Altro che ispettore di polizia per
fiction, Pietro Taricone non lo vogliamo sullo schermo, piccolo o grande che sia. Intendiamoci, è bravo. Paradossalmente perché non recita: interpreta

se stesso. Per questo lo vedremmo bene al Viminale. Un ministro dell’interno scamiciato e irregolare. Incazzato e determinato come l’abbiamo ritrovato in occasione della presentazione de
La nuova Squadra, serie televisiva di successo giunta alla nona stagione ma ridisegnata ex novo per esaltare i tratti da giustiziere sui generis del nostro, finalmente protagonista nei panni – nella divisa, per l’appunto – dell’ispettore Vito Sorrentino. Un Taricone “int

erventista”: «perché la fiction non può limitarsi all’intrattenimento. Spero che decidano presto cosa vogliono fare di questo prodotto, possibilmente facendone un mezzo per dire cose precise, prendere posizioni nette. Il fatto è che noi giriamo tutti i giorni in mezzo a spazzatura e a problemi d'ogni sorta. Perché non approfittare per far conoscere dei veri problemi di Napoli?».
E allora perché no? Taricone ministro. Dal 15 aprile. Del Pdl, naturalmente, ché con questa sinistra buonista e politicamente corretta uno come lui – «idealista di destra per aver letto Nietzsche alla dannunziana» – non ci azzecca niente.
Sì, parliamo proprio dell’ex “guerriero” della prima edizione del Grande Fratello: il reality per eccellenza (chiedendo scusa per l

’ossimoro). Un’esperienza che Pietro non rinnega: «Avevo fatto tanti concorsi per entrare ovunque, in polizia, in Comune, pure un provino per Nino D’Angelo, ma l’unico posto dove mi hanno preso è stato il Grande Fratello». Malgrado molti continuino a ritenerlo un peccato originale. E, come tale, una macchia incancellabile. Chi? «Quelli dello star-system, gli sfigati, i comici di seconda categoria, le soubrettine, quelli che mi boicottano perché temono di dover scendere dall’autobus. Le intellettuali. Le giornaliste. Taricone è molto Italy… Little Italy… non è trandy». Diciamolo chiaramente: brutta bestia, l’invidia. La sua è stata una delle più clamorose esplosioni mediatiche nella storia della tv. Us

cito dalla “casa”, al Maurizio Costanzo Show in versione
Uno contro tutti ottenne un picco d’ascolti di 10 milioni di telespettatori. Un botto. E da perfetto self-made man è stato capace di capitalizzare la popolarità ottenuta senza ridursi a fare l’ospite di professione con tanto di “trenino” a
Buona domenica, imbarazzante limbo dei senza talento nel quale sopravvivono tuttora, sbranandosi a comando per far godere un pubblico annoiato quanto poco esigente, gli altri reduci delle varie edizioni del GF. Consapevole di non avere niente di partic

olare da dire: «Non sono un intellettuale. L’atteggiamento bullesco serviva proprio a questo, a tutelare la mia intelligenza». Possiamo dirlo: tutelata e messa a frutto. Il rischio di fare la fine del marziano di Ennio Flaiano c’era: lasciarsi inghiottire dalla città tentacolare e venirne sputato fuori dopo pochi mesi. E invece no. Da amministratore di condominio e studente svogliato si è fatto scrupoloso imprenditore di se stesso. Dalle prestazioni erotiche a telecamere aperte (che tanto indignarono le femministe) con la concorrente Cristina Plevani (maltrattata dal nostro ma vincitrice di quella prima edizione) ad attore professionista coccolato dai grandi registi. Tanto da vantare già

piccoli ruoli in diverse pellicole importanti:
Il segreto del successo di Massimo Martelli,
Ricordati di me di Gabriele Muccino e
Radio West di Alessandro Valori (sul cui set ha conosciuto la moglie: la bellissima attrice polacca Kasia Smutniak). Più recentemente l’abbiamo visto in
Maradona, la mano de Dios di Marco Risi, in cui interpreta il pusher del campione argentino, e in tv accanto a Alessandro Gassman in
Codice Rosso, fiction sul mondo dei vigili del fuoco. Da «imbucato televisivo», per la felice definizione del giornalista e conduttore televisivo Gianluca Nicoletti, o «figurante di lusso», come si scherniva lui stesso con ruspante autoironia, a espressione compiuta di quelli che Filippo Rossi, coordinatore editoriale della Fondazione FareFuturo – riferendosi esp

ressamente a Taricone – ha chiamato «i nuovi eroi postideologici: non retorici, antimoralisti, sfacciatamente individualisti, buoni ma non buonisti». Vagamente reazionari come il Taricone di oggi, rifugiatosi con la famiglia nella splendida tenuta di Campagnano per «coltivare la terra». Affascinati dalla tradizione ma declinandola nella modernità. Dalla passione per i cavalli a quella per la Triumph Speed Triple, «la stessa mo

to di Tom Cruise in
Mission impossible Two».
«La cultura c’est moi». Del resto così parlò il Zarathustra casertano – palestrato sì, ma di buone letture tutt’altro che convenzionali – strappando il Telegatto 2001 a un indignato Alessandro Cecchi Paone. Singolar tenzone: cultura pop contro cultura alta. «Cosa c’entra la
Macchina del tempo con la cultura? Totò è cultura – comiziava il nostro dichiarando guerra all’establishment televisivo – Cecchi Paone è vecchio. Quei leoni sono dieci anni che stanno lì a ruggì. Quei ghepardi sono sempre gli stessi che inseguono e se magnano sempre la stessa gazzella». Meglio, mille volte meglio, Nietzsche e Mishima, «il superuomo e la via del samurai». Una vera passione, quella per il filosofo tedesco: «Non bisogna pensare al superuomo come a quello muscoloso – sp

iegava ai suoi “coinquilini” – il superuomo era l’uomo che creava valori, anzi creava il ponte tra la bestia e il superuomo». Che poi la filosofia risultasse utile anche per rimorchiare è un altro discorso, non secondario: «Il periodo in cui era di moda fare l’intellettuale sapevo a memoria Hegel, Kant e i filosofi greci. Funzionava. Donna, panta rei, tutto scorre». Ancora: meglio andare a cena con Ezio Greggio che con Michele Santoro. Pillole di quel “Taricone-pensiero” che l’ha reso un personaggio. Eccessivo, a volte troppo sopra le righe, sicuramente viscerale. Si classificò terzo ma dai più venne ritenuto il vincitore morale di quella prima edizione del GF. Tutti a cercarlo facendo zapping con il telecomando

ma lui seppe defilarsi sapientemente da un mondo che aveva deciso di usare senza lasciarsi usare: «La tv ti rende ipocrita. Del resto, basta guardare a questa schifezza di melassa spalmata sui palinsesti. Alla fine siamo in Italia, c’è il Vaticano, il buonismo e compagnia bella. Tutti fanno i buoni, i commossi, pure se dentro hanno un egocentrismo allucinante e ucciderebbero la madre per farsi notare».
E adesso ce lo ritroviamo nella parte tutt’altro che edulcorata dell’ispettore Vito Sorrentino, un buono che però prima ti prende a pugni, poi ragiona. «Uno che crea abbastanza casini, non ha l’elenco delle risposte pronte, è un sano confuso. E vorrei che di lui rimanesse questa profonda confusione, il continuare a porsi delle d

omande. Non mi piacciono quei personaggi che non hanno mai un briciolo di dubbio e hanno in tasca la risoluzione del problema». La squadra è quella dei “Falchi”, barba incolta e, come dicevamo, cazzotto facile. Sempre pronti a saltare su una moto e lanciarsi all’inseguimento dei cattivi. E chissenefrega di perdere tempo a indossare il casco se c’è da combattere contro corrotti e delinquenti. «Perché questo tipo di poliziotto è uno che sta alla pari, è uno che sa attraversare cento vite senza tenersene almeno una, è uno che sa dove mettere gli artigli. Siamo brutti da fare schifo ma funzioniamo. Il falco, infatti, è un vichingo. È quello che decide». Nel ruolo di Sorrentino, Taricone s’è gettato a capofitto. Niente a che vedere con «l’attore istituzionale che in Italia è un impiega

to: oggi è a recitare e domani potrebbe stare a lavorare all’Enel». I suoi modelli di riferimento sono altri: «le performance fisiche come quella di De Niro in
Toro scatenato di Scorsese». Non a caso i suoi miti giovanili sono Bruce Lee, Bud Spencer e Silvester Stallone: «Personaggi importanti nella mia vita. Io avevo gli occhiali a goccia perché ce li aveva Cobra: “Tu sei il male e io la cura”. “Dove la legge si ferma, qui comincio io”».
Praticamente un manifesto politico, quello di Taricone. Pronto per il salto nella grande politica. Esageriamo? Forse. Sicuramente meno di Curzio Maltese, che lo paragonò a Norberto Bobbio. O di Max Biaggi, che per sottolinearne l’autenticità – «è riuscito a usare la propria simpatia trasmettendola al pubblico senza timore, non curandosi di sbagliare verbi o vocaboli, usando il dialetto, che fa parte di se

stesso, della sua cultura e della sua vita» – scomodò persino il mito di Alberto Sordi. Del resto la passione per la politica in Taricone è antica: «Sono cresciuto a pane e politica – ha raccontato – seguendo zio Vittorio di Trasacco nei comizi sin da quando ero un ragazzino». Di destra, senza complessi. «Sì, di destra – ebbe a confessare a Claudio Sabelli Fioretti – la sinistra la vedevo femminea. Candy Candy mi sembrava di sinistra, Goldrake e Big Jim di destra. Fini mi piace, ero innamorato di lui. E di Berlusconi. E poi – concluse

– se a
Porta a Porta ci vanno Alba Parietti e Sabrina Ferilli, pur’io posso parla’ di politica, porca vacca». Già, ma dalle parole bisogna passare ai fatti. Come si diceva un tempo: dalla protesta alla proposta. Di questo ne è convinto: «E poi più se ne parla più si depotenzia l’efficacia di una denuncia, ma questo non succede solo con
Gomorra e l’impegno antimafia, succede anche con l’antipolitica, più va avanti la bizzarria di Beppe Grillo, più perde di efficacia la virulenta e sana reazione dell’antipolitica. Ci sarebbe da andare in giro sulle camionette, bussare porta dopo porta e svegliare tutti». Per ora Taricone sembra concentrato su altro. «Fino a giugno gireremo sei giorni a settimana, per dieci ore al giorno. Ma troverò il tempo per fare anche la fiction di Raiuno
Questo è amore, diretta da Riccardo Milani». La politica aspetterà, il Viminale chissà.