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lunedì 20 ottobre 2008

Parola di Zaghetti

Il ministero della Difesa britannico apre i suoi X-Files e spunta un avvistamento "italiano". Tra i 19 dossier di segnalazioni di Ufo avvenute dal 1968 al 1992, c'e' quello su un pilota dell'Alitalia che il 21 aprile 1991 vide un oggetto volante sconosciuto mentre si apprestava ad atterrare all'aeroporto londinese di Heathrow. "Attenzione, attenzione!", disse al copilota il comandante Achille Zaghetti su un volo partito da Milano. Anche il copilota avvisto' l'Ufo e dalla torre di controllo inglese, riferi' poi Zaghetti, arrivo' la conferma che sui radar era apparso "un oggetto non identificato 10 miglia nautiche" dietro al velivolo dell'Alitalia.

La sera dello stesso giorno, emerge dal dossier, un'emittente televisiva locale mando' in onda la testimonianza di un 14enne che diceva di aver visto un missile da crociera volare rasoterra, impennarsi e sparire tra le nuvole. Il 2 luglio, pero', un'inchiesta delle forze armate britanniche accerto' che quel giorno non furono sparati missili, ne' vi furono attivita' militari aeree di alcun tipo. L'avvistamento fu quindi classificato come quello di un Ufo.

Negli Archivi Nazionali di Londra c'e' anche una lettera datata marzo 1990, in cui una udonna racconta di essere un'aliena precipitata sulla terra durante la Seconda guerra mondiale insieme a due uomini provenienti dal pianeta Spectra, a bordo di una nave spaziale recuperata dall'esercito britannico.

Singolare anche il caso di due piloti americani, ai quali fu ordinato di inseguire ed abbattere un oggetto non identificato nei cieli inglesi dopo essersi levati con un caccia dalla base aerea di Manston (Kent), nel maggio 1957, in piena Guerra Fredda. Milton Torres, un pilita ora 77enne residente a Miami, ha raccontato di aver caricato 24 missili per colpire quella che nel radar gli appariva come un velivolo delle dfimensioni di una portarei". "Piu' un aereo e' grande e piu' facile e' colpirlo", penso' Torres mentre si apprestava ad aprire il fuoco, all'improvviso il gigantesco oggetto volante "scomparve senza lasciare una minima traccia". "Mi fu chiesto di non fare parola con nessuno di quanto accaduto, per questioni di sicurezza", racconto'. Nei documenti non c'e' nessuna spiegazione ufficiale per l'episodio.

domenica 14 settembre 2008

Io mi chiedo .. perche ?



David Foster Wallace, rivoluzionario romanziere statunitense si è suicidato nella sua dimora venerdì notte.

Secondo la polizia di Claremont (Los Angeles), Foster Wallace si sarebbe impiccato durante la notte di venerdì. A quanto sembra è stata la moglie a trovare il suo cadavere mentre tornava a casa verso le 9 e trenta. David Foster Wallace aveva appena 46 anni e aveva rivoluzionato il mondo della scrittura contemporanea.

Lo scrittore nato a Itaca (Ny) il 21 febbraio del 1962 insegnava scrittura creativa al college di Ponoma. Secondo il Preside Gary Kates, “[David] teneva tantissimo ai suoi studenti e ha cambiato la vita a molti giovani...è una grave perdita per la nostra scuola”.

Quando, nel 1987, a soli ventiquattro anni Foster Wallace aveva pubblicato il suo primo romanzo (conosciuto in Italia come La Scopa del Sistema), il mondo letterario lo aveva accolto con entusiasmo. Poi, nel 1996, il romanzo Infinite Jest (stesso titolo in italiano) gli era valso una solida reputazione come uno dei più importanti scrittori americani. Infinte Jest era composto da più di mille pagine, costellate di centinaia e centinaia di note e fondo pagina. Lo stile adottato rompeva gli schemi e risultava rivoluzionario.



Foster Wallace era conosciuto anche come originalissimo scrittore di storie brevi, come quelle contenute nella raccolta “Brevi Interviste con Uomini Schifosi” o “Il Rap Spiegato ai Bianchi” o ancora, “Una Cosa Divertente che Non Farò Mai più”.

Tra i tanti premi letterari vinti, ricordiamo il “genius grant” della McArthur Foundation, conseguito da Foster Wallace nel 1997.

Tra i numerosi commenti dei suoi lettori, quello di Russel, sul Los Angeles Times è il più adatto a far capire l'importanza della sua letteratura:

“Avrei voluto dirgli quanto Infinite Jest significasse per me, del modo in cui mi vengono in mente scene di quel libro quasi tutti i giorni, di come mi ha aiutato a smettere di bere, di come mi ha fatto ridere forte e di come mi faceva guardare il cielo stellato sopra di me e mi faceva sentire piccolo. Mi spezza il cuore.”

Da venerdì sera il mondo letterario non è più lo stesso. Rest in peace, David.

giovedì 11 settembre 2008

Trap Show

Succede sempre qualcosa quando in conferenza stampa c'è Giovanni Trapattoni, nuovo commissario tecnico dell'Irlanda.

Stavolta il ct italiano, durante la presentazione del match contro il Montenegro valido per le qualificazione ai Mondiali del 2010, è ruzzolato involontariamente giù dalla sedia.



Gli assistenti si sono precipitati a soccorrerlo, preoccupati dalle conseguenze della caduta. Ma il Trap si è rialzato protamente ironizzando sull'accaduto:

"Ecco, abbiamo già il primo infortunio".

Non dimentichiamo l' 11 Settembre 2001

11 Settembre: per molti non fu al Qaeda, dice sondaggio.



Giovedì, 11 settembre 2008 7.38

MILANO (Reuters) - L'idea che gli attentati dell'11 Settembre 2001 negli Usa siano stati opera di al Qaeda non è affatto comunemente diffusa, e secondo un nuovo sondaggio effettuato da WorldPublicOpinion.org poll, solo in nove dei 17 Paesi monitorati è condivisa dalla maggioranza degli interpellati.

In nessun Paese è emersa una maggioranza di opinioni che attribuisca gli attentati ad un unico diverso potenziale responsabile, ma nella maggior parte dei Paesi minoranze significative attribuiscono l'11 Settembre allo stesso governo Usa ed in alcuni Paesi a Israele.

Queste risposte, spiegano in una nota gli autori della ricerca, sono state espresse spontaneamente in questionari che non indicavano risposte predeterminate. In media, il 46% ha attribuito gli attentati ad al Qaeda, il 15% al governo Usa, il 7% a Israele, il 7% a qualche altro autore. Mentre un interpellato su quattro ha risposto di non sapere.

"Visto lo straordinario impatto che gli attentati dell'11 Settembre hanno avuto sulle questioni mondiali, è rilevante che sette anni dopo non si sia un consenso internazionale su chi ne sia stato responsabile", ha commentato Steven Kull, direttore di WorldPublicOpinion.org.

Anche nei Paesi europei, la maggioranza che considera al Qaeda responsabile dell'11 Settembre non è sovrastante. Il 56% tra gli italiani come tra i britannici, il 63% dei francesi ed in 64% dei tedeschi indicano al Qaeda. Tuttavia, percentuali significative di britannici (26%), francesi (23%), e italiani (21%) hanno risposto di non sapere chi ci sia dietro all'11 Settembre.

Sapete tutti come la penso a riguardo, ma ancor oggi tengo a precisare che:

TREDICI DIROTTATORI SU VENTI SONO IN REALTA' ANCORA VIVI ED INNOCENTI

NUMEROSE SONO LE PROVE CHE LE TORRI GEMELLE NON SONO CROLLATE SPONTANEAMENTE, MA SONO STATE DEMOLITE

ALCUNE SEMPLICI LEGGI FISICHE SMENTISCONO SENZA SCAMPO LA VERSIONE UFFICIALE

Cercate in rete. Troverete più di quanto possiate immaginare.

martedì 9 settembre 2008

Domani la fine del mondo ?



Un esperimento del Cern si accinge a ricreare le condizioni in cui nacque l'universo. Alcuni studiosi denunciano rischi inauditi, ma gli scienziati minimizzano. Una simulazione dell'esplosione della supernova SN 1054, che ha dato origine alla nebulosa del Granchio, nella costellazione del Toro

"Se premono quel bottone il pianeta rischia di saltare in aria". L'allarme arriva da un gruppo di ricercatori europei secondo cui l'esperimento che prenderà avvio il 10 settembre presso il Centro Ricerche Nucleari (Cern) di Ginevra è ad altissimo coefficiente di pericolo. Nella città elvetica, sepolto a un centinaio di metri sotto il confine tra Francia e Svizzera, si trova il Large hadron collider (Lhc), ovvero "Grande collisionatore di adroni", il più grande acceleratore e frullatore di particelle mai creato che, generando temperature di più di un trilione di gradi centigradi, dovrebbe simulare l'evento che ha accompagnato la nascita dell'universo.

Ma alcuni studiosi hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani perché secondo loro l’esperimento potrebbe produrre un buco nero che inghiottirà la Terra.



Il progetto, costato 4 miliardi di dollari e 14 anni di lavoro, ed è stato finanziato dagli Stati Uniti e da venti Paesi europei e dovrebbe ricreare le condizioni del nostro universo una frazione di secondo dopo il Big Bang.
La teoria del Big Bang identifica l'ipotetico "punto" nel quale iniziò l'espansione dell'universo, quando in un'era primordiale, la sua materia era così calda e densa da impedire alla luce di propagarsi liberamente nello spazio.
"Abbiamo ancora dieci giorni per salvare la terra?", si chiede il Sunday Telegraph, il tabloid britannico che per primo ha riportato la notizia dell'apocalittico test. A gettare acqua sul fuoco è invece Robert Aymar, direttore generale del Cern, secondo il quale "coloro che avanzano questi dubbi non sono scienziati, è tutto frutto di una fissazione". Gli fanno eco numerosi scienziati tra cui Michelangelo Mangano, fisico teorico dipendente del Cern dal 1995 memebro del gruppo di scienziati esterni che consiglia il Council che è il più alto organo decisione del Cern: "Le collisioni che avverranno nell'acceleratore, in condizioni controllate, non presenteranno alcun pericolo".

Lhc, dunque, non produrrà mini buchi neri, nè monopoli magnetici, particelle con una singola carica magnetica, polo nord e polo sud, che, se esistessero, potrebbero causare, secondo alcune teorie, il decadimento del protone; e, neppure, "bolle di vuoto" (vacuum bubble) o le particelle "divoratutto", gli "strangelets", un agglomerato microscopico di materia strana, (quark down, up, top e strange), questi ultimi, secondo alcune teorie si dovrebbero mutare in materia ordinaria in un miliardesimo di secondo e trasformarla in materia strana. Ma,seppure dovessero prodursi, non costituiranno un pericolo per il nostro pianeta, assicurano gli scienziati.

sabato 23 agosto 2008

Out of control

Il cubano Angel Valodia Matos è stato squalificato a vita dalla federazione internazionale di taekwondo per aver malmenato gli arbitri che lo avevano giudicato perdente durante l’incontro valevole per la medaglia di bronzo.



Il cubano affrontava il kazakho Arman Chilmanov, e dopo il match è rimasto sul tatami insieme al proprio allenatore, per contestare verbalmente gli arbitri. Non paghi delle parole i due sono passati alle vie di fato, colpendo al viso l’arbitro principale (labbro spaccato) e un giudice assistente. Matos alla fine se l’è presa anche con una giudice donna, la spagnola Carmen Navarro Ingles. Finita la rissa ha lasciato il tatami urlando e inveendo contro tutto e tutti.

mercoledì 20 agosto 2008

from Raggae to Record



I velocisti crescono nella terra delle patate, Trelawny. Giamaica, Contea di Nord Est, il posto dove è nato Usain Bolt e cercare l'indirizzo esatto è difficile perchè ora non c'è il nome della strada e nessun numero a segnare la porta. La casa è rosa, un incrocio tra un bungalow e un appartamento, con un porcellino disegnato all'esterno e la padella di un satellite piazzata sul tetto. Primo segno che il ragazzo ce l’ha fatta e i soldi veri stanno per arrivare. Il capofamiglia è miss Lily, la zia di Bolt, quella che ancora oggi organizza la raccolta della canna da zucchero e dirige il movimento secco dei ragazzi con il macete. Non solo, è anche la zietta reggae, la donna che gli ha insegnato a ballare. Poi ci sono Jennifer e Wellesley, i genitori. Lei è a Pechino e mescola lacrime e ricordi di infanzia. Ha chiamato il figlio Usain per assecondare una predizione: «Un bambino mi ha toccato la pancia quando ero incinta e mi ha detto, se è maschio chiamalo Usain». E lui sbuca fuori, un gigante anche da neonato. Incrocia lo sport alle elementari e si butta sul cricket, per l’eleganza. Si immagina vestito di bianco e prova scene epiche per strada, con una racchetta sfasciata come mazza. A 10 anni rincorre una palla persa e gli amichetti gli spiegano subito che è ora di cambiare sogno. Dodicenne, è già imbattibile. Gare sull’erba e il primo segno di una sicurezza serena: «Dopo la prossima gara mi compri le scarpe con i chiodi, perché arrivo primo».



Nel 2002 diventa campione della scuola, 200 e 400 metri e due anni dopo realizza un record ai Mondiali juniores, 200 metri in 19"93. Fuori dal negozio dell’angolo, quello di Wellesley Bolt, c’è la coda. Università americane, sponsor e tv e lui le lascia in fila: Bolt firma un contratto con la Puma, è il marchio che gestisce quasi tutti i giamaicani, quindi una formalità. Ce n’è uno nuovo che va veloce, si mette sotto osservazione e se merita lo si fa entrare nel gruppo giallo, verde e nero. Bolt ancora non sa che significa correre per una bandiera, ma conosce chi ha intorno, sprinter nati a Trelawny come lui: Veronica Campbell Brown, campionessa mondiale di 100 e 200 e Michael Frater, sesto nella finale di Pechino. È per non sfigurare che si mette sotto, il tecnico Glen Mills lo addestra ai 200 e prova a inculcargli il giro di pista, senza successo. Il talento non vuole correre i 400: «Non mi divertono e ci si stanca troppo». La gara che lo farà entrare nella storia arriva così, un baratto con l’allenatore per dimostrare che il rifiuto non è pigrizia, ma scelta tattica. Bolt diventa il più giovane finalista di un Mondiale nei 200 metri, nel 2005, a Helsinki, purtroppo si infortuna e sparisce. Nel 2007 prende l’argento dietro a Tyson Gay e lì inizia il tira e molla da cui esce accelerando. I primi 100 li cronometra Mills per farlo stare zitto: «Vediamo come te la cavi». 10"03 con una tecnica che il suo staff ancora oggi definisce «terribile», abbastanza per vincere la partita e accantonare i 400.



Il tre maggio 2008, a Kingstone, corre in 9"76, è il terzo tentativo nello sprint e il secondo tempo al mondo. Non ci vuole molto a passare al record, meno di un mese e Bolt si mangia il nome di Powell, sotto l’uragano, a New York. Già lo chiamavano lampo, da quella sera di acqua e tamburi diventa l’uomo più veloce del mondo, titolo che sarà difficile rubargli. La gara difficile si porta dietro l’oro di Pechino, perché continuano a rimandare lo start: atleti nervosi, Tyson Gay agitato, pubblico stufo. Sulle gradinate rimangono solo i giamaicani, a saltellare con i vestiti zuppi. Vedono un lampo, un’apparizione durata 9"72 secondi nel momento in cui chiunque altro accusa il peso del freddo e dello sfinimento. Bolt rientra a Kingstone con la fanfara, accolto dal primo ministro. Eppure la Giamaica ha già avuto in casa il record del mondo, da anni si coccola l’incompiuto Powell, solo che per Usain raddoppiano le feste. Asafa è introverso, impaurito e fragile mentre la nuova scheggia ascolta dance giamaicana e mangia patate di Trelawny anche a colazione, e vuole fare il Dj. Non ha più bisogno di correre per la bandiera, oggi è il simbolo del Paese. Mr velocità che ascolta Elephant Man e Serani, tutta roba locale, ed esalta gli eroi della patria: McKenley, argento nei 100 a Helsinki 1952 e Don Quarrie, oro nei 200 a Montreal 1976. Se deve trovare un esempio però sceglie l’America: «Michael Johnson e il suo capolavoro, il record dei 200 ad Atlanta 1996, 19"32».



Usain oggi si è ripetuto nei 200 stabilendo anche sulla doppia distanza il nuovo record del mondo in 19”30, due centesimi in meno, precedendo tutti i rivali di almeno di una decina di metri. Corri ragazzo, corri ..

giovedì 14 agosto 2008

Sangue e Petrolio


L’Ossezia del Sud è un piccolo Stato, una media provincia italiana. La Russia ha invaso l’Ossezia con i suoi carri armati e bombardato Tbilisi, la capitale della Georgia. Migliaia sono i morti civili. E’ un’altra guerra che si combatte per l’energia. Dal Kazakistan petrolio e gas potrebbero arrivare in Europa senza passare in territorio russo. La Georgia è armata da Israele e dagli Stati Uniti. Il suo presidente si fa riprendere tra la bandiera nazionale e quella dell’Unione Europea, di cui la Georgia vuol entrare a far parte. L’Ossezia è un episodio della guerra mondiale per il petrolio iniziata con la prima invasione dell’Iraq nel 1991. Saddam attaccò il Kuwait e Bush padre intervenne. Non per liberarlo, ma per impedire a Saddam di controllare i flussi di petrolio del Golfo Persico. Bush figlio terminò il lavoro con la panzana delle armi di sterminio di massa. Pensate che agli americani interessi il destino degli abitanti del Kuwait o dell’Iraq, quando gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per i genocidi del Ruanda e del Darfur ? La Cina compra petrolio dall’Iran, probabilmente lo arma. L'Iran vuole imporre il petrol-euro al posto del petrol-dollaro. Israele minaccia di bombardare l’Iran per la sua politica di sviluppo nucleare. La Cecenia è strategica per gli oleodotti russi. Questo è il motivo dei massacri ceceni e della guerra permanente. Il mondo è diviso in zone d’influenza del petrolio. Dove ci sono pozzi di petrolio c’è una guerra o un’occupazione militare, dove è strategico il passaggio di petrolio c’è un conflitto armato. Che mondo di merda ..

mercoledì 13 agosto 2008

Bello il melafonino ma ..



Apple è in grado di controllare a distanza gli iPhone e rimuovere eventualmente applicazioni e software indesiderati. A confermare le indiscrezioni che circolano da giorni è stato lo stesso amministratore delegato di Apple, Steve Jobs, nel corso di un colloquio con il Wall Street Journal. Jobs ha ammesso che esiste questa possibilità ma ha sottolineato che il meccanismo non è fatto per essere usato come routine ma solo come sistema di emergenza a cui Apple potrebbe far ricorso nel caso in cui fosse «inavvertitamente distribuito attraverso l’Apple Store un programma dannoso, per esempio che sottrae dati personali degli utenti».

Jobs ha cosi confermato le scoperta fatta qualche tempo fa da un utente, ossia che l’iPhone contiene un codice che collega il telefono ad un sito Internet controllato da Apple e vi esegue controlli di routine. Con questo sistema Apple è in grado, in teoria, di rimuove software indesiderato dagli apparecchi Secondo Jobs quell’applicazione è indispensabile nel caso in cui l’iPhone scarichi un programma pericoloso che, ad esempio, acceda ai dati personali dell’utente.

«Speriamo di non dover mai azionare quella leva», ha detto Job, «ma sarebbe irresponsabile non averla». In molti si sono chiesti tuttavia se Apple non sconfini in questo modo nell’invasione della privacy dei suoi clienti.

domenica 3 agosto 2008

Rai a Pechino - 3 milioni di euro al giorno


Che l'Olimpiade di Pechino sarà l'Olimpiade delle polemiche è fatto risaputo. Tra regime politico, censure, smog , Tibet e tutto il resto durante l'intera manifestazione ci sarà di cui parlare e commentare. Ma quello che ci interessa sottolineare in questo post è il primato conquistato dalla RAI in termini di sprechi. La notizia che sta circolando in rete e sugli organi di stampa è che verrano spessi più o meno 3 milioni di euro al giorno per mantenere la squadra RAI (tecnici, giornalisti, commentatori, ecc.) in trasferta a Pechino. Considerato il periodo di recessione che attraversa il paese ci si sarebbe aspettato un atteggiamento più austero da parte della televisione di Stato che in quest'occasione non brilla certo in parsimonia. Speriamo almeno che valga la pena. Manca poco..

martedì 29 luglio 2008

Un ponte tra le torri

Fonte: Corriere della Sera

NAIROBI (KENYA) - Lo chiamano già « Il ponte del secolo» e, se sarà realizzato, batterà tutti i Guinness dei primati collegando le coste di Gibuti con quelle dello Yemen. Tareq Mohammed Bin Laden, principale azionista del Saudi Bin Laden Group e fratellastro del ben più conosciuto califfo del terrore, Osama, ha fatto la spola più volte nelle ultime settimane tra le due sponde dello stretto di Bab El Mandeb («Porta delle Lacrime») per avere dai presidenti dei due Paesi l'adesione alla sua grandiosa idea. Ora ha ottenuto l'ok. Il progetto del ponte è stato affidato alla società Middle East Development, sempre del gruppo Bin Laden, ed è quasi pronto, ma i dettagli sono segreti. Si sa solo che sarà sospeso, con un'autostrada e una ferrovia e, ai punti di partenza sulla terraferma, due agglomerati urbani di lusso. Il solo viadotto costerà tra i 10 e i 20 miliardi di dollari a seconda del disegno, del piano di lavoro e dei finanziamenti, mentre il progetto nel suo complesso potrebbe arrivare a 50. Per l'opera saranno necessari dai 7 ai 9 anni. Potranno passare da una sponda all'altra 100 mila auto al giorno e 50 mila viaggiatori in treno. Lo stretto di Bab El Mandeb, che separa l'Africa dall'Asia, misura nel punto in cui la distanza è minore — tra Ras Siyan, in Gibuti, e Ras Manhe-li, in Yemen — 27,4 chilometri. L'isola di Perim lo divide in due canali: quello orientale, Bab Iskender («stretto di Alessandro ») è largo più o meno tre chilometri e profondo 30 metri. Quello occidentale, Dact El Mayun, è largo poco meno di 25 chilometri e arriva a toccare la profondità di 310 metri.
Il nome dello stretto deriva dalla difficoltà che incontrano le navi per superarlo, ma qualcuno sostiene che provenga dalle lacrime versate quando un terremoto separò l'Asia dall'Africa. È uno dei tratti di mare più trafficati del mondo e non solo ora, giacché fa parte delle rotte del petrolio, ma da sempre. Secondo gli antropologi — che hanno compiuto studi sul Dna — da lì passò la prima migrazione degli umani che, comparsi in Africa più o meno 80 mila anni fa, si dispersero in tutto il mondo. La fase uno del progetto contempla la costruzione dalla costa yemenita all'isola di Perim e prevede anche una sorta di marciapiede mobile per consentire il passaggio dei pedoni; la seconda il salto verso Gibuti.

Tareq Mohammed Bin Laden ha coinvolto nel progetto ricchi finanziatori e ha già trovato negli Stati Uniti un gruppo di partner pronti a entrare nell'operazione. La società Noor City Development Corporation (Ncdc) di Napa Valley, in California (il cui presidente è un americano di origine kuwaitiana, Tarif E. Ayyad), afferma nel suo sito di essersi aggiudicata il ruolo di agente esclusivo per pianificare, costruire e gestire l'opera.
Secondo la rivista Africa Intelligence, tra le persone coinvolte nell'operazione ci sarebbero due ex membri dell'amministrazione americana: Gordon Humphrey, ora presidente dello Humphrey Group International e all'inizio degli anni '80 consigliere speciale del sottosegretario al Commercio; James Smith, un ex funzionario del Dipartimento dei Trasporti e, nel 1981, fondatore della società di pubbliche relazioni Smith Dawson & Andrews; e un ex consulente del governo americano, Daniel R. Richardson. Il compito principale della Noor è reclutare finanziamenti e appoggi politici in America, anche per evitare che qualcuno in seno all'amministrazione Usa possa avanzare riserve sull'operazione. La società di Tarif Ayyad ha quindi reclutato l'avvocato californiano John Connolly per contattare gli investitori potenziali. Con la sua «campagna americana » il fratellastro dell'uomo più ricercato del pianeta si è circondato di alcuni consiglieri potenti e rispettati, come Donald A. Simon, direttore generale dell'American Aeromedical Services Corporation. Reclutati nella squadra anche Angela Santos, influente giornalista brasiliana e l'ingegnere turco Salmeh Elkutup. Curiosità finale. Delle pubbliche relazioni si occuperà la fondatrice in Francia dell'agenzia Click (filiale della Click di New York) specializzata in sfilate di moda: Gisèle Attias Bonnouvrier.

mercoledì 18 giugno 2008

Internet ? Roba da stupidi ..



Il web inebetisce. L’uso assiduo di Internet dissolve le migliori energie intellettuali, fino a omogeneizzare la mente come se fosse un budino.

Ne è convinto Nicholas Carr, che ha dato alle stampe The Big Switch: Rewiring the World form Edison to Google, un saggio, in cui l’autore ha fatto da cavia personale, smanettando sulla Rete e confermando analoghe teorie della neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston. Il periodico Atlantic Monthly ha ripreso il volume, strombazzandolo con una copertina dal titolo inequivocabile: “Google ci sta rendendo stupidi?”.

Sul banco degli imputati Internet come veicolo della massificazione, “sempre di più il nostro unico cordone ombelicale col mondo delle informazioni, al tempo stesso mappa, orologio, giornale, macchina da scrivere, calcolatore, telefono, radio e tv, si legge nel testo. "Quando la rete assorbe un medium, questo viene ricreato ad immagine e somiglianza della rete (…)", sentenzia Carr. "Il risultato è di disperdere la nostra attenzione e diluire la nostra concentrazione". L’abitudine alla lettura si sta estinguendo.

Ormai si utilizzano i libri quasi fossero sedativi. Un sonnifero da assumere a piccole dosi, considerate le difficoltà dell'uomo medio a soffermarsi più di qualche minuto su una pagina. È illuminante l’ammissione del premio Pulitzer Leonard Pitts: “scopro di non essere il solo che sta perdendo l’abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura a piccoli blocchi. Avevo un libro d recenisre in poco tempo. È stata una faticaccia”.

In fondo è una parte di una profezia che si autoavvera. Sergey Brin, fondatore insieme a Larry Page del motore di ricerca più cliccato al mondo, aveva preconizzato un futuro cyborg nel quale la gente andrà in giro con un microchip di Google inserito all'interno della scatola cranica. Il gigante californiano sarebbe artefice di questa mutazione antropologica. Formatterebbe le menti, organizzando la conoscenza secondo operazioni meccaniche, assimilabili alle azioni degli operai nella catena di montaggio. La neocivilizzazione digitale sta producendo un analfabetismo di ritorno, una “dotta ignoranza” capace di alterare alcuni processi cognitivi e frantumare la capacità di concentrazione. Non sono critiche del tutto inedite. Facendo una comparazione ardita anche l'invenzione della stampa da parte di Gutenberg venne avversata come la peste. I disturbi da dipendenza, le ossessioni complusive e i disagi maniacali degli internauti, l'alienazione da chat addict si moltiplicano. Effetti nefasti dell’egemonia culturale del World Wide Web.

C’è da chiedersi soltanto se i rischi di una lobotomizzazione cerebrale di massa siano fondati o ci sia un allarmismo di tipo orwelliano nelle previsioni di Carr?

sabato 31 maggio 2008

venerdì 30 maggio 2008

Ignazio Jouer



Era il 1981 e la sigla del Festival di Sanremo di quell'anno, Gioca Jouer, diventa un tormentone ed un successo commerciale incredibile, tanto, anzi più del vincitore della manifestazione canora. Il conduttore di quell'edizione, nonché co-autore e interprete di quella canzone era Claudio Cecchetto. Lo stesso che, qualche anno dopo, in qualità di fondatore e direttore artistico di Radio DeeJay scoprirà il talento incontenibile di Fiorello. E oggi Fiorello, con la complicità dell'inseparabile Baldini, in una sorta di parodia-omaggio al suo mentore ed amico unito ad una delle sue migliori imitazioni, lancia Ignazio Jouer dai microfoni di Radio 2. Le parole sono diverse, molto diverse, ma la musica è la stessa e, c'è da scommetterci, il destino di tormentone del brano anche.



Il testo di Ignazio Jouer
One, two, three, four, five, six, seven, eight!
Bombardare / Cingolato / Autoblindo / Napalm / Marciare / Anfibio / Mitragliatore / Torpediniere / Macho / Peli nel petto / Ascella sudata / Acquaragia / Mutande Ragno / Alabarda / Mennen, il mio dopobarba preferito!/ Superignazio! - Ok ragazzi ora cerchiamo di farlo più da uomo / Ricordatevi di mettervi sempre le Mutande Ragno / Cotone fuori Lana di vetro sulla pelle! / E gli anfibi vanno messi senza calze a callo vivo!! In marcia!! Ignazio Jouer! Paracarro / Filo Spinato/ Mitragliatore / Olio di Ricino / Benzina Agricola /Manganello / Mototrebbia / Pigiama Mimetico / Macho / Cotenna di maiale / Sugna sui capelli / Giugulare / Pennello Cinghiale / Piramidone / Prestigiacomo / Digiamolo / (Anzi) Digetevelo / Superignazio! Ok ragazzi, ora ancora più da uomo!! / i peli del petto si strappano ogni due battute / Se riuscirete a farlo, d’ora in poi / sarete dei veri uomini proprio come me / e sarete dei veri seguaci di / Ignazio Jouer!! / Digiamolo (Anzi) Digetevelo! / Ignazio Jouer! / Sono Ignazio / Ho fame di Comunisti / Fassino dove sei che ti mangio come un grissino / Bertinotti dove sei? / E dov’è l’unico comunista con un nome da uomo: Veltroni!

mercoledì 28 maggio 2008

Temi " scottanti "

Il caldo non c’entra. Sono dolose, dice la polizia, le fiamme che hanno, di nuovo, aggredito un campo rom nel quartiere di Ponticelli, a Napoli. Vuoto fortunatamente: i nomadi se ne sono andati da giorni. Fuggiti da questo rione popolare della periferia est del capoluogo partenopeo. Praticamente costretti a disperdersi sul territorio dalla rabbia della popolazione che aveva attaccato le loro baracche, armandosi di molotov spranghe e sassi, dopo il tentato rapimento di una bimba di pochi mesi da parte di una ragazzina rom, poi arrestata.

Quello andato in fiamme è il campo di via Virginia Woolf e nei mesi scorsi aveva dato rifugio a una settantina di Rom: era uno dei pochi dell’area a non aver subito agguati incendiari, nei giorni della rivolta di Ponticelli. Le fiamme avrebbero distrutto soltanto una piccola parte dell’insediamento: nel mirino sono finite, ancora una volta, le baracche abbandonate, dove i nomadi avevano lasciato vestiti ed effetti personali. Il campo, uno dei sette presenti nel quartiere della periferia est di Napoli, si trova su un terreno di proprietà privata che appartiene a una società.

Continuano quindi gli episodi di intolleranza nei confronti dei nomadi, già al centro di polemiche politiche, di dibattiti e richiami in sede europea. Episodi gravi che tuttavia non vengono da tutti rigettati, rifiutati e condannati. Anzi, qualcuno lo ha anche scritto, disegnato e ribadito:

“La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom di Ponticelli”. In alcuni casi, a quei raid, hanno anche preso parte. Sono gli alunni, di età tra i 9 anni e gli 11 anni, proprio del quartiere a dire: “Non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto incendiare i loro campi”.

Che siano pochi o molti ad averlo scritto nei temi, dice Mariano Coppola, il vicepreside della scuola coinvolta, l’istituto comprensivo San Giovanni Bosco, “poco importa, è grave anche se è stato uno solo ad averlo detto”. Contro le baracche dei nomadi furono lanciate molotov, pietre, insulti. Fino a quando i rom non se ne andarono. “Dietro le frasi dei nostri alunni, ci sono gli adulti, le famiglie” dice il vicepreside “i ragazzi hanno raccontato di aver preso parte a quei raid e, dopo tutto quello che hanno visto, hanno anche ribadito la loro posizione”.



I testi e i disegni dei piccoli studenti del quartiere napoletano “Non siamo razzisti, ma se vogliono restare qui, non devono rubare e devono lavorare” “I bambini rubati li usano per l’elemosina o per il trapianto degli organi”.

Ci risiamo ..

fonte " Corriere dell Sera "

ROMA - Quattro giovani medicati al pronto soccorso. Sei persone fermate e poi arrestate. Un'auto distrutta. E poi accuse reciproche e polemiche politiche. È il bilancio degli scontri avvenuti all'esterno dell'Università "La Sapienza" di Roma tra militanti di estrema destra e giovani dei collettivi universitari. Un episodio legato alla revoca dell'autorizzazione a svolgere nella facoltà di Lettere un convegno sulle foibe organizzato da Forza Nuova.



«È stata un'aggressione fascista» raccontano gli studenti dei collettivi di sinistra. La replica: «Gli aggressori siete voi». Per far luce sull'accaduto, il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, ha chiesto al rettore una «relazione». Ma a chiarire le responsabilità degli incidenti potrebbe contribuire una fotografia scattata al momento degli scontri.



FERITI - Dopo i disordini, quattro ragazzi sono stati medicati al Policlinico Umberto I di Roma e poi dimessi «con prognosi da 5 a 20 giorni». In seguito alla rissa uno di loro ha riportato la lesione della spalla, altri due ferite alla testa, uno è rimasto contuso.



ARRESTATI - Tra le sei persone arrestate, due fanno parte dei collettivi universitari di sinistra e sono Emiliano Marini e Giuseppe Mercuri. Gli altri quattro appartengono a movimenti di estrema destra: tra loro c'è anche Martin Avaro, esponente romano di Forza Nuova (tra i protagonisti del documentario "Nazirock"). Con lui è stato arrestato anche un altro militante di Fn, Andrea Fiorucci di 21 anni. Saranno processati mercoledì mattina nelle aule del Tribunale di Piazzale Clodio.



I COLLETTIVI - «È stata un'aggressione premeditata e a freddo, da parte di militanti e attivisti di Forza Nuova» raccontano gli studenti del coordinamento dei collettivi studenteschi. «Erano a volto scoperto, tutti ultraquarantenni, armati di spranghe e coltelli. Hanno aggredito una decina di studenti che attaccavano manifesti in cui si annunciava un'assemblea pubblica contro i nuovi fascismi». Uno degli studenti coinvolti racconta: «Avevano anche le mazze chiodate. Eravamo una decina, di cui 6 ragazze, e stavamo facendo attacchinaggio. Sono andati avanti per circa 15 minuti, senza che nessuno potesse intervenire. Noi abbiamo cercato di difenderci, ma sembravano delle bestie».



FORZA NUOVA - Dal canto suo, Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, rovescia le accuse: «Sono stati i militanti di Forza Nuova ad essere aggrediti dai giovani dei collettivi dell’Università La Sapienza, e non il contrario». Fiore afferma di avere ancora «notizie frammentarie», perché «non si capisce bene che è successo», ma spiega che «i dati oggettivi sono che dei giovani di Forza Nuova che stavano attaccando manifesti fuori l'Università sono stati aggrediti: infatti due di loro sono all'ospedale e una loro macchina è stata distrutta». «Dalla sinistra dopo l'arroganza culturale di voler negare un convegno sulle foibe dopo che loro ne avevano tenuto uno - conclude Fiore - arriva l'arroganza fisica, quella che vuole mantenere all'Università una presenza egemone».



LE REAZIONI - Il sindaco, Gianni Alemanno, ha condannato l'episodio: «Le violenze a Roma sono da condannare senza alcun attenuante. Ci sono in giro degli imbecilli pericolosi che vanno isolati. L'università La Sapienza non può essere luogo di scontro e di violenza politica». Per il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, «è quotidiana la conferma di un clima di intolleranza che in questa città sta assumendo caratteristiche inquietanti. L'aggressione all'Università La Sapienza è un fatto da condannare con fermezza, per allontanare lo spettro di un clima di cui non possiamo consentire il ritorno». E il ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini ha chiesto al rettore della Sapienza una «relazione» sui fatti accaduti nell'ateneo.

martedì 27 maggio 2008

Concedere la grazia alla Franzoni ?



A chiederla è 'Liberazione' che, in un editoriale, non prende posizione nel merito della vicenda, ma fa prevalere il "sentimento della pietà", del quale "non bisogna vergognarsi". Il quotidiano di Rifondazione comunista si rivolge al guardasigilli, Angelino Alfano, perché istruisca la pratica per la grazia alla 'mamma di Cogne'. E al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, di controfirmarla. Esprimi la tua opinione.

Vini da Oscar a Squisito!



Buongiorno amici, questo week end sarà dedicato agli amici di Sanpa, in occasione della non stop dal 30 Maggio al 2 Giugno della quinta edizione di 'Squisito!', la manifestazsione internazionale dedicata ai cultori del buon gusto e del mangiarbene.

Con Paola e una troupe romana partiremo Venerdi alla volta di Rimini, per seguire l'intero arco dell'evento, girarne le immagini, e studiare la musica adatta al montaggio della clip che io ed Angelo realizzeremo e che sarà diffusa in tutto il mondo.



Chef stellati ed esperti, giornalisti e gourmet si ritrovano ogni anno per definire la cucina contemporanea e tracciare una mappa del gusto che supera i confini nazionali. Oltre ai protagonisti della grande cucina, Squisito ospita anche incontri e tavole rotonde al fine di stimolare una riflessione sulle possibilità di formazione offerte dal settore enogastronomico. In particolare per quanto riguarda la fascia giovanile che racchiude anche i ragazzi al termine del percorso di recupero in comunità.

Squisito è un contenitore poliedrico in cui confluiscono workshop mirati, esperienze sensoriali particolari, gustosi assaggi e degustazioni di prodotti eccellenti. Una vera e propria festa del palato. Condotta dai più grandi esperti del settore e gestita con cura e passione dai ragazzi della comunità di San Patrignano.



Quella del 2008 sarà un’edizione da Oscar. Da Oscar del vino, per la precisione.

Domenica 1 giugno, infatti, la grande sala da pranzo della comunità ospiterà la cerimonia di consegna del Premio Internazionale del Vino ’08, un evento di prestigio particolarmente atteso dai professionisti e dagli appassionati del settore. Un’iniziativa che l’Associazione Italiana Sommeliers e la rivista Bibenda hanno voluto associare, per la prima volta nella sua storia, ad un altro evento enogastronomico, collocandolo all’interno del programma di Squisito!.

I vini migliori, gli enologi più talentuosi, i sommeliers più qualificati, le cantine più blasonate e quelle emergenti si mettono in gioco per aggiudicarsi un riconoscimento tra i più ambiti.



Sarà ancora una volta Antonella Clerici a presentare un evento che farà di San Patrignano quello che Milano è per la moda e quel che Los Angeles rappresenta per il cinema. La cerimonia di premiazione, a partire dalle ore 16, sarà seguita dalla degustazione delle 24 etichette in gara tra vini bianchi, rosati e rossi, vini dolci, bollicine e vini stranieri.

lunedì 26 maggio 2008

Felicità islandese



Un nuovo studio rivaluta la "terra dei ghiacci". E cronisti e studiosi di tutto il mondo s'interrogano sul segreto del vivere bene.

La ricchezza di un Paese non è tutto. Mentre si discute dell’attendibilità del Prodotto interno lordo quale indicatore della qualità della vita, una nuova approfondita ricerca ha cercato di capire dove si può trovare la felicità e, a sorpresa, si è scoperto che è nella freddissima Islanda.

Lo studio, condotto da Andrew Leigh dell’Australian National University e da Justin Wolfers della Wharton University (Pennsylvania), oltre al Pil ha preso in considerazione altri rivelatori di benessere, in totale ben 24, come l’aspettative di vita, l’educazione e gli standard di vita, il livello dei suoi artisti ..

Bjork- Joga

sabato 24 maggio 2008

Marco Tullio Giordana: «Cinema impegnato? No grazie, meglio raccontare storie»

Dal Secolo d'Italia di sabato 24 maggio 2008
«Dobbiamo avere il coraggio di raccontare verità storiche senza i paraocchi delle ideologie». Marco Tullio Giordana ne ha combinata un’altra (pellicola) delle sue. Da buon artigiano della macchina da presa, ha afferrato il Novecento – la sua materia prima preferita – l’ha impastato con i colori dei destini individuali dei protagonisti e l’ha restituito con immagini come sempre suggestive. Fedele alla realtà dei fatti ma senza rinunciare alla giusta dose di melodramma. Senza incedere nell’antiretorica di maniera di certi giovani registi e soprattutto guardandosi bene dall’emettere sentenze. «Come spettatore – ha detto il regista milanese, classe 1950 – mi sento infastidito quando un film cerca di sostenere una tesi. Spesso il mio viene definito come un esempio di cinema civile, ma è una definizione che mette subito in allarme, come se fosse strumento dell’ideologia. Per me, invece, il cinema deve essere esattamente il contrario: il cinema apre la finestra sul mondo e l’ideologia la restringe».
Ne è venuto fuori Sanguepazzo, il film che racconta la parabola di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (ben interpretati da Luca Zingaretti e Monica Bellucci), le star del cinema “fascista” assassinate a Milano dai partigiani, ai quali si erano consegnati spontaneamente. Si erano conosciuti sul set di Un’avventura di Salvator Rosa di Alessandro Blasetti e da lì era nato il sodalizio professionale e sentimentale che li unì fino a quel 30 aprile del 1945, cinque giorni dopo la Liberazione e all’indomani di Piazzale Loreto, quando pagarono l’imperdonabile colpa di aver prestato la loro popolarità a un fascismo agonizzante.
Presentato fuori concorso al festival di Cannes nei giorni scorsi (dove ha raccolto dieci minuti di applausi), il film è da ieri nelle sale e verrà trasmesso da Raiuno dopo l’estate. Ma non tutti hanno aspettato di vederlo per… stroncarlo. Non che Giordana non se lo aspettasse. Da più di vent’anni cercava di realizzarlo, trovando solo porte chiuse. «Subito dopo Maledetti vi amerò, il mio primo film del 1980, mi resi conto che le difficoltà erano enormi, non si trovavano finanziatori, c’era grande imbarazzo da parte di chi aveva militato nella Resistenza e mi impressionava la rimozione della vicenda di due figure un tempo così popolari. Immagino già quelli che scriveranno: non ho visto il film, però…».
Del resto, già Maledetti vi amerò, sua pellicola d'esordio, aveva lasciato il segno. Quel film che riprendeva nel titolo uno dei tanti slogan a effetto del '68, fotografava nel 1980 lo scenario del nuovo decennio in arrivo: crisi pre-reflusso, bisogno esistenziale di superare le ideologie totalizzanti, esigenza diffusa di cancellare i postulati sui quali erano vissute, con risultati drammatici, le generazioni degli anni Settanta. In una frase la chiave del film: «Ne uccide più la depressione che la repressione».
E Maledetti vi amerò si sviluppava attraverso le macerie politiche ed esistenziali scaturite dal decennio di piombo, nel quale si avventura Svitol - il protagonista interpretato da Flavio Bucci - che tornava in Italia dopo anni di permanenza in America Latina. Ad avvertirlo che clima politico e sensibilità collettiva sono radicalmente cambiati durante la sua assenza, ci pensa un commissario di polizia: «Delle tue fottutissime opinioni non ne resta in piedi neanche una». E Svitol ha modo di accorgersene ritrovando le amicizie di un tempo. Chi dirige un negozio di moda, chi ha rilevato l'azienda paterna diventando un grosso imprenditore, chi si dedica alle filosofie orientali e chi è morto stroncato da un'overdose. E c'è anche l'ex partigiano che del proprio passato ricorda solo - quasi un'anticipazione del revisionismo che verrà - la "ferocia" che la sua banda esercitò verso i giovani repubblichini. Delle certezze ideologiche di un tempo rimangono solo esercitazioni salottiere condite di semantica: come la classificazione di ciò che è di destra e ciò che è di sinistra. Nella quale, a sorpresa, tra l'altro Marx tra le cose di destra e Pasolini tra quelle di sinistra. E poi: «Il tè è di sinistra, il caffé è di destra, i preliminari di sinistra e il coito di destra, la doccia di sinistra, il bagno di destra, Di Vittorio di sinistra e Lama di destra...».
E da allora Giordana si è sempre mantenuto su quella linea. Eppure, adesso, il regista, portato in trionfo per oltre due decenni dall’intellighenzia di sinistra per (bellissimi) film come I cento passi e La meglio gioventù, improvvisamente s’è trovato sotto il fuoco amico di chi ancora pensa, evidentemente, che l’unico fascista buono sia quello morto. Prendersi la briga di smascherare l’ennesima leggenda – quella di un Valenti torturatore dei partigiani (con la complicità della Ferida, intenta a ballare durante le sevizie) – deve aver dato fastidio a molti: «Se un film come il mio tocca un nervo scoperto è perché in Italia rimane un’inerzia da guerra civile. Mi dispiace se qualcuno si offende, ma lo considero un atteggiamento residuale, lontano, non moderno, il perseverare nello stesso atteggiamento sbagliato di allora».
Ancora più duro è il regista e sceneggiatore Piero Vivarelli (classe 1927), paroliere di canzoni cult come 24mila baci e Il tuo bacio è come un rock. Alle spalle una lunghissima militanza nel Partito Comunista ma soprattutto ex parà della X Mas e, come tale, testimone oculare di tanti fatti. «Valenti non fu mai un aguzzino – sostiene con forza – parlava alla perfezione cinque lingue e curava le pubbliche relazioni della X Mas. Noi fondamentalmente vivevamo di contrabbando e il ricavato serviva a renderci indipendenti dai tedeschi e da Salò. Capitava che le segnalazioni su depositi di pellicce e oro venissero dalle formazioni Matteotti e parte del ricavato spettava a chi segnalava: diciamo pure che siamo stati i primi a versare tangenti ai socialisti…».
Perché Valenti era sì un “sanguepazzo”, «un modo di dire siciliano – ha spiegato il regista – che indica uno spirito indisciplinato, incontrollabile, una testa calda», ma non un criminale. L’attore – «Sandokan per gli amici perché era un corsaro della vita» – tutto era meno che un fanatico. Ribelle e narcisista, arrogante e vulnerabile, era, semmai, un anarcoide inviso al regime, mai iscritto al fascismo, che aveva trovato nel principe Borghese un irregolare della medesima pasta. Aderì alla Rsi quasi per ripicca nei confronti di chi, superfascista fino al giorno prima, non aveva esitato un attimo a salire sul carro dei nuovi vincitori. Luisa Ferida, all’anagrafe Luigia Manfrini Farnè, aveva debuttato giovanissima con una compagnia teatrale e si era innamorata perdutamente del collega di qualche anno più grande. Bella, sensuale, resa in maniera un po’ caricaturale nel film: a Cannes ha fatto parlare molto la scena del bacio saffico con la meno nota Lavinia Longhi nel ruolo della compagna di Pietro Koch.
«Non ci sono né prove né testimonianze che i due partecipassero alle violenze – ha detto Giordana – né ai rastrellamenti né alle torture». Tanto che nella scena finale Luigi Lo Cascio, nei panni del partigiano Vero, esecutore della sentenza del Cnl, dopo aver sparato ai due protagonisti, s’interroga: «Abbiamo fatto giustizia?». «No, non fu un atto di giustiza – si risponde Giordana –l’attrice fu scagionata dalle accuse da un tribunale e sua madre ricevette per questo un assegno in quanto vittima di guerra. E nessuno ha mai potuto dimostrare la colpevolezza di Osvaldo».
Una pietas che Giordana ha usato anche nel raccontare – nel 1984 – un altro “fascista”: Umberto Orsini, commissario dell’Ufficio politico di Milano durante la repubblica di Salò, protagonista di Notti e nebbie, romanzo di Carlo Castellaneta. «Sembrò strano che io facessi un film come quello, ma mi ha sempre appassionato quel periodo, più Tiro al piccione di Montaldo che non Il Conformista di Bertolucci. Ricordo la saccenza e la sbrigatività di certa critica. Non è stato facile, per chi volesse rendere testimonianza contro l’amnesia generale». Già, occorreva dimenticare l’impazzimento di un paese attraversato da vendette e assassini indiscriminati mossi da motivazioni poco “politiche”. «Definire un film con l'aggettivo politico – conferma Giordana – vuol dire ammazzarlo in partenza». Sbagliano gli attori che mettono la propria arte al servizio della politica. «Dobbiamo occuparci anche e soprattutto della vita, dell’amore, delle cose che ci incantano e ci rendono la vita piacevole. Tutto questo per un lungo periodo non è stato possibile per una forma di autocensura, mentre l’artista deve essere libero di raccontare la sua società». E Giordana l’ha raccontata affollando i suoi film con una galleria di personaggi che attraversano la storia – anzi la Storia – con il coraggio e a volte l’impudenza di chi vuole cambiare, lasciare il segno, non farsi cambiare e piegare dai conformismi, di qualsiasi segno siano.
Nel 1995 realizza Pasolini, un delitto italiano (soggetto di Enzo Siciliano). Nel 2000 vince un David di Donatello per la sceneggiatura de I cento passi, uno dei suoi film più intensi. Sono solo cento sono i passi che – a Cinisi, in provincia di Palermo – separano la casa della famiglia Impastato da quella del potente boss Tano Badalamenti. Ma il giovane Giuseppe (Peppino) Impastato, malgrado sia figlio di mafioso, rifiuta i vantaggi che pure gli offrirebbe quel destino: con alcuni amici fonda un giornale di militanza antimafiosa sul quale titola a tutta pagina “La mafia è una montagna di merda”, un circolo di musica e cultura e soprattutto Radio Aut, una radio di denuncia quotidiana contro i malaffari della mafia, abusivismo e corruzione. Ce n’è per tutti, l’arma è quella “settantasettina” dell’ironia, quella che mette in gioco la vita di chi la esercita. Niente a che vedere con quelle che Giordana liquida «le polemiche pubblicitarie contro la casta» utili soprattutto a vendere libri.
Cinisi diventa “mafiopoli” e Gaetano Badalamenti diventa “Tano Seduto”. La gente si appassiona alle battaglie di questo Don Chisciotte, fisicamente minuto ma dotato di inarrestabile energia. A nulla servirà il tentativo del padre di salvargli la vita. Il vecchio Impastato andrà sino in America a chiedere ai boss di perdonare quel figlio ribelle. Pagheranno entrambi, a distanza di un anno. Peppino seguirà il padre nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro, evento – quest’ultimo – che catturerà la grande opinione pubblica lasciando poco più di qualche trafiletto sui quotidiani nazionali alla morte (presentata prima come incidente sul lavoro e successivamente come suicidio) di Impastato, appena trentenne. La realtà verrà fuori dopo: è stato fatto saltare in aria dalla mafia sulle rotaie della ferrovia Palermo-Trapani. «Prima del film – hanno detto i familiari – Peppino era un patrimonio solo nostro, ora, con I cento passi, è diventato di tutti». E proprio in questi giorni, a trent’anni dalla sua morte, l’editore Rubbettino ha mandato in libreria Peppino Impastato. Una vita contro la mafia (pp. 318, euro 15) di Salvo Vitale, amico carissimo di Peppino e compagno di lotte in una Cinisi ammutolita dal terrore. Nel bellissimo libro – cui è allegato un audio CD che raccoglie le registrazioni a Radio Aut dei discorsi antimafia di questo eroe – ne viene ricostruita la figura irregolare quanto scomoda, l’esempio quanto mai attuale in una guerra che non è stata vinta.
Nel 2003 Giordana si ripete con un altro bellissimo film: La meglio gioventù (dal titolo di una raccolta di liriche dell’amato Pasolini ma anche di una vecchia canzone degli alpini). Nel racconto corale, costruito attorno alle vicende della famiglia Carati, il “personale” si intreccia con quarant’anni di storia: dalla metà dei Sessanta fino ai primi del 2000, dall’alluvione di Firenze al Sessantotto, dalla lotta armata a Tangentopoli e al riflusso. Un cast eccezionale. A partire dai fratelli Carati: Matteo (interpretato da Alessio Boni, presente in Sanguepazzo nel ruolo di un regista gay), è di destra – la sceneggiatura ne indica persino le letture preferite: il collabos francese Pierre Drieu La Rochelle – e vivrà con sofferto rigore la contestazione nelle forze dell’ordine; Nicola (Luigi Lo Cascio, il partigiano Vero in Sanguepazzo) è lo studente progressista, tanto onesto da denunciare la moglie terrorista. Solare – «tutto quel che esiste è bello» – e ancora capace di indignazione nei confronti di una società sempre più cinica e senza valori. Diversi eppure complementari. «Era come Achille, coraggioso e triste come lui» così Nicola parla del fratello Matteo – suicidatosi nella notte di capodanno – al nipotino Andrea (il figlio di Matteo, nato dopo la morte del padre). Coraggioso, sì, capace di innamorarsi di una disabile psichica – Giorgia, interpretata da Jasmine Trinca – e di rapirla per sottrarla alla brutalità dell’elettrochoc. Soprattutto Matteo e Nicola hanno una cosa in comune: non si sono limitati a resistere, non si sono fatti da parte, non hanno subito gli eventi. Hanno preso posizione, hanno combattuto. «Almeno finché la carica ribelle non svanisce nella disillusione. C’è chi passa il testimone alla generazione successiva, chi si ferma sfiancato, il film racconta anche questo – ha spiegato Giordana – è l’istantanea di una generazione contraddittoria, sognatrice, ingenua e inopportuna, però mai rassegnata». E di gioventù, di destra o di sinistra che sia, ce n’è ancora tanto bisogno perché la strada del cambiamento è ancora molto lunga. E non è – come troppi credono – in discesa.