo ha fatto una brutta fine… è morto inculato” ?

Ebbene sappiate che questo è un falso storico, dovuto ai pochi mezzi di comunicazione che c’erano all’epoca in cui Tranquillo e Ansioso si misero in viaggio in cerca dell’Isola della Felicità.

Tranquillo e Ansioso avevano deciso di intraprendere questo viaggio a bordo di una barca seguendo una rotta che andava fuori da quelle comuni, sapevano che il viaggio sarebbe stato rischioso. Ansioso era chiaramente titubante mentre Tranquillo aveva deciso senza farsi troppi problemi che per lui era giunto il momento di tentare quest’avventura. Non che Ansioso non fosse attratto o non sentisse l’esigenza di nuove esperienze, ma nel momento di decidere andava sempre nel pallone, fu così che prese una bottiglia con una pozione rilassante, ne bevve un po’ e partì con Tranquillo a bordo della loro barchetta.

Il viaggio scorreva senza problemi, giorno dopo giorno i due sentivano che la loro meta si stava avvicinando… una mattina Ansioso si svegliò e vide un gabiano, due , tre uno storno TERRA!!!! l’Isola della Felicità era a due passi da loro. Ansioso si esaltò subito scaricando con urla di gioia tutta la tensione accumulata, Tranquillo sorrideva pensando che tutto sommato anche se quella non fosse stata l’isola della felicità un po’ di riposo su terraferma gli avrebbe fatto piacere.

Attraccarono l’isola e si misero ad esplorare il loro nuovo mondo. Ansioso aveva l’adrenalina a mille, convinto di aver raggiunto l’agognata meta cercava ovunque conferme, Tranquillo studiava invece l’isola: voleva di capire dove gli sarebbe convenuto pernottare, dove sarebbe stato possibile trovare del cibo e via discorrendo.

Mentre camminavano sentirono rumori strani, Ansioso si paralizzo’, Tranquillo alzò lo sguardo e vide sopra gli alberi degli uomini che gli stavano tirando una rete addosso.

I due vennero intrappolati e portati su una gabbia di canne di bambù in cima ad un albero cresciuto sopra uno dirupo che dava a picco sul mare, da un lato vedevano quindi l’oceano e dall’altro la foresta.

Sotto il dirupo si sviluppava una scena orrenda, una serie di ossa accatastate: erano i corpi di tutti quelli che prima di loro avevano tentato l’avventura: si erano imbattuti nella temutissima “Isola dei Seviziatori”…

Ansioso tremava, Tranquillo - impassibile - fissava la foresta sotto di loro, dove si innalzava una spece di altare.

Quando calò la notte arrivò un gruppo di indigeni, accesero delle torce per illuminare l’altare, calarono una gabbia simile a quella dove i due erano rinchusi, estrassero un uomo, lo denudarono e lo legarono prono sull’altare. Come l’uomo urlo’ dallo spavento si levò un rullo di tamburi e da quel momento la scena fu orribile: gli indigeni superdotati possedettero a turno l’uomo fino a che questo non spirò.

Tranquillo e Ansioso non riuscirono a prendere sonno: avevano capito bene quale destino li avrebbe attesi la notte seguente, unica incertezza.. quale dei sue sarebbe finito per primo sull’altare…

La giornata seguente passò lenta e silenziosa, arrivò la notte e gli indigeni montarono le torce. Ansioso tirò fuori la bottiglia dove aveva conservato la pozione rilassate:

“Scriverò una lettera, la metterò nella bottiglia voglio lasciare un messaggio”

E fece per svuotare la bottiglia, Tranquillo lo fermò dicendogli:

“Fermo, beviamola, non sentiremo il dolore”

Ansioso gli diede del folle:

“Se beviamo la pozione perdiamo ogni possibilità di salvarci, dobbiamo rimanere lucidi!!!”

In quel momento un indigeno da sotto indicò Tranquillo, il dubbio era sciolto, lui sarebbe stato il primo.. così mentre calavano la gabbia strappò dalle mani di Ansioso la bottiglia e la scolò tutta, Ansioso riprese la bottiglia vuota la rimise nella sacca e perse i sensi.

La mattina dopo Ansioso vide il corpo di Tranquillo vicino a quello dell’uomo della prima sera, shoccato prese un pezzo di carta e ci scrisse “Tranquillo è morto inculato”, mise il biglietto nella bottiglia, la siglillò e la lanciò a mare.

La sera stessa la sorte non diede scampo ad Ansioso, i sensi non lo abbandonarono, legato all’altare lanciò un urlo disperato, partì il rullare dei tamburi ed il rito si protrasse fino alla sua morte.

La bottiglia lanciata da Ansioso venne raccolta da un vecchio di una grande città portuale dell’epoca, lesse il messaggio, lo diffuse e lo tramandò fino ai nostri giorni.

Questa lunga storia ci insegna a questo punto che oltre a Tranquillo anche Ansioso morì inculato, ma come in tutte le storie c’è un colpo di scena…

In pochi sanno che un discendente del vecchio ritrovò la bottiglia col messaggio ed incuriosito si informò sulla leggenda, decise così di intraprendere il viaggio ed arrivò all’Isola dei Seviziatori.

La sua prima sorpresa fu quella di non trovare la barchetta con cui Tranquillo e Ansiono avevano raggiunto l’isola, non curante continuò il suo giro.

Sapeva che Tranquillo e Ansioso aevano con loro due sacche e che in una delle due era contenuta la mappa per l’Isola della Felicità.

Girando ancora trovò l’altare ormai coperto dal muschio, si affacciò al dirupo e vide gli scheletri ammassati. Vide anche a terra la gabbia che probabilemte aveva tenuto prigionieri i due, notò un sacco, lo aprì e trovò un pezzo di carta strappato dove sembrava esserci scritta la ricetta della pozione ed un carboncino che sembrava essere quello utilizzato da Ansioso per scrivere il messaggio.

Cercò disperatamente la sacca di Tranquillo che doveva essere quella che conteneva la mappa per l’Isola della Felicità ma nulla… cercò ancora la barca sperando che Tranquillo l’avesse lasciata lì… ma le ricerche non diedero esito.




L’uomo si sedette ed ebbe un’illuminazione: Tranquillo non era morto inculato!!!

Prendendo la pozione si era addormentato ed una volta legato all’altare non aveva lanciato l’urlo di disperazione che dava inizio al rito.

Credendolo morto gli indigeni non eseguirono il rito e lo accatastarono di fianco sgli altri corpi ed in quel macabro giaciglio dormì per altri due giorni interi.

Svegliatosi vide il corpo del compagno e si rammaricò: se Ansioso avesse deciso di bere la pozione non solo si sarebbe salvato, Tranquillo stesso avrebbe dormito molto di meno (avrebbe preso metà dose) ed avrebbe liberato Ansioso risparmiandoli un giorno di spaventosa agonia.

Risalita la rupe entrò nella sua vecchia prigione recuperò la sua sacca con la mappa e le vivande, raggiunse la barca e navigò alla volta dell’Isola della Felicità.

mercoledì 12 marzo 2008

Troppa tensione nell'aria ..

Oggi ho pochi argomenti, e mi girano pure un bel pò i c......

martedì 11 marzo 2008

Piano Piano.. Forte Forte



Questo libro non è l'autobiografia di Giovanni Allevi che, musicista e filosofo timido, non avrebbe mai pensato di scriverne una. La sua storia però, che lo ha portato dal pianoforte scordato di una scuola di provincia al fedele Bösendorfer con cui oggi registra i suoi successi, è davvero eccezionale. Ma è solo il filo conduttore di queste pagine che sono un doveroso omaggio, una dichiarazione d'amore alla "strega capricciosa" che ha monopolizzato la sua vita: la musica, che ha sempre preteso da lui dedizione assoluta. Da quando si sono incontrati ha plasmato il suo pensiero, ha assorbito ogni energia. Per la musica, Allevi ha lavorato come cameriere, come supplente, ha distribuito volantini sui Navigli milanesi. Per lei è volato a New York a conquistarsi una possibilità nel tempio mondiale del jazz. E anche adesso che sono arrivati i dischi di platino, il tutto esaurito dagli Stati Uniti fino alla Cina, le collaborazioni con orchestre internazionali, la musica non gli dà pace e bussa nella sua testa per liberare, attraverso le sue mani, la propria voce. Perché Giovanni Allevi ringrazia questa entità tiranna, che una volta lo ha persino portato a guardare il mondo attraverso il vetro di un'ambulanza? Perché grazie a lei ha potuto esprimere emozioni e sentimenti oltre la barriera della parola. In questo libro racconta il pensiero e l'intenzione che animano la sua musica, in un libro che intreccia vita e filosofia e vibra della freschezza di uno sguardo che non vuole smettere di stupirsi.

La Musica in testa
Allevi Giovanni
Prezzo € 15,00
Dati 2008, 218 p., brossura
Editore Rizzoli (collana 24/7)

Giovanni Allevi

Aggiungi al mio profilo | altri Video

Ana mosh shàyfak men zamàn Roby

( Non ti vedo da molto tempo Roby )

Ciao a tutti e un buongiorno a Roby di nuovo tra noi. Leggendo il tuo Post mi è venuto in mente un lavoro privato fatto da un amico romano (Michele, quello col pizzetto che emula Pelù nel video) che lavora a New York da anni ormai. Quattro minuti e cinquanta di trailer al suadente ritmo Litfiba ( quelli buoni .. ) realizzato da lui, che è un giramondo come te, e che di professione fa il montatore a Rai Corporation. Auguro a tutti un buon proseguimeto e confermo che in giornata definiremo la data della nostra cena, probabilmente domani sera ( Roby fammi sapere quando torni che facciamo un bis per i "fuori sede" .. )


lunedì 10 marzo 2008

Guzzanti e... polemiche


Quello che segue è il mio articolo "Corrado, sei tutti noi", pubblicato dal Secolo d'Italia nell'edizione domenicale del 9 marzo 2008. Nel link di seguito - invece - si può leggere l'articolo con relativi commenti di Travaglio e Cornacchione al mio, pubblicato oggi sul Corriere della Sera (leggi qui).

Un saluto a tutti! Roberto

È tornato domenica scorsa, dopo una lunga assenza dal piccolo schermo. L’ha fatto a Parla con me, Rai Tre, ospite di Serena Dandini. Nei panni, o meglio nell’abito talare, di Padre Pizzarro, teologo sui generis dallo spiccato accento romanesco e dai modi sbrigativi e pratici di chi vuole capire senza girarci troppo intorno. Bentornato, allora. Perché, in una campagna elettorale giocata sul “casting” delle candidature, si sentiva la mancanza della satira. Non del partito unico della satira, unilateralmente schierato per combattere il male. Ma della satira che non guarda in faccia a nessuno e non si autocensura per appartenenza politica. Niente a che vedere con Fabio Fazio e neanche con la collega di sempre Serena Dandini, puntualizza Corrado Guzzanti: «Fanno talk show che inglobano qualche piccolo pezzetto di satira, ma la satira vera è un’altra cosa». Di quella «se ne è fatta poca, ha prevalso il modello del comico da consumo e due modelli di programmi: quelli di tipo cabarettistico e il “celentanismo”, fatti da showman con eccessi narcisistici».
Poco più che quarantenne, in quindici anni di carriera – dalle prime “comparsate” all’inizio dei Novanta a trasmissioni di successo come Avanzi, Tunnel, Maddecheaò, Pippo Chennedy Show e L’Ottavo Nano – Guzzanti ha dato vita a personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo. Giusto per citarne alcuni: dallo studente coatto Lorenzo al regista Rokko Smitherson, dal santone Quelo alla conturbante Vulvia. Per non parlare delle esilaranti imitazioni di personaggi reali, politici e non. Nel 2002 è stato anche autore e protagonista dello psicodramma televisivo Il Caso Scafroglia con Marco Mazzocca, recentemente uscito in due dvd con libro nella collana Senza filtro della Bur. E ora è pronto per il grande ritorno in tv. Sarà una delle guest star della seconda stagione di Boris, sarcastica sit com in onda prossimamente su Fox (Sky). Ma non esclude di tornare con un programma tutto suo. Gli spunti non mancano. «Dal punto di vista satirico è un bel momento, appaiono continuamente personaggi nuovi e non ci si limita più alla rissa tra Berlusconi e Prodi». Che poi tanto nuovo Ferrara non lo è, ma l’idea della lista per la moratoria sugli aborti è risultata sufficientemente «stravagante» per richiamare in servizio… Padre Pizzarro. Curioso ma scettico rispetto all’iniziativa del direttore del Foglio: «A Giulia’, ma che dobbiamo fa esattamente, spiegame, che vordì a moratoria sull’aborto? A moratoria sulla pena di morte vuol dire impedire di ammazza’ i condannati, a queste glie impediamo de abortì? No dice lui, “non potemo obbligà una a partorì per forza”. Allora a 194 la lasciamo così? No dice lui, “è omicidio”! E quinni che famo? A cambiamo sta legge. “Nun ho detto questo”. E che hai detto Giulià? “Vojo fa na battaglia culturale”. Ma allora va fa i girotondi daa vita che ce vai a fa in parlamento?» Domanda più che legittima. Infine il prelato suggerisce la mediazione: «Al massimo jo detto, tanto pe’ fallo contento, famo ‘na cosa più piccola, a ste ragazze che abortiscono levamoje i punti della patente».

Una cosa è certa, Guzzanti è pronto a interrompere quello che aveva definito «una sorta di personale aventinismo della satira» iniziato con la rielaborazione cinematografica di Fascisti su Marte. Una scelta maturata per sfuggire al “maccartismo” trasversale. Perché se è vero che certa destra «colpevolizza la sinistra come se fosse l’artefice dei pogrom di Stalin, anche da sinistra la situazione non cambia. Si banalizza in tutti i modi la destra al fine di identificare un nemico. Così l’unica identità che resta è quella dell’ “anti”, che interrompe ogni forma di comunicazione».
Una politica che troppo spesso recita a copione, confidando nelle rispettive rendite di posizione. Ruoli preconfezionati, nella pretesa di conservare la realtà a propria immagine e somiglianza. Tanto da far scrivere a Guzzanti, nel suo Libro de Kipli, una delle sue migliori battute: «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori». Dicevamo di Fascisti su Marte (Fandango), la pellicola nata dalla fortunata striscia andata in onda sui Rai Tre nel 2001 e arrivata nel 2006 sul grande schermo in una corposa versione di 90 minuti (disponibile anche in dvd).
«Un kolossal di fanta-revisionismo», l’ha definito Guzzanti. Nato da un’intuizione geniale: raccontare attraverso una serie di cinegiornali del Ventennio, «miracolosamente sottratti alla censura della storiografia marxista», l’eroica impresa di un gruppo di fascisti impegnati a conquistare Marte, «rosso pianeta bolscevico e traditor» (location: una cava della Magliana). Capitanati dal gerarca Barbagli (Guzzanti) e animati da irriducibile volontà littoria, malgrado le mille difficoltà incontrate per bonificare l’inospitale terreno sabbioso, il 10 maggio del 1939 possono affermare: “Marte è fascista!” Intendiamoci, niente a che vedere con l’antifascismo di maniera. Denunciando il conformismo di ieri, non si risparmia quello attuale. «Quel tipo di linguaggio a cui tutti gli italiani si adeguarono in nome dell’ideologia dell’orbace – ha sottolineato Pietrangelo Buttafuoco, nell’ “assolvere” Guzzanti – è speculare ai riflessi condizionati del politicamente corretto. La maestra elementare che portava i bambini ai sabati ginnici corrisponde oggi alla maestra che organizza la giornata dell’ambiente e della solidarietà. Quando tra 70 anni sarà completato il regime democratico ci sarà un artista satirico che farà il film “Democratici su Marte” sostituendo alla macchietta del fascista quella del girotondino». Lo scrittore siciliano muove solo una critica a Guzzanti: «Avrebbe dovuto chiedere una consulenza a Mario Landolfi, il primo ad aver inventato il personaggio del gerarca con cui ha divertito legioni di redattori del Secolo». E non a caso, infatti, il film, nato da “intenzioni di sinistra”, è diventato un vero e proprio cult a destra, malgrado Guzzanti non sia mai stato particolarmente tenero con la destra politica. Pur senza rinunciare all’umorismo. «Il solo modo per affrontare argomenti seri senza pregiudizi».
«Ciò che fa ridere, in effetti, viene in qualche modo “esorcizzato”, decomposto e diluito in elementi comici e dunque innocui – aveva previsto Annalisa Terranova – ed è quindi logico aspettarsi che il pubblico di destra sarà più numeroso di quello di sinistra. Il primo ha infatti bisogno di sorridere dei suoi idoli di un tempo, il secondo ha più difficoltà a vedere il “nemico” in un’atmosfera circense. La sinistra, che ancora usa i toni del melodramma quando si parla di fascismo storico e di “fascismo di ritorno”, difficilmente si abitua a passare dall’operetta all’avanspettacolo. Un problema insuperabile per coloro che nell’era della fine delle ideologie si ostinano a tenere alti gli steccati “assoluti”, in pratica gli imperativi categorici che piacciono al camerata Barbagli. Per tutti gli altri saranno romanissime e italiche risate». “Apprezzamento” che, a parere di alcuni, avrebbe dovuto imbarazzare Guzzanti. «Tutt’altro, mi ha fatto molto piacere – ha risposto con il consueto anticonformismo – che il Secolo d’Italia abbia parlato bene del mio film. In fondo, negli ultimi anni ho attaccato il centrosinistra più del centrodestra. Un autore non deve mai porsi il problema di essere politically correct: è un falso problema». Come è un falso mito quello dell’elettorato di centro. «Ma chi sarà mai ‘sto elettorato di centro?». I politici più esilaranti? «Mastella – risponde Guzzanti – uno straordinario pezzo comico, quel suo “Mi dimetto per amore”. Ma anche Casini ultimamente ci dà tante soddisfazioni. E la Santanchè, che giudica il candidato premier dal profumo. E De Mita. Povero De Mita, quasi mi fa tenerezza! Ho detto quasi, eh? L’uomo lo conosciamo, i suoi capricci sono divertenti, soprattutto è fantastico sentirlo ancora parlare in modo cauto, barocco, democristiano».
Meno complimenti da sinistra. Evidentemente non gli hanno perdonato le imitazioni riservate agli esponenti politici di quell’area. Di aver rappresentato Rutelli per quello che è: un indecisionista privo di un’identità politica precisa. Candidato premier senza idee e programmi da portare avanti. Indimenticabile l’amletico Rutelli che, rivolto all’immancabile cranio, si interroga: «Mi tocca fare il leader della sinistra, ditemi che devo fare, troppi problemi, troppe decisioni, qualcuno ci dica che dobbiamo fare. La mia signora me l’aveva detto: stai attento, quelle sono brutte compagnie. Io te posso dì una cosa sola: se vince Berlusconi… Berlusco’, ricordati degli amici». (Alema’, mettiti una mano sulla coscienza, aggiungiamo noi). Hanno criticato Guzzanti perché nel passato è stato «perfido» con Veltroni, il piccolo Budda della sinistra, l’intoccabile. Gli faceva dire: «A Zigo Zago c'era un mago con la faccia blu. E io questo mago lo vorrei alleato». «Perfido? Non direi, anzi mi rimprovero di essere troppo soft», ha dichiarato in una recente intervista. Le sue imitazioni del leader Pd rimangono di straordinaria attualità (ancora gettonatissime su youtube). Basti pensare al lungo sketch accanto a una finta Livia Turco. Anche allora (eravamo nel 2006) si parlava di candidature da gettare in pasto all’opinione pubblica. La Turco gli fa i nomi dei possibili candidati: Raul Bova? «Sarebbe stato perfetto, ma ha paura di perdere pubblico». Paola e Chiara? «Hanno la tournée, abbiamo provato a incastrare le date ma niente…». Di Caprio? «Magari. Lo voglio dire perché so che c’è una corrente Di Caprio contro di me. Ma io non ho niente contro Di Caprio. Io l’ho chiamato, è lui che ha rifiutato. Mi ha detto che già ha fatto Titanic e non può fossilizzarsi nella parte di quello che affonda. È ovvio, ha ragione». Amedeo Nazzari? «Amedeo Nazzari sarebbe stato perfetto ma, lo voglio dire con chiarezza, è morto». La piccola Heidi, azzarda la Turco? «No, il nonno vota a destra». E Topo Gigio? incalza. «C’ha i diritti Mediaset e non ce li dà».
E cosa dire dell’imitazione di Prodi? Da quando Veltroni lo ha spedito al confinio, sottraendolo alla curiosità di giornali e tv, prendersela con Prodi è sin troppo facile. Come sparare sulla Croce Rossa. Eppure negli ultimi mesi il fuoco amico dei comici di sinistra non l’ha risparmiato. Da Luciana Littizzetto, che l’ha sbertucciato davanti a un esterrefatto Fabio Fazio – «Ohè Romano! Metti il bollo, togli il bollo; metti una tassa, togli la tassa… Cosa abbiamo capito noi italiani della Finanziaria? Una beatissima mazza!» – al compagno Dario Vergassola – «Il cuneo fiscale ve lo mettete in c…» – per arrivare (persino!) a Antonio Cornacchione: «Per colpa di Prodi arriva un’ondata di freddo. Tutta l’Italia batte i denti tranne lui. Perché gira con un cappotto di pelo di pensionato». Guzzanti, a differenza loro, satireggia Prodi da tempi non sospetti, quando ancora tutti lo veneravano come lo statista che avrebbe salvato l’Italia. Pippo Chennedy Show. 1997. Serena Dandini intervista un Prodi (Guzzanti) comodamente seduto in poltrona, intento ad accarezzare una mortadellona, con tanto di tortellino-anello gigante al dito. Indisponente nel giustificare gli impegni assunti e non mantenuti: «Queste erano le promesse di un anno fa. Ora penserò ai miei elettori e mi preoccuperò di fare delle promesse nuove». E poi l’affondo. Ma D’Alema lo sapeva che era un semaforo? domanda la Dandini. «No, D’Alema era in difficoltà, guidava nella nebbia. Ecco una macchina da corsa, ci salgo sopra e vinco le elezioni. E’ salito sopra a un semaforo, è rimasto lì, non si è mosso di un metro. Pensava di controllarmi come un burattino e invece io ho il potere e lo esercito». Ieri, ad ascoltare Veltroni un milione di anni fa. Lui non c’era. E se c’era, dormiva. Il sonno dei giusti, naturalmente.
Dal Secolo d'Italia di ieri.
Articolo disponibile anche su L'eminente dignità del provvisorio

Crossing the bridge: a weekend in Istanbul

10 Febraio, 2008: e-mail con invito a recarmi ad Istanbul per una riunione di lavoro. Non posso dire di no ed accetto.

4 Marzo, 2008: mi metto su un aereo e parto. Il 5 e 6 mi aspettano due giornate ricche di chiacchiere, sorrisi e strette di mano. Non ho proprio voglia di partire. Sara' la stanchezza, sara' il pregiudizio per le culture islamiche che incosciamente e' entrato a far parte di tutti noi....ma sarei rimasto volentieri in ufficio a passare le mie 8 ore, per poi tornarmene a casa. Tuttavia, una vecchietta turca di almeno 100 kg con tanto di fazzoletto nero in testa (l'equivalente delle nostre nonnine di paese per intenderci), che siede affianco a me durante il volo, mi mette subito di buono umore, con la sua spontaneita', la facilita' di comunicare a gesti ed il suo sorriso stampato sul volto (una rarita' sugli aerei nei giorni infrasettimanali, specie se in partenza da citta' del nord Europa).

Arrivato ad Istanbul, ad accogliermi un cordialissimo tassista e 22 gradi centigradi. Non male, visto che ad Amsterdam eravamo a 8!
Ed il resto, presto detto. Un fine settimana davvero degno di nota. Istanbul: la citta' che sorge tra Asia ed Europa, dove le culture si incontrano, dove le moschee sono affianco alle chiese cristiane e ortodosse, dove alle 6 del mattino esci da una discoteca e ti accorgi che a 100 metri c'e' una moschea dove i fedeli stanno pregando.




Oltre al fascino di una citta' dominata da resti di civilta' romana, bizantina ed ottomana, due cose mi hanno colpito:

- La vita notturna di Istanbul: discoteche e pub aperte fino a mattina (e non per turisti, la maggior parte dei presenti son Turchi).

- La dimostrazione che diverse religioni possono coesistere pacificamente. Un esempio da esportare.




Crossing the Bridge: the sound of Istanbul. Un film di Fatih Akin

Rapid Eye Movement

Ave morituri, FRA vos salutant, augurandovi di trascorrere, nonostante la pioggia, il freddo, il Lunedì, e la scarsa voglia di lavorare, una buona giornata. Oggi voglio iniziare con un ricordo dei nostri giorni romani, ai bei momenti trascorsi con la mia Paola, alle fantastiche serate musicali, con migliaia di persone unite ad intonare versi di melodica poesia in una fratellanze universale che dona gioia, serenità e pace. Mi riferisco ad un evento, in particolare, che ha riempito di fantastiche emozioni i nostri giorni. Grazie Michael...

R.E.M. - Nightswimming