sabato 26 gennaio 2008

La stanza degli specchi

Jimi Hendrix (Seattle 1942-Londra 1970) è apparso come una meteora ma, pur essendo scomparso da tempo, la sua musica e il suo spirito sono ancora ben vivi nei fan di tutto il mondo. Charles R. Cross in questo libro ne racconta la storia, dalla difficile infanzia e adolescenza a Seattle all'incredibile ascesa alla celebrità nella swinging London degli anni Sessanta, fino a Woodstock e agli ultimi giorni. È la storia di una parabola breve quanto significativa, che ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock e della chitarra elettrica, la storia di una vita leggendaria, ricca di eccessi, ma anche la storia di una resistenza ad accettare il proprio ruolo di idolo, nella nostalgia di un'esistenza normale. Cross parla della vita privata e di quella pubblica, della famiglia, degli amori, degli amici, della musica e dei concerti. Ricostruendo il percorso artistico del chitarrista mancino mette in evidenza anche gli aspetti complessi e contraddittori del divo. Basandosi su documenti spesso inediti, su lettere private e sulle interviste a quanti lo conobbero bene, scrive una biografia su una delle più longeve leggende musicali. In appendice le foto dell'archivio privato della famiglia Hendrix.



La stanza degli specchi. Jimi Hendrix: la vita, i sogni, gli incubi
Cross Charles R.
€ 13,50


"Jimi, come nessun altro, sapeva aprire, anzi spalancare, le porte della percezione, aveva la capacità di sgranare, un accordo dopo l'altro, la sua smisurata preghiera di rock, di blues, di psichedelia: ogni volta un viaggio fuori dal mondo, un cocktail paralizzante, o euforizzante, per chiunque ne venisse a contatto. La chitarra, la sua fedele Fender Stratocaster, come specchio dell'anima, l'appuntamento con il dio della musica, confronto a quattrocchi, rinnovato ogni sera che saliva su un palco." (dalla prefazione di Enzo Gentile)

venerdì 25 gennaio 2008

Listening to .. Logic

Post notturno per chiudere questa giornata frenetica ma produttiva


in compagnia del Maestro


e di Logic Pro Tools ..

B U O N A S E R A T A A T U T T I

Comincia un nuovo giorno

Buongiorno amici. Ovunque voi siate, qualunque cosa facciate, vi auguro una splendida giornata. Questa mattina la sveglia è suonata all'alba. Direzione Fiumicino, poi rientro a casa. Anche questo di' si prospetta limpido e radioso nella capitale, ed io che sono metereopatico ho il sorriso stampato in volto dal primo minuto in cui ho aperto gli occhi. Oggi è VenerDio, come direbbe qualcuno, quindi si prospetta una due giorni di sound per molti di noi. Che ne dite allora di iniziare con Trentemøller ? Vibesss ..

Moan
Trentemøller: Moan

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giovedì 24 gennaio 2008

Gustavo Rol

«Vive a Torino il dott. Gustavo Adolfo Rol, un sensitivo capace di imprese che non hanno nulla di normale e che è impossibile interpretare. È in grado perfino di fare viaggi nel tempo, di conversare con entità che hanno raggiunto l'oltretomba da secoli o di far piombare in un salotto col belato della capra anche il suo campanaccio. Un busto di marmo pesantissimo, senza che nessuno si muovesse, passò da un caminetto al centro di un desco». Così il giornalista e scrittore Enzo Biagi nel suo libro E tu lo sai? (Rizzoli, 1978) descrive la straordinaria figura di Gustavo Rol.

Chi era veramente? Lo hanno definito sensitivo, medium, mago, indovino e molto altro ancora. Egli però rifiutava di essere incluso in una qualsiasi di queste categorie. Così rispondeva al giornalista Renzo Allegri, autore della prima monografia su di lui, all'epoca di un inchiesta sul paranormale (1977) svolta per il settimanale Gente:

«Ma è sicuro che io sia importante per la sua inchiesta? Io sono una persona qualsiasi. Non ho niente a che vedere con i medium, i guaritori, gli spiritisti che lei intervista. Quello è un mondo lontano dalla mia mentalità. I miei modesti esperimenti fanno parte della scienza. Sono cose che in un futuro tutti gli uomini potranno realizzare».

In una lettera inviata al quotidiano La Stampa di Torino e pubblicata il 3 settembre 1978, Rol scrive:

«Ho sempre protestato di non essere un sensitivo, un veggente, medium, taumaturgo o altro del genere. È tutto un mondo, quello della Parapsicologia, al quale non appartengo anche se vi ho incontrato persone veramente degne ed animate da intenzioni nobilissime. Troppo si scrive su di me e molti che l'hanno fatto possono dire che mi sono lamentato che si pubblichi una vasta gamma di fenomeni e mai ciò che esprimo nel tentativo di dare una spiegazione a queste cose indagando su come e perché si producono certi meravigliosi eventi».

Così risponde Rol al giornalista Remo Lugli:

«Non credo di essere un medium nel senso letterale della parola e neppure un sensitivo. Forse posseggo doti di una intuizione profonda ed istintiva, e di questo mi sono accorto fin da quando ero ragazzo».

Dino Buzzati, noto giornalista e scrittore italiano del '900, ha conosciuto bene Rol, e nel suo libro I misteri d'Italia (1978) racconta diversi episodi e aneddoti. Dice Rol:

«Non sono un mago. Non credo nella magia... Tutto quello che io sono e faccio viene di là [e indicava il cielo], noi tutti siamo una parte di Dio... E a chi mi domanda perché faccio certi esperimenti, rispondo: li faccio proprio a confermare la presenza di Dio... ».

Così Buzzati descrive Rol:

«Colpisce in Rol, che a sessantadue anni ne dimostra almeno dieci di meno, una vitalità straordinaria, e gioiosa. Insisto sulla serenità e l'allegrezza che ne emanano. Qualcosa di benefico si irraggia sugli altri. È questa la caratteristica immancabile, almeno secondo la mia esperienza dei rari uomini arrivati, col superamento di se stessi, a un alto livello spirituale, e di conseguenza all'autentica bontà. In quanto alla faccia, descriverla è difficile. Qualcuno l'ha definita da 'bon vivant'. Non è vero. Potrebbe essere quella di un guru indiano. Ma potrebbe anche appartenere a un chirurgo, a un vescovo, a un tenero bambino. Ci si aspetta una maschera impressionante e magnetica. Niente di questo. Ciò che sta dietro a quella fronte, almeno a prima vista, non traspare».

Anche il dott. Massimo Inardi, studioso di parapsicologia, sul quotidiano di Bologna Il Resto del Carlino del 10 giugno 1975, dà una interessante descrizione:

«Stando vicino a Rol... si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un essere che di umano ha solo l'aspetto fisico e il comportamento, nonché il cuore: tutto il resto pare andare al di là di ogni concezione terrena delle possibilità umane».

Federico Fellini, noto regista italiano vincitore di cinque premi oscar (autore de La Dolce Vita) è stato un grande amico di Rol. Nel suo libro Fare un film, (1983), ne dà questo ritratto:

«Ciò che fa Rol è talmente meraviglioso che diventa normale; insomma, c'è un limite allo stupore. Infatti le cose che fa, lui le chiama 'giochi', nel momento in cui le vedi per tua fortuna non ti stupiscono, nel ricordo assumono una dimensione sconvolgente. Com'è Rol? A chi assomiglia? Che aspetto ha? È un po' arduo descriverlo. Ho visto un signore dai modi cortesi, l'eleganza sobria, potrebbe essere un preside di ginnasio di provincia, di quelli che qualche volta sanno anche scherzare con gli allievi e fingono piacevolmente ad interessarsi ad argomenti quasi frivoli. Ha un comportamento garbato, impostato a una civile contenutezza contraddetta talvolta da allegrezze più abbandonate, e allora parla con una forte venatura dialettale che esagera volutamente, come Macario, e racconta volentieri barzellette. Credo che la ragione di questo comportamento (...) sia nella sua costante e previdente preoccupazione di sdrammatizzare le attese, i timori, lo sgomento che si può provare davanti ai suoi traumatizzanti prodigi di mago. Ma, nonostante tutta questa atmosfera di familiarità, di scherzo tra amici, nonostante questo suo sminuire, ignorare, buttarla in ridere per far dimenticare e dimenticare lui per primo tutto ciò che sta accadendo, i suoi occhi, gli occhi di Rol non si possono guardare a lungo. Son occhi fermi e luminosi, gli occhi di una creatura che viene da un altro pianeta, gli occhi di un personaggio di un bel film di fantascienza. Quando si fanno 'giochi' come i suoi, la tentazione dell'orgoglio, di una certa misteriosa onnipotenza, deve essere fortissima. Eppure Rol sa respingerla, si ridimensiona quotidianamente in una misura umana accettabile. Forse perché ha fede e crede in Dio. I suoi tentativi spesso disperati di stabilire un rapporto individuale con le forze terribili che lo abitano, di cercare di definire una qualche costruzione concettuale, ideologica, religiosa, che gli consenta di addomesticare in un parziale, tollerabile armistizio la tempestosa notte magnetica che lo invade scontornando e cancellando le delimitazioni della sua personalità, hanno qualcosa di patetico ed eroico».

Gustavo Adolfo Rol è considerato il più grande "sensitivo" del XX secolo. Il termine però, come abbiamo visto, non è sufficiente a darne una definizione. E questo perchè nell'epoca attuale, perlomeno in occidente, manca completamente la figura del Maestro Spirituale, così come non è dato trovare, anche laddove Maestri Spirituali ve ne siano, qualcuno che tra essi abbia conseguito lo stato di Illuminazione o Risveglio. Gustavo Rol faceva parte di questa categoria di Uomini, estremamente rara a trovarsi in tutte le epoche e oggi probabilmente estinta. Forse Rol è stato uno degli ultimi "esemplari" che abbia messo piede sul pianeta terra...

Nel corso della sua lunga vita, durata 91 anni (1903-1994), è venuto in contatto con grandi personaggi della storia del Novecento: Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D'Annunzio, Mussolini, Reagan, Pio XII, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi, Kennedy e tanti altri. Il suo ruolo è stato quello di mostrare l'esistenza di "possibilità" (come lui chiamava questi "poteri" - che di fatto corrispondono alle siddhi della Tradizione indù- ) che possono essere conseguite da ogni essere umano e di confermare la presenza di Dio fuori e dentro l'uomo. Oltre ad una vasta antologia di prodigi spontanei, ha codificato una originale serie di esperimenti che si situano nel confine metafisico dove convergono scienza e religione. Ha fatto spesso uso di carte da gioco, il che ha fatto insinuare ad alcuni che facesse della prestidigitazione. Tuttavia queste carte, che nella maggior parte dei casi non erano da lui nemmeno toccate, costituivano solo il primo e più semplice gradino cui accedevano i neofiti durante le "serate" di esperimenti, oppure erano un mezzo divertente e dinamico per scaldare l'ambiente. Ciò non significa che ciascuno dei "semplici" esperimenti non fosse di per sè sconvolgente.

In generale, le possibilità di Rol spaziavano dalla visione a distanza (lettura di libri chiusi, visione di cose che si trovano in un altro luogo o di ciò che accade in un altro luogo) ai viaggi nel tempo (con escursioni nel passato e nel futuro) sperimentati da parte dei presenti all'esperimento, dalla veggenza selettiva (osservazione dell'aura energetica che circonda il corpo umano, utile all'identificazione di malattie) all'endoscopia (la visione dell'interno del corpo umano). Era in grado di agire dinamicamente sulla materia, cioé poteva spostare a distanza oggetti di qualsiasi genere ( telecinesi ), o materializzarli e smaterializzarli ( apporti / asporti ), sapeva prevedere gli eventi futuri ( chiaroveggenza ), leggeva nel pensiero (telepatia), era in grado di guarire persone ammalate anche molto distanti (tra i sistemi usati anche quello della pranoterapia) o trovarsi in due luoghi differenti nello stesso momento ( bilocazione ), poteva attraversare superfici solide (ad es. pareti) o far attraversare superfici solide a qualsiasi oggetto, così come poteva estendere o ridurre il corpo fisico a piacimento. Durante i suoi esperimenti potevano verificarsi epifanie di spiriti, che contribuivano alla dinamica degli esperimenti. Questi spiriti non erano però quelli dei defunti, anzi Rol sosteneva fermamente che i defunti non fossero tra noi. Ciò che gli uomini chiamano spiriti, non sono altro che i residui psichici lasciati dai defunti al momento della morte. Infatti, così come viene lasciato un residuo organico alla morte del corpo, viene anche lasciato un residuo psichico. Questo residuo è stato chiamato da Rol "spirito intelligente", ed ogni Tradizione Metafisica sa di cosa si tratta. Per Rol ogni cosa ha uno spirito, però quello dell'uomo è uno spirito intelligente, per le superiori possibilità che la sua natura gli ha conferito. Il rapporto tra Rol e gli spiriti non aveva nulla a che vedere con questioni medianiche, si trattava invece di qualcosa non molto diverso da alcune pratiche egizie e sumero-babilonesi.

Infine, Rol produceva altri due tipi di fenomeni particolari, e cioé la proiezione a distanza di figure o scritte (soprattutto a grafite) su ogni genere di superfice e la pittura a distanza (che potremmo chiamare telepittura) - dove pennelli e spatole si libravano per aria da soli e dipingevano in pochi minuti quadri di pregevola fattura con l'aiuto dello "spirito intelligente" di un pittore scomparso (Ravier, Picasso, Goya, etc.).

Dunque, chi era Rol? Era un Maestro Spirituale il cui risveglio della Luce interiore gli ha permesso di espandere le normali possibilità umane. Che ruolo ha avuto? Quello di confermare la presenza di Dio in un'epoca di grande materialismo e quello di incoraggiare ogni uomo ad intraprendere il suo stesso cammino al fine di dimostrare che il divino non è irraggiungibile e non è lontano dall'uomo, ma è alla sua portata quando egli desideri cercarlo. Ha inoltre indicato nella Scienza (la Scienza Sacra, quella dell'Armonia, sintesi di tutte le scienze) la Via da seguire:

«È così che ho sperato che fosse proprio la Scienza ad aiutarmi a riconoscere e codificare queste mie sensazioni che sono certo ogni uomo possiede, e sarà la Scienza stessa a rivelare queste facoltà e promuoverle in tutti gli uomini...».

Disastro a Villa Ada



Un sole radioso e splendente sulla cornice incantata di uno dei più bei parchi romani, tuta, playlist accuratamente selezionata, e via, col jogging pomeridiano. Scorgo un gruppo di donne intente a praticare in gruppo una qualche disciplina di combattimento, e uomini soli con cane al seguito. Il mondo continua a sembrarmi sempre più strano. Continuo per circa un ora, poi mi fermo.



Piegamenti, trazioni, addominali, poi mi appoggio ad uno dei splendidi abeti che riempiono la villa, per cominciare lo stretching. Forse ho spinto un pò troppo ..



In realtà quest'albero ( non quello della prima foto) era già li, abbattutto da una recente tempesta capitolina, e la mia mente deviata, seppur impegnata in altre attività, ha covato inconsciamente la realizzazione di un articolo da pubblicare. E' per questo che ho fatto le foto. Vorrei strapparvi un sorriso, perchè in questo mondo si ride troppo poco, soprattutto negli ambienti di lavoro, ma in particolare vorrei dedicare questo post ad una coppia di amici a cui sono molto legato, che in questo momento è in crisi, con la speranza di poterli rivedere presto fianco a fianco. La colonna sonora è ancora dei Cure che saranno in concerto al Palalottomatica il 29 Febbraio. Aho! .. sto Blog sta cominciando ad assomigliare a Radio Monte Velino ..

Good Morning World

Buongiorno amici, oggi è una splendida giornata, anche se la temperatura nella capitale è molto vicina a quella della nostra conca genitrice. Ho voluto iniziare questa mia prima uscita con un video molto forte, considerato che si parla di crack, che la protagonista è una ventiquattrenne di fama internazionale, e che questo mondo, se continua cosi', sarà un mondo di vecchi. Solo nell'ultima settimana infatti decine di govani, più o meno famosi, ci hano lasciato perché succubi di un destino che non gli apparteneva, ed intelligenze e carriere sono state stroncate da bustine vuote, da fumi illegali, da pastiglie multicolore, da aghi fatali. Vite stroncate da oggetti quindi, non da eventi o da malattie, ma da oggetti che contengono il segreto di quel mondo parallelo a cui, evidentemente, sempre più spesso non si riesce a rinunciare. Decine di giovani a Roma e in provincia sono stati sterminati da dosi di eroina letale, e un uomo di quarantadue anni è morto dopo l'assunzione di una pastiglia di estasi. Cosimo Lotta, trentatreenne pugliese, è stato lasciato cadavere di fronte all'ospedale civile di Lecce. Overdose di eroina. Si potrerbbe star qui ad elencare questo necrologio per giorni, forse mesi. Brad Renfro, attore americano, già a 12 anni a fianco di Tommy Lee Jones e Susan Sarandon nel film "Il Cliente", oggi è sepolto nel cimitero di Los Angeles. Aveva 25 anni. Ike Turner, cantante e produttore degli anni 70, e’ morto di infarto a causa di una overdose di cocaina. Eath Ledger, uno dei belli di Brockback Mountain, bello e promettente, di anni ne aveva ventotto. Siamo arrivati al punto in cui si fa causa allo spacciatore chiedendo i danni per l'acquisto inconsapevole di metanfetamina. La storia, che ha dell'incredibile, giunge da una cittadina della provincia centrale del Canada, il Saskatchewan, protagonista una giovane donna, Sandra Bergen. Cose dell'altro mondo ..

Lou Reed - Vicious - live in Paris, 1974

Amy Crackhouse



Avete ascoltato questo bel brano? .. è geniale secondo me, ritmica accattivante e musicalità d gran livello. Originale l'ambientazione, i costumi, e l'impatto del video. Amy Winehouse, londinese, classe 1984, cresciuta dal padre jazzita a Carole King e James Taylor, è una delle artiste di maggior rilievo nel panorama mondiale. Ha ricevuto due nominations ai Brit Awards nel 2004 e quest'anno avrà l'onore di ritirare il Grammy Awards 2008 al Kodak Theatre di Los Angeles. Questa donna bambina, fenomeno musicale, è un disastro nella sua vita de-privata, questa volta rubata da qualche suo\a pseudoamico\a e diffusa a livello planetario. Si, è la solita storia, sex drugs and rock and roll, però cazzo un pò di attenzione, qua si parla di crack ..

mercoledì 23 gennaio 2008

IL RITORNO DELLO STRANIERO.

Assente dal Blog da più di due mesi, per mancanza di tempo, sono di ritono da un periodo di meritata vacanza in Egitto.
Mare e terra, e un vento della Madonna. posto sconsigliatissimo per chi cerca il vero caldo.
C' erano circa 26 gradi, con il vento arrivavi a 18-20. Acqua da veri coraggiosi, mare grosso 4 giorni su 7.
I Templi degli antichi Faraoni sono un miracolo della scienza, e le Tombe sono allucinanti, il modo in cui hanno resistito negli anni (3000-5000), un vero ritorno al passato se non per la grande marmaglia di turisti che affollavamo il luogo.
Il mare stupendo con i suo fondali ricchi di coralli e pesci multicolori e multiformi, ed il deserto...ovunque...





Un saluto a tutti.

Bastards Inside



Stamattina col Maestro si discuteva per telefono di un simpatico quanto catastrofico aneddoto accadutomi lo scorso anno mentro ero in vacanza in Sardegna. Ieri il mio amico Angelo in compagnia di Giampa, che in quell' occasione era presente, sono stati tutta la sera a ridere rievocando il fattaccio. Vorrei vedere voi al mio posto.
Provate a ingurgitare una boccetta sana di lassativo prima di uscire per una gita in barca con altre venti persone, poi me lo raccontate. Auguro una splendida serata a tutti con un bel brano di Big Bruce. Boss is back ..

Radio Nowhere

Un uomo, un mito, nel Grande Bordello

21 Gennaio 2008. Comincia il Grande Fratello 8.
Alessia Marcuzzi in miniabito firmato Cavalli presenta coloro che accompagneranno gli ingressi. Tutte ex glorie del Grande Fratello: Ascanio Pacelli e sua moglie Katia Pedrotti. Poi subito i primi concorrenti. Roberto, 26 anni, imprenditore milanese, Carmela Carcuro, detta Lina, medico napoletana. Sono loro due i primi ad entrare nella casa del Grande Fratello. Poi è la volta della famiglia siciliana, ed il catalogo sconfina in transessuali, volti televisi, modelli, per non parlare del gentil sesso poi, rappresentato da supermaggiorate e da rampanti sexclimbers, le cui foto possono essere facilmente visionate sul web ( Christine Del Rio, Raffaella Fico). Un polpettone ben congeniato dunque, come al solito.



L'inizio non è stato dei migliori. Una bolla trasparente, di alcuni metri di altezza, destinata ad accogliere tre dei partecipanti nella prima serata, era stata collocata in uno dei punti cardine della capitale. Mi sono trovato a Ponte Milvio fortuitamente, mentre ero in direzione Viale Mazzini per prelevare la mia instancabile regista. C'erano grandi riflettori che illuminavano a giorno queste decine di individui nella nebbia ed il marchio del Grande Fratello dappertutto. Mi sono fermato qualche minuto, era tardi, le 23:30 circa, ed il misfatto era già avvenuto. Alcuni esponenti di Fiamma Tricolore avevano premeditatamente attaccato in diretta la struttura mandando in tilt anche i collegamenti audiovideo. Un ulteriore strategia di marketing mediatico, ho pensato. Oppure una insensata e scellerata azione di pochi mitomani, più desiderosi di far notizie dei loro celebri inquilini.
Il punto forte della prima serata è stato lui, il " Cummenda "



Roberto Mercandelli, ventiseienne milanese, titolare di un azienda che porta le iniziali del suo nome, la RMC(contract). Un soggetto vero, da collezione. Non so se questo personaggio ci è o ci fa, comunque è una figura esilerante per i modi, per la dialettica, nel modo di vestire, per i suoi ragionamenti da profeta in terra. Sono anni che non guardo questo programma, stavolta, grazie a lui, sbircerò in attesa delle sue gag, un buon antidepressivo, sicuramente, guardare per credere. Baci e abbracci a tutti.

martedì 22 gennaio 2008

Ascoltando l' Arcobaleno



Questo disco è notevole. Ringrazio di nuovo Oz per il graditissimo regalo di compleanno. Con questo tempo poi viaggia alla grande.
La mia preferita, buon ascolto.

Radiohead - In Rainbows - Weird Fishes_Arpeggi


In the deepest ocean
The bottom of the sea
Your eyes
They turn me
Why should I stay here?
Why should I stay?

I'd be crazy not to follow
Follow where you lead
Your eyes
They turn me

Turn me on to phantoms
I follow to the edge of the earth
And fall off
Everybody leaves
If they get the chance
And this is my chance

I get eaten by the worms
Weird fishes
Get towed by the worms
Weird fishes
Weird fishes
Weird fishes

I'll hit the bottom
Hit the bottom and escape
Escape

I'll hit the bottom
Hit the bottom and escape
Escape

Iene per Mastelli

Welcome Bloggers, oggi diluvio sulla Capitale, traffico, e molta, troppa tensione nell'aria. Vorrei fare i complimenti al mio amico Forrest Angelo Tin Billy per la sua crescente e meritata popolarità ( ho finalmente visto il video ), vorrei salutare e ringraziare l'ottimo giornalista Roby A.A., nostro illustre Guest, e cominciare il mio primo Post della giornata con la notizia che fa più rumore in questo periodo nel web, la Mastelliade. Stavolta la satira ha colpito se stessa ..

Anche se a replicare al giovane Mastella è stato il mio amico Davide Parenti, capo-autore delle Iene di Italia 1, affermando che Alessandro ha costruito la sua carriera passo dopo passo, questo non giustifica la palese incongruenza di ruolo e, soprattutto, il suo stipendio, che oscilla intorno ai 150.000 lordi l'anno .. e noi lavoriamo. Baci e abbracci a Max Paoletta Matero Oz Andrew Benag AleSanta Miasma Roby B. FabioTyson Gioggio Nadia e tutti gli altri .. Alla mia Paola bella. Torno tra poco ..

lunedì 21 gennaio 2008

.. gente dell'altro mondo ..



Una piacevole serata in compagnia di Andrew, Big Max ed Oz, oltre al mito vivente Paccut-one ( camicia bianca in foto ), che come suo solito non si risparmiato, di fronte al Cult Trash" Tifosi "



Ci mancava solo il " Maestro "..sarà per le prossima. Buonanotte e tutti

21 GEN - Londra - Orgia di compleanno per Kate Moss

La modella britannica ha affittato due piani dell'esclusivo Dorcherster Hotel a Londra per festeggiare i suoi 34 anni. Il party, con fidanzato (Jamie Hince) , amici, vip e miliardari, è iniziato alle due di pomeriggio di mercoledì ed è durato tutta la notte. Gli ospiti hanno lasciato il priveè solo verso le 20, quando hanno abbandonato bottiglie di champagne e liquori per cenare al ristorante cinese che si trova al piano terra dell'albergo. Secondo quanto riportato in escusiva e con dovizia di particolari dal pettegolo tabloid domenicale 'News of the World', la modella Kate Moss avrebbe partecipato ad una ''sordida orgia'' avvenuta dopo le tre di notte, in una suite che costa piu' di tremilacinquecento euro a notte. Su un grande letto matrimoniale la famosa supermodella si sarebbe scambiata carezze intime con tre invitati (due donne e un ''fortunato maschio'') mentre una folla di ospiti sniffava cocaina e ''occhieggiava la performance''. Kate si sarebbe scatenata mentre il suo nuovo fidanzato - Jamie Hince della band The Kills - si trovava in un'altra stanza. Un testimone oculare ha detto al 'News of the World' che ''l'orgia era gia' in corso quando alle 3 di notte Kate Moss e' arrivata dal night Punk'' ed e' allora successo di tutto in quanto a baci, abbracci e carezze anche se non c'e' stato ad ogni modo sesso completoOltre alla cocaina, i selezionatissimi invitati di Kate Moss hanno in apparenza bevuto a piu' non posso se e' vero che il conto del Dorchester per gli alcolici e' stato alla fine di quasi cinquantamila euro. Kate Moss avrebbe voluto celebrare i 34 anni con una festa mobile di 34 ore che pero' a conti fatti e' durata in tutto, a detta del 'News of the World', soltanto 18 ore.

Post on the road

Buongiorno amici, sono in centro, zona Prati esattamente, ed ho appena lasciato la mia donzella nella redazione del Brunetto nazionale.



Il traffico oggi non è insostenibile, e mi permette di scrivere sul Tablet nella pausa semafori, in attesa del percorso che mi porta verso casa. Bello scrivere con la propria calligrafia e veder comparire tradotti in word i caratteri sul PC.



Un paio di foto col telefono poi, bluetooth, e via, con internet veloce sempre in tasca, il gioco fatto. Amo la tecnologia, sono arrivato ..



Ringrazio Francesco Scipioni per avermi dato ancora una volta l'opportunità di inserire come testata del blog uno dei suoi capolavori, consiglio e tutti di dare un occhiata al suo sito, linkato qui in basso a destra. Il mio buongiorno inizia cosi, waiting for Robert Smith

The Cure-Friday I'm in love

martedì 15 gennaio 2008

Emergenza sicurezza? C'è il modello Nathan Never

Dal Secolo d'Italia di martedì 15 gennaio 2008

Qualche settimana fa, lo sciopero degli autotrasportatori. Blocchi stradali: scorte alimentari che spariscono dagli scaffali, prezzi impazziti, benzina esaurita. A “secco” anche le gazzelle. Semaforo verde per la criminalità. Napoli 2008. Popolazione esasperata per l’emergenza rifiuti. Sacchi dell’immondizia ovunque. Roghi, scontri, scuole chiuse. Fuori dal confine campano, si “armano” le barricate: la spazzatura non passerà. Notiziari sempre più simili a bollettini di guerra. Tanto da costringere un governo tutt’altro che decisionista a mandare l’esercito e a richiamare in servizio il superpoliziotto Gianni De Gennaro.
Sembra di leggere una sceneggiatura di Nathan Never, l’appassionante e (non a caso) longeva serie bonelliana di fantascienza – presente ininterrottamente in edicola dal giugno ’91 – che il prossimo 17 gennaio festeggerà il numero 200 con un albo (L’ultimo anello, 96 pp. euro 2,70) rigorosamente a colori, come vuole – nei “compleanni centenari” – la tradizione della casa editrice milanese. E a colori è anche Tex 200 (nuova ristampa), in edicola da oggi. L’Aquila della Notte compie sessant’anni di vita (editoriale) ed è ancora e più che mai per il western ciò che Dylan Dog – l’indagatore dell’incubo, altro campione d’incassi – è per l’orrore e Nathan Never è per la fantascienza: insostituibili punti di riferimento per le centinaia di migliaia di lettori che “resistono” al bombardamento della tecnologia. Ancora per poco, verrebbe da dire sfogliando gli albi di Nathan Never, perché nel suo tempo – il XXII secolo – i fumetti, come del resto i libri e i dischi, rappresentano vecchi cimeli da collezionisti, soppiantati da supporti elettronici d’ogni specie. Parliamo di fantascienza, naturalmente, ma niente a che vedere con i rassicuranti “giornalini” degli anni Trenta e Quaranta (alla Flash Gordon, per intenderci). Non mancano ricorrenti quanto esplicite citazioni tratte dal cinema d’avventura e dalla letteratura fantastica, ma l’ambientazione e le trame che si sviluppano in una continuity coerente – pur nel suo zigzagare tra fantascienza pura, thriller futuristici, saghe epico-spaziali e atmosfere cyberpunk – sono sapientemente arricchite da una forte dose di realismo, capace di rappresentare le laceranti contraddizioni di una civiltà evoluta al punto da aver sconfitto l’invecchiamento con clonazione e rigenerazione dei tessuti umani ma alle prese con allarmanti emergenze sociali che non ci sono estranee: la minaccia del terrorismo, una delinquenza sempre più organizzata e minacciosa di contro a forze dell’ordine mal retribuite e con scarsi mezzi a disposizione. Per affrontare tali emergenze, il governo globale ha deciso di affidare la lotta al crimine e le indagini più complesse ad Agenzie Private di Sicurezza e Sorveglianza, istituzionalizzate (con il Callaghan Act del 2084) e finanziate con fondi pubblici. Tra queste, l’Agenzia Alfa è la più importante e Nathan Never ne è il suo agente migliore. Come a dire: quando il gioco si fa duro… i duri iniziano a giocare. E c’è bisogno della razza degli eroi di ogni tempo e luogo. Scriveva Berto Ricci nel ’31: «Viene dopo le finte battaglie il giorno che c’è da fare sul serio e si ristabilisce di colpo la gerarchia naturale. Essi ebbero la fortuna di conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra. Viene il momento che la storia, il destino, o chiamiamolo come vogliamo, ha bisogno di loro: e li trova». E’ Edward Raiser, capo dell’Agenzia Alfa, a trovare Nathan presso il tempio di monaci dove – dopo l’assassinio della moglie da parte di un pericoloso criminale psicopatico – si è ritirato per coltivare l’arte marziale Jeet Kune Doo. La figlia Ann, diventata autistica per lo choc, ha bisogno di cure costose. E lui, in passato fante dello spazio e poliziotto metropolitano, accetta di entrare nell’Agenzia per sostenere tali spese, non per venalità. Combatte piuttosto per rispondere a un personale quanto irrinunciabile senso dell’onore, senza concedere nulla al fanatismo, consapevole di quanto sia labile il confine tra bene e male. «Non esistono buoni e cattivi ma azioni buone e cattive» è la sua filosofia. La perdita della moglie l’ha segnato profondamente, oltre che per i capelli improvvisamente diventati bianchi, anche nel carattere, rendendolo più cupo e solitario. Quando è in missione indossa abiti in fibra, diversamente non rinuncia a giacca e cravatta e soprattutto a un impermeabile che ricorda quelli degli investigatori degli anni Cinquanta, alla Philip Marlowe. Il mondo in cui si muove non è (più) quello che conosciamo. Di fronte a una crisi energetica senza precedenti, l’ultima speranza per restituire vigore al magma terrestre – lanciare una testata missilistica al centro della terra – si è dimostrata un fallimento disastroso: nubi radioattive e desertificazioni hanno reso inaccessibili vaste aree del pianeta, costringendo gli uomini a cercare il proprio “spazio vitale” nell’universo. Le nazioni, compresi gli Stati Uniti, sono scomparse, e le popolazioni sono state assorbite dalla Città Est e dalla Città Ovest, al di fuori delle quali il paesaggio offre solo lande arse dal sole e dalla radioattività che fanno pensare all’Australia di Mad Max. Nathan vive nella Città Est, una sterminata megalopoli di 200 milioni di abitanti – ispirata alla Los Angeles di Blade Runner ma anche alla Gotham City de Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller – che si sviluppa in verticale su otto livelli di urbanizzazione sfrenata, enormi edifici e rampe autostradali. I piani alti sono riservati a quella che oggi definiremmo l’alta borghesia, mentre più si scende verso i piedi della città e maggiori sono il caos e l’insicurezza. Fantascienza, d’accordo. Ma se sostituiamo i livelli verticali con gli anelli concentrici che si sviluppano attorno al centro delle nostre città di oggi… la situazione degradata delle periferie, dalle baraccopoli veltroniane alle banlieue parigine, non è poi molto diversa.
«Sì, perché come la Città si estende su livelli verticali, Nathan Never offre diversi “livelli” di lettura a seconda di quello che cerca il lettore. Sono convinto che la fantascienza possa raccontare meglio l’attualità e i problemi sociali rispetto alla narrativa “politica” proprio perché è libera da quei filtri ideologici a volte rabbiosi e supponenti che possono infastidire il lettore. Può essere interpretata come metafora della realtà, ma senza imbrigliare l’avventura a fini pedagogici».
A parlarci di Nathan è il curatore della serie, Antonio Serra, classe ’63, sardo “trapiantato” a Milano e pezzo da novanta della “scuderia” Bonelli (Serra è stato anche il creatore della prima miniserie bonelliana di successo, Gregory Hunter). Famiglia allargata, quella di Nathan. Perché conta ben tre autori e quindi papà: Serra, Michele Messa e Bepi Vigna (che firma il numero 200), la cosiddetta “banda dei sardi”. Cinque, se aggiungiamo il papà grafico, il disegnatore romano Claudio Castellini e Roberto De Angelis, dal numero 60 anche copertinista, che ha dato progressivamente a Nathan un taglio più dark. Probabilmente per questo, il personaggio può sembrare «schizofrenico». Stabilite le caratteristiche generali del personaggio, infatti, ogni autore ha sviluppato autonomamente storie con ambientazioni e tematiche differenti e, probabilmente, proprio nell’offerta di spunti narrativi sempre originali, “spaziando” da viaggi nel tempo e esplorazioni interplanetarie a temi di maggiore attualità (nello Speciale in edicola Nathan indaga su una megatruffa delle multinazionali del farmaco), sta la capacità di continuare a sorprendere e appassionare il lettore.
Così da resistere brillantemente in edicola e vantare un cospicuo circuito di serie “satellite” (fuori mensilità) a lui dedicate da Bonelli: Speciale, Almanacco della Fantascienza, Gigante, Maxi, Agenzia Alfa, Asteroide Argo e, dal novembre 2007, anche il semestrale Universo Alfa. «Questo mondo, proprio perchè risponde al mondo reale, è vastissimo – ci spiega Serra – e un solo eroe non basta. Da qui l’esigenza di dare vita a una “sezione eurasiatica” e a personaggi nuovi o precedentemente accantonati». Il riferimento è a Rebecca Weaver, modellata sulla figura dell’attrice statunitense Sigourney Weaver (da cui prende il cognome) nel ruolo del tenente Ellen Ripley in Alien (prima donna protagonista di un film di fantascienza). Soprannominata “Legs” per la bellezza delle sue gambe, Rebecca aveva esordito come spalla di Nathan già nel ’91 e nel ’95 gli autori e l’editore ne avevano realizzato una testata ad hoc, ma l’esperienza si chiuse nel 2005 con il pur lusinghiero risultato di 119 numeri all’attivo. Personaggio di rottura rispetto allo stereotipo classico di bellezza da fumetto, Legs – esperta di armi pesanti, tecniche di difesa ed esplosivi di ogni genere – è dura e violenta. Recentemente è stata “reintegrata” nelle storie di Nathan e sarà tra le protagoniste del nuovo contenitore bonelliano. Dichiaratamente omosessuale, il manifesto la salutò con entusiasmo: «Una cattivissima guerriera che farebbe a fettine qualsiasi playboy della Costa Adriatica». Ma nel n.100 baciò Nathan. Non si resiste al fascino dell’eroe e all’amore, qualunque esso sia. Se ne prenda atto una volta per tutte. Non a caso nel numero 9 (Gli occhi di uno sconosciuto, ’92), Nathan, durante un sopralluogo a casa della vittima di un omicidio, nota sugli scaffali della libreria una copia del Silmarillion di Tolkien, presente anche nella biblioteca paterna andata perduta. La prende e la apre alla pagina indicata dal segnalibro: la storia d’amore tra Beren e Lúthien. Chissà quanti hanno sognato leggendo questo libro immortale, pensa Nathan…

sabato 12 gennaio 2008

Regista in panne .. e Dj scrittore pure

Oggi il clima romano è stato più simile ad una tempesta tropicale che ad un mite inverno, ed io e la mia donna ci siamo dedicati alla nostra umile dimora. Spesa, armadio, le vui ante sono state da me delicatamente divelte stamattina, e per finire l'inespugnabile bagno. Una tragedia, per fortuna c'era SuperMario Bros .. buona serata a tutti





venerdì 11 gennaio 2008

Frends are Frends .. for ever



Questo messaggio mi è stato inoltrato ieri sera dopo la nostra rimpatriata, come risposta ad un mio sms di ringraziamento per la bella serata. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo .. Il Klaus. Buona serata a tutti.

Musica "Rilassante" per il pomeriggio e un video da OSCAR !!!

Credo che ieri sera si parlasse di questo disco....

Good morning to Carl Craig and people without windscreen

Che bello svegliarsi la mattina ed essere già tra voi, il mio risveglio oggi è stato lento e sornione, postumo di serata gioviale ma birroide.. Saluto e bacio tutti e ad Oz chiedo. Hai risolto?



Qualora tu abbia bisogno, oggi ci sarò sempre per te. A proposito come la vedi sta serata? ( cliccare sull'immagine )



.. see you soon

giovedì 10 gennaio 2008

Birthday's Dinner



Ciao amici, siamo qui riuniti nella Cattedrale della pizza marsicana, dove la birra scorre a fiumi e il nostro Jolly mangia salciccia e scamorza .. il mio compleanno, con i veri amici, e una sana alcolica allegria .. Buona serata a tutti .. Ah!! dimenticavo il Jolly

Paola, amore, .. grazie a tutti. Sono commosso.

Sono tornato, grazie a Paola, che mi permette ora di esser di nuovo tra voi, e alla Wind, che mi permette di navigare anche da casa. La mia donna speciale oggi non è in gran forma, ma so che tra poco sarà in rete ed aprirà il Blog. Questo pensiero è per te, amore, con qualcuno più famoso di me che avrebbe compiuto gli anni il mio stesso giorno. Vi abbraccio tutti, grazie.



.. fino a quando non verrai tu io resterò sulla sponda dei voli, dei sogni, delle stelle, immobile. Perché so che dove sono stato non portano né ali, né ruote, né vele. Esse vagano smarrite. Perché so che dove sono stato con te si va solo con te, attraverso te..

mercoledì 9 gennaio 2008

mercoledì 2 gennaio 2008

H A P P Y N E W Y E A R T O E V E R Y O N E ! ! !




Un caloroso augurio di buon inizio anno a tutti. Ai turisti newyorkesi Max e Joe ed alle loro rispettive consorti, ai cari Benag e Roby A.A., ad Oz, Forrest&Lion, Pirulo&Paola, Miasma, Nadia, AleSanta, Fabiololi, Roberta fanny69, Francescoscipioni, Stef Logan, Matero, Miasma, Ninetta e tutti gli altri, con l'auspicio che in mia assenza trattiate con cura questa creatura che riposa sola soletta da molto tempo .. io purtroppo sono ancora in attesa di soluzione internet .. roba di giorni.Baci e abbracci a tutti

mercoledì 19 dicembre 2007

In bocca al lupo Oz ..

Mi ero appena seduto qui nella solita postazione internet quando mi arriva un messaggio video. Oz, che appena uscito da lavoro, tra un imprecazione e l'altra, mi dice che ritaderà al nostro appuntamento a causa di un improvviso problema al suo scooter. In sintesi è rimasto a piedi. Spero non al punto da esser costretto a rinviare il nostro incontro. La serata infatti era stata organizzata per trascorrere assieme a lui, Andrew, e forse big Max, una cenetta intima a casa loro, dopo una giornata trascorsa tra mille impegni nella bolgia infernale del traffico romano. Già, una vera piaga il traffico, che " diffama la città agli occhi del mondo" ..

venerdì 14 dicembre 2007

Aho!! Ma sto mortorio ?



Ciao fratelli e sorelle, lo sò la foto fa schifo, me la potevo risparmiare. Del resto la webcam de stò posto, gestito da indiani, risale al mio primo rapporto sessuale .. Vorrei sapere se siete ancora nelle vostre postazioni di comando oppure se avete optato per un suicidio di gruppo alla Charles Manson. Comunque vi abbraccio tutti, che voi vi troviate nell aldilà o nell aldiquà. Il mio soggiorno in capitale procede alla grande. Sto terminando il libro e mi sto rigenerando mentalmente e fisicamente. Purtroppo ho dei problemi di connessione a casa di Paoletta quindi sono obbligato a raggiungere il punto internet piu vicino per salutarvi. Inoltre per gentile concessione della nostra amica Nadia ho gia preso un contatto per fare qualche serata. Angelo come va la vendita delle tue tracce ? Ieri ho fatto un giro sul tuo Myspace .. tante belle presenze vedo .. Ma di Aphex Twin si sa qualcosa ? e di Nico Africa ? Bahh! .. intanto per voi e per tutti in memoria di me Aphex e Iurs ma anche di Oz e di Pirulo, chissà magari nelle mie serate romane riesco a tirà fuori sto pezzone ..

Whilst we slept

martedì 11 dicembre 2007

Cosa resterà degli anni Ottanta?

Charta Minuta, la rivista mensile della Fondazione Farefuturo, per il numero di dicembre si è trasformata in «una sorta di megafono delle emozioni»: un'antologia di racconti inediti. Come ha scritto Filippo Rossi ne l'editoriale, è «tre cose in una: un esperimento culturale, una sfida intellettuale e la posa in opera di un'immaginaria ma concretissima pietra emozionale. Abbiamo chiesto a una manciata di scrittori, giornalisti o operatori culturali di mandarci un racconto. Richiesta a banda larga, senza vincoli e paletti: solo che la narrazione fosse genericamente "politica" nel senso più generico del termine». Quello che segue è il mio racconto. L'antologia contiene contributi di Giuliano Compagno, Umberto Croppi, Italo Cucci, Luigi De Anna, Domenico De Tullio, Aldo Di Lello, Pierluigi Felli, Ippolito Edmondo Ferrario, Nico Forletta,Ugo Franzolin, Augusto Grandi, Alfio Krancic, Maurizio Macovek, Alessandro Manzo, Gabriele Marconi, Ferdinando Menconi, Errico Passaro, Miro Renzaglia, Filippo Rossi, Annalisa Terranova, Federico Zamboni ed è impreziosita dalle interviste a Giuseppe Culicchia, Federico Moccia e Antonio Pennacchi. La rivista è in distribuzione nelle migliori edicole e librerie italiane. Nei prossimi giorni sarà disponibile integralmente in pdf sul sito della Fondazione.

Cosa resterà degli anni Ottanta?
di Roberto Alfatti Appetiti

Di questi anni maledetti dentro gli occhi tuoi
anni bucati e distratti noi vittime di noi
ora però ci costa il non amarsi più
è un dolore nascosto giù nell’anima
Raf, 1989


Nel 1986 avevo venticinque anni, ero magro come un chiodo e i miei ormoni andavano a mille. Con i coetanei non avevo un gran feeling. Ho sempre disprezzato quel linguaggio intollerabilmente volgare che anima le discussioni tra ragazzi quando si parla di donne: un torbido miscuglio di luoghi comuni, vanterie e ricordi inventati. Sfiga densa come un mattone che non promette nulla di buono. Forse ero semplicemente impreparato a navigare nel mare magnum della mediocrità. E’ un’arte che si impara con il tempo e devo dire che ce l’ho messa tutta. Non masticavo di calcio, che in quegli anni era un po’ come oggi non parlare l’inglese: essere out. Mai imparato la formazione di una squadra di uomini in calzoncini corti. Mai andato allo stadio. E poi non ho fatto il militare. Sarei morto se m’avessero spedito in una camerata, svegliato all’alba e costretto a fare la barba tutti i giorni. Aggiungeteci che ho sempre detestato frequentare discoteche e palestre e che sono allergico a ogni sport. Allora come adesso mi piace starmene per conto mio o con pochi amici selezionati. Non per scomodare Goethe, ma avevamo la pretesa che a tenerci insieme fossero “affinità elettive” prima che elettorali. Sì, eravamo un clan autoreferenziale, una piccola massoneria di iniziati. C’eravamo anche fregiati di nomi altisonanti, presi in prestito dall’opera di Tolkien. Gorlim, Beren e io, Grampasso, nome “mimetico” di Aragorn, capitano dei Dúnedain del nord ed erede al trono di Gondor, mica cazzi. Non sto a spiegarvi cosa rappresentassero questi personaggi letterari, e poi la saga tolkieniana è ormai patrimonio dell’immaginario collettivo più di quanto avremmo mai ritenuto possibile. Dicevamo delle affinità: politicamente eravamo vicini al Msi-dn, anche se – fosse dipeso da noi – del trattino e di quel che seguiva ne avremmo fatto volentieri a meno. Ci appassionavano allo stesso modo i Joy Division e Julius Evola. Vasco Rossi e Drieu La Rochelle. Lucio Battisti e «un paio di tedeschi dall’animo amaro che mi tennero allegro per un po’». Così Charles Bukowski, un altro irregolare che ci piaceva assai, aveva definito Schopenhauer e Nietzsche. Per dirla con quel ragazzaccio di John Fante, «ci fortificavamo con dosi massicce di Nietzsche». Già, trascorrevamo le serate a fare l’esegesi dei nostri scrittori preferiti, anche se il più delle volte finivamo per ubriacarci e ruzzolare sino a un pub di San Lorenzo, quartiere ad alta densità di “rossi” nel quale ci divertivamo a sentirci clandestini.
Ma arrivò presto il momento che tutto questo passò in secondo piano, anzi sparì, si dissolse in un attimo e io mi ritrovai a volteggiare sull’orlo di un precipizio. Conobbi Francesca. Mancavano pochi giorni al mio compleanno, il 25 dicembre. Che da bambino significava ricevere un regalo solo a Natale.
Location: il mio quartier generale, inteso come residenza, era in una traversa di Via dei Durantini, non lontano dalla Sapienza. Cinquanta metri quadrati al sesto piano di un palazzo anonimo. Un regalo di mio padre per i miei diciotto anni. Lui abitava dall’altra parte del Tevere, nella Roma bene, quella su a Nord, dove la borghesia vive senza troppi problemi. Non sopportavo le sue donne, probabilmente ricambiato. Così arrivammo a un accordo: feci la valigia e ci salutammo. Ma torniamo al dicembre del 1986. Una giornata fredda. Ma esistono giornate davvero fredde a Roma? Adesso mi sembra di non ricordarne, ma sono molte le cose che ho dimenticato. E le persone. Prima di uscire mi impomatai di gelatina i capelli, biondi e cortissimi. L’equipaggiamento era il solito: giaccone di pelle nera, jeans Wrangler e Clarks ai piedi. Destinazione università. Non per raggiungere le aule, sorde e grigie, come disse Mussolini riferendosi a ben altre stanze, ma i giardini, pieni di alberi e – soprattutto – ragazze. Avrei speso parte della mattinata per smaltire l’ennesima sbronza. Verso ora di pranzo ritenni di poter tornare a casa. Qualche centinaio di metri saltellando insieme all’autobus sui ciottoli di piazzale del Verano, dondolando a ogni brusca frenata, fermata dopo fermata, come palline di un albero di Natale. Sarà l’incoscienza sbruffona dell’età, ma coltivavo la piacevole sensazione che – come quell’autobus – avrei goduto di una corsia preferenziale. La mia ambizione era rimanere fuori dal traffico. Per essere felici – diceva Albert Camus – non ci si deve occupare troppo del prossimo.
Libero i ricordi, sgualciti e imbrigliati, si prendono giusto il tempo di guardarsi intorno e sgranchirsi le gambe e mi accompagnano sornioni nel tragitto che feci quel giorno. Scesi dal bus, i soliti quattro passi per lasciarmi la Tiburtina alle spalle. Aprii il cancello, entrai in ascensore. La vidi per la prima volta, Francesca. I capelli lunghi e mossi, neri come la pece, un sorriso luminoso quanto disarmante. Sorrideva, sì, proprio a me, mentre quei suoi grandi occhi verdi mi scrutavano divertiti. Improvvisamente allungò una mano e mi sfiorò i capelli dritti sulla fronte, un gesto spontaneo che mi sorprese. Scoppiammo a ridere. Due giorni dopo già dormivamo insieme, diventammo inseparabili. Aveva diciotto anni. Eravamo due bambini ma non lo sapevamo. Studiava Scultura all’Accademia delle Belle Arti, abruzzese, il padre emigrato in Svizzera. Il destino me l’aveva mandata tra le braccia, visto che abitava nel mio stesso pianerottolo. Divideva l’appartamento con altre studentesse. Furono giorni strepitosi, il classico grande amore. Tutto il resto del mondo divenne insignificante. Passavamo le nostre giornate a sfiorarci in silenzio o passeggiando per Villa Borghese. Fu un inverno insolitamente dolce. Ma non ci fu il lieto fine.

Cominciammo ad avere meno tempo per stare insieme. Mentre io continuavo la mia vita inconcludente, che a me sembrava romantica, lei si era messa a studiare. Non aveva le spalle coperte da un padre danaroso, l’Accademia doveva finirla in fretta per poi cercarsi un lavoro. Preoccupazioni che non mi sfioravano. Ci vedevamo la sera tardi. Al mattino, quando lei andava a lezione, rimanevo a letto. A volte mi alzavo e bevevo succo di frutta mescolato al Cointreau, una micidiale porcheria dolciastra che mi intontiva sino a pranzo. Cominciai a essere geloso dei suoi colleghi di studi. Divenni sempre più irrequieto, scostante. Lei se ne accorse, ne era dispiaciuta. Ma le cose non migliorarono. Rimanevamo senza parlare, come estranei. Ci amavamo? Contro questa certezza, come verso le tante altre di cui disponevo, il tempo si accanisce meticoloso, disseminando sulla mia strada dubbi consistenti come sassi. Poi accadde quello che non doveva accadere.

Potrei dire a mia difesa che l’altra mi incoraggiò a prendere un’iniziativa, ma la direzione della storia non cambierebbe di una virgola. Acquieterebbe i miei sensi di colpa, se non li avessi seppelliti da un pezzo. Una sera che Francesca sembrava non tornare mai, accettai di prendere un aperitivo da una delle sue coinquiline. Sapete come sono gli appartamenti abitati da studenti: non ci sono salotti, ogni spazio è sfruttato all’inverosimile dai proprietari per lucrare su ogni singolo metro quadrato. Quindi non sarebbe stato così stravagante sedersi sul letto per chiacchierare e ascoltare musica. Se solo non ci avesse trovato sotto le coperte. Non si mostrò comprensiva. A nulla valsero le mie scuse. Non voleva più vedermi. Stavo male ma finalmente avevo un motivo per ubriacarmi. Il ronzio della Tiburtina si mischiava a quello dei sentimenti infranti, dei cocci che mi giravano in testa, urtando tra loro e facendo fracasso.

Non mi arresi, naturalmente, e misi in atto una strategia scellerata che non fece altro che peggiorare la mia situazione. Era passato un mese da quando mi aveva lasciato. L’estate si avvicinava e con essa la certezza di una separazione irrimediabile. Le undici di sera o giù di lì. Me ne stavo a casa, smanioso e depresso, a sorseggiare l’ennesima birra. Quando a un certo punto sentii un rumore familiare: le portiere dell’ascensore che si spalancavano. La bloccai per un braccio. «Lasciami», sibilò. Esitai, dandole il tempo di sgusciare dietro l’uscio prima che potessi afferrarla di nuovo. Risi, una risata tetra. «Vieni fuori, devo parlarti, apri questa cazzo di porta o la sfondo», gridai. Il pianerottolo si affollò. Un happening di condomini. «Ma cosa fa, la smetta!» mi fece un tizio alto e grasso, mentre la moglie gli si stringeva al braccio. L’amministratore mi si avvicinò con fare ammiccante, bisbigliandomi all’orecchio: «Dai, sono stato giovane anch’io… ma adesso basta». Macchè. Finisco al commissariato di zona. Mio padre non mi rivolgerà la parola per mesi e Francesca cambierà casa, nascondendomi il nuovo recapito.

Luglio 1987. Provai ad intercettarla all’Accademia. Un’imboscata sulla via di Ripetta, a due passi da piazza del Popolo, in un mattino livido. Mi vide, mi venne incontro sarcastica: «Pensi di picchiarmi o posso passare?». Cos’altro aggiungere? Non rimaneva che ritirarsi. Partii, andai a Vienna, da lì a Budapest, dove rimasi tutta l’estate.

Fine settembre. Fu Akar, un comune amico curdo, a confidarmi il suo nuovo indirizzo, non prima di farsi promettere mille volte che non avrei fatto cazzate. Roma è bellissima in autunno, lo è sempre. Buttai giù un cicchetto, non per ubriacarmi, per farmi coraggio. Trovai la casa, una palazzina a tre piani, individuai il citofono, suonai. Rispose una voce di ragazza, scocciata. Lo divenne ancor di più quando le dissi il mio nome. «Ah, sei tu», commentò e non potei fare a meno di notare una punta di disprezzo. Salii le scale a piedi, secondo piano. Me la trovai davanti, Francesca. Non mi sorrise, non mi accarezzò i capelli, mi fece sedere, ironica: «Vuoi un bicchiere di vino?». «No, grazie». Mi vergognavo, le dissi che le volevo bene. Tutto davanti a quella specie di grigia sentinella della fermezza, lo stereotipo dell’amica cozza la cui presenza avrebbe impedito ogni cedimento emotivo. Scese presto il silenzio. «Adesso devo uscire», mi liquidò. «Va bene, mi è piaciuto rivederti», risposi e rimasi lì a seguire la mia frase volteggiare sgraziata nella stanza, rimbalzare sulle pareti della cucina fino a sgonfiarsi come un palloncino bucato. Me lo sarei rimesso in tasca, se avessi potuto, ostentando disinvoltura, magari fischiettando. C’è modo e modo di uscire di scena. Notai la cartolina che le avevo spedito dall’Ungheria appesa nell’atrio, affidata alla buona volontà di una puntina da disegno. C’era un’immagine della fortezza di Buda che si affacciava nell’appartamento. Dietro c’era scritto “ti amo”. Frase che solo il muro poteva leggere. Uscii in strada. Sapevo dove andare. La rosticceria sotto casa. Il fiasco di Chianti mi avrebbe fatto compagnia. Non c’era più rabbia dentro di me, solo dolore. E volevo berne fino all’ultima goccia. Stavolta è finita, pensai, e non avevo torto.

L’inverno porta con sé un set diverso di colori e odori. La sezione, che giammai avremmo chiamato circolo, l’odore inebriante della colla, polvere ovunque. Altri attori, pochi di talento e qualche mestierante di troppo, stuntman, duri-e-puri, millantatori di professione e centinaia di comparse più o meno inconsapevoli, turn over continuo di giovanissimi. Riunioni, manifestazioni, cortei, volantinaggi all’università, comizi improvvisati e, più raramente, scontri. La militanza politica come visione del mondo e prassi quotidiana, impegno e via di fuga. Una routine che mi assorbiva sempre di più, comprimeva vita familiare e affetti, fino a prendersi tutto il tempo, intervallato solo da esami universitari allungati come un elastico che per fortuna non finirà con lo spezzarsi.
Gorlim tra noi è il più schivo. Tanto da scegliersi per nom de plume un personaggio che ha una “parte” piccolissima e tragica nel Silmarillion: Gorlim “l’infelice” è colui che, ingannato da Sauron, per amore della moglie tradisce il suo signore e viene ucciso senza pietà.
Il “mio” Gorlim è un tignoso, uno che c’è sempre e sa cosa dire, senza esagerare. Mica lo so dove trova l’energia per fare quello che fa, è una macchina. Aveva fatto “carriera”, sino a diventare un leaderino del Fronte, stimato da chi conta. Non volle sentire ragioni: «Sarai il nostro candidato al municipio, ti appoggeremo tutti e sarai eletto».

Era passato più di un anno dall’ultima volta che l’avevo vista, mancavano pochi giorni a Natale. Ero in Toscana, dai cugini, ad aspettare l’anno nuovo. Attesa ingannata bevendo birra in quantità industriale. Quando abbassiamo la guardia, i pensieri che pensavamo di aver schiacciato si rialzano baldanzosi, come a volerci sfidare malgrado siano pesti. E se fosse a casa dalla madre per le feste? mi domandai. Feci il suo numero di telefono “abruzzese”. Rispose. La testa mi girava. Non parlavo. Lei ripeté “pronto” una volta, due. «Leonardo, sei tu?». Rimasi in silenzio, smascherato, poi dissi sì. «Come stai?» mi chiese, affettuosa. Sentii che ricominciavo a respirare, lentamente. «Bene, adesso». Parlammo qualche minuto. Si accorse che ero ubriaco e ci scherzò su, indulgente. «E’ stato bello sentirti», mi disse.

«Cosa resterà di quegli anni rampanti dai miti sorridenti, allegri e depressi di follia e lucidità?». Non bisognerebbe ascoltare lo stereo, in macchina. Certe vecchie canzoni accendono la miccia corta dei ricordi. Si fanno beffe della nostra maturità, ci strattonano per il bavero, ci tolgono il fiato, aprono feritoie e ci scrutano dentro. Già, cosa rimarrà? Craxi o il Drive In? Blade Runner o i paninari? Il mundial di Spagna o i funerali di Almirante e Berlinguer? La strage dell’Heysel o la caduta del muro di Berlino? Icone sbiadite eppure tenacemente vive nell’immaginario di tutti noi. «Anni di fango» come li chiamava Montanelli? Forse, ma non per me. Sono passati quindici anni dall’ultima volta in cui ci siamo sentiti. Non ho più vent’anni, ho superato di slancio i trenta per affacciarmi alla soglia dei quaranta. Sono più razionale, almeno credo. Ho avuto altre donne, naturalmente. Il tempo di laurearmi e mi sono ritrovato nello studio legale di un amico di mio padre. La politica continua a riempire le mie giornate, in contenuti e forme diverse. Dimenticavo: è da tanto tempo che chiamo Gorlim e Beren con i loro nomi “borghesi”: Nino e Gianni.

Una sera d’inverno del 2001. Mia moglie è in settimana bianca con una coppia di amici. «Andate voi, vi raggiungo», l’avevo rassicurata. Gli impegni istituzionali e la mia incrollabile indolenza mi trattengono a Roma, difficile dire se riuscirò a liberarmi. Se lo vorrò. Era nata come una passione, la politica. E a volte sembra solo un lavoro, mi dico cercando riparo dalla pioggia leggera ma insistente in una libreria del centro. Mi aspettano in provincia, una trentina di chilometri fuori dal raccordo. «Ci saranno almeno cento persone. Sono voti sicuri, gente che vuole parlare con te», cerca di scuotermi al telefono Nino, sentendomi distaccato. «Passo a prenderti a casa?», propone. «No, ho dei giri da fare prima, vengo con l’autista». «L’autista? Pensi sia opportuno per una cena di partito?», m’interroga. E già so che sta misurando l’effetto che potrebbe fare sulla base il mio arrivo in auto blu, i pro e i contro, la suggestione del potere e il fastidio per il privilegio. Lui è da sempre il contabile della mia immagine politica. Torno a casa, non sono ancora le otto ma è buio pesto. La casa è silenziosa: il vantaggio di vivere in una zona elegante. Dovrei radermi, scegliere cosa indossare domattina per l’intervista alla Rai. Non ho voglia di stringere mani, distribuire sorrisi, assumere impegni che mi inseguiranno come cani dolenti e arrabbiati. Mi siedo in poltrona, accarezzo la scatola dei sigari. Sono così belli e compatti che quasi mi dispiace fumarli. Apro l’elenco telefonico, cerco il suo nome: c’è. Sorrido. L’abbigliamento è troppo formale. Frettolosamente indosso jeans, camicia e maglione senza preoccuparmi degli accostamenti, è competenza che ho delegato a mia moglie. Afferro il Barbour e vado.
Trovare la casa è facile. Lo è meno trovare il coraggio per annunciarmi. Il telefonino continua a squillare. E’ Nino. Poi Gianni. Provano anche a nascondere il numero, l’amicizia sa essere spietata. Non rispondo, non saprei cosa dire. Gli mando un sms: «problemi… domani vi dico… giustificatemi». Risponde Nino: «vaffanculo, la prossima volta a chi li chiediamo i voti?».
Come reagirà, mi chiedo. Non potrei sopportare l’indifferenza. E se non mi riconoscesse subito? Sarà ancora bella? Sarà sposata? E se ad aprirmi venisse il marito, mi presento come un vecchio amico? Cammino lentamente in compagnia delle mie perplessità, confido di seminarle, si stancheranno. Vedo la luce che si accende nell’ingresso del palazzo, qualcuno sta rientrando. Bene, accelero il passo ed entro. Una persona apre la porta dell’ascensore, si ferma ad aspettarmi. Quando si volta, la riconosco. E’ lei, sempre bella. Una donna a trent’anni è al culmine della bellezza. Ci sorridiamo. Siamo nuovamente soli in un ascensore. Mi abbraccia, ridiamo. «Quando tempo», diciamo quasi in coro. Entriamo in casa, non c’è nessuno e tiro un sospiro di sollievo che libera vigliaccheria e presunzione. «Aspettami qua», mi dice indicandomi il tinello. «Prendi da bere, c’è del cognac nel mobile bar». «No, meglio un caffè». «Non dirmi che sei diventato una persona seria?». «Proprio no», le rispondo alzando il tono della voce perché la sento armeggiare in un’altra stanza, i passi che si avvicinano. Mi volto a guardarla. «Come sei bella, Francesca…». «E tu sei sempre quel ragazzo troppo sicuro di sé...». Abbasso gli occhi, ho perso molta della fiducia che avevo in me stesso, ma non glielo dico. Parliamo un po’, insegna storia dell’arte in un liceo romano. Quando inizio a raccontarle di me, mi blocca con un cenno della mano. «So tutto, Akar mi tiene informata» si giustifica leggermente imbarazzata. Non so cosa comprenda quel tutto, non vedo Akar da almeno dieci anni. Preferisco non indagare. Mi guarda, dice: «Peccato, rovinasti tutto, ti amavo davvero». «Mi amavi?», protesto debolmente. «Con tutta me stessa, sei stato il primo e saresti stato anche l’ultimo, se solo non avessi rovinato tutto». Ci sfioriamo le mani. Ci diamo un bacio leggero sulla bocca. «Aspetto una persona» dice. Poi aggiunge: «Ne aspetto due, veramente», e si tocca la pancia, sorridendo. C’è qualcosa di misterioso e di meraviglioso nella donna che coltiva una vita dentro di sé, un coraggio e una determinazione tutte femminili nell’affrontare il futuro.
Usciamo in strada, Roma è sempre uguale a se stessa, traffico congestionato, clacson, voci, rumori. Non è una città, è una poesia. Persino i barboni qui conservano una dignitosa aria bohémienne, sembrano avere uno scopo, aderiscono alla scenografia.
Camminiamo fianco a fianco, come se ci fossimo lasciati ieri, senza parlare. Sembra altissima e io basso: la brutta abitudine di camminare un po’ curvo, ripiegato su me stesso.
«Ti accompagno alla macchina», mi dice. Passo davanti alla berlina, all’autista incerto. Lo gelo con lo sguardo, scuotendo appena la testa. Facciamo un’altra ventina di passi e mi avvicino a una vecchia Fiat Tipo dalla targa anonima, facendo finta che sia la mia. Non mi fa domande. Non le faccio domande. Ci abbracciamo.

Non l’ho più cercata. Non mi ha più cercato.

lunedì 10 dicembre 2007

Il portale web del comune di Avezzano tra i finalisti del Premio Web Italia 2007

Buongiorno a Fra e a tutti i miei amici bloggers, dopo un lungo periodo di assenza eccomi qui … In questo periodo non riesco ad essere in ufficio spesso ma ho trovato un attimo per segnalarvi che abbiamo da poco presentato il nuovo portale del comune di Avezzano già citato nelle cronache nazionali per essere stato tra i primi enti in Italia ad ottemperare alle disposizioni di legge, volte a favorire l'accessibilità del portale istituzionale ai soggetti diversamente abili (legge 4/04 c.d. legge Stanca).
Il progetto "Portale web integrato multicanale del Comune di Avezzano", realizzato da Internet Soluzioni con il CMS ISWEB, è entrato nella rosa delle nomination al PremioWebItalia 2007 per il Premio Speciale Pubblica Amministrazione.
Sono solo altri 4 i progetti in nomination per il premio speciale, scelti tra gli oltre 2.600 progetti in concorso. Il portale comunale è quindi ufficialmente tra i finalisti candidati a vincere il PREMIO WEB ITALIA il prossimo VENERDI 14 DICEMBRE.
Speriamo bene…
Potete approfondire l’argomento all’indirizzo
http://2007.premiowebitalia.it/lista.asp?fase=3&tipo=115&tipo2=5
Fra spero di riuscire a passare uno di questi giorni…
Baci

venerdì 7 dicembre 2007

Una simpatica condomOna

Oggi, uscendo dal'appartamento del mio amico-collega Stefano " Logan ", situato nella zona nord di Avezzano, mi sono imbattuto in un annuncio a dir poco atipico, affisso sul retro del portone d'ingresso. Non ho potuto fare a meno di portarlo con me ..
Da leggere attentamente


7 minuti di ... spensieratezza per iniziare bene il week end ...



Ringrazio il grande maestro per la consulenza.

virtual life


foto di Francesco Scipioni


Rovistò nelle tasche del vecchio soprabito cercando le chiavi. Tirò fuori un pacchetto di sigarette, il cellulare scarico, una manciata di scontrini ed infine riuscì a mettere le dita sulle chiavi. Il metallo freddo gli diede un certo fastidio al contatto con le falangette spellate dal suo continuo rosicchiarsi le unghie. Sbloccò le tre serrature di sicurezza, si diede una sistemata ai capelli bisunti, si infilò gli occhiali-schermo, gli auricolari, i guanti sensoriali e, sospirando profondamente, entrò in casa. Gli si fecero incontro correndo i suoi tre meravigliosi bambini.La casa era pervasa da un invitante odorino di arrosto. “è arrivato papà, è arrivato papà” urlavano felici i tre pargoletti e prendendolo per mano lo scortarono in cucina. Si affacciò quasi tremante e si trovò di fronte la sua bellissima moglie che con i guanti imbottiti teneva un succulento pollo su un vassoio d’acciaio lucidissimo. “Ciao amore” le sussurrò lei con malcelata malizia, avvicinandosi al suo orecchio destro e quel leggero alito profumato lo fece trasalire. I bambini lo aiutarono a sfilarsi il cappotto di cachemire e lo accompagnarono a tavola. Sua moglie uscì dalla cucina con il vassoio in mano, affascinante ed elegante come non mai e lui, guardandosi intorno in quell’ accogliente sala da pranzo, fu commosso da quella meravigliosa atmosfera familiare che preannunciava una serata coi fiocchi. L’odore dell’arrosto insieme a quello dei fiori freschi nei vasi della sala lo stordivano al punto che pensò di non meritare tutto quel ben di Dio. La vita sembrava essere stata molto generosa con lui. Guardò per un’ ultima volta la felice famiglia riunita ed una lacrima inaspettata si affacciò dai suoi occhi. Chinò la testa e giunse le mani quasi a voler pregare. La lacrima stillò cadendo direttamente sugli occhiali-schermo insinuandosi tra il vetro e la montatura. La soluzione salina andò a bagnare i microchips che cominciarono a cortocircuitare. Sentì un leggero odore di plastica bruciata e di colpo, con un bip, si fece buio. Rimase fermo col capo chino per qualche minuto. Il buio era tornato nella sua vita solitaria. Si sfilò i guanti, tolse gli auricolari ma aspettò ancora qualche minuto prima di togliersi gli occhiali-schermo. Poggiò le mani sul tavolo col palmo rivolto in basso. Il tavolo ora era freddo e ruvido, tastò per un po il piano in fòrmica tutto rovinato e mestamente ammise di riconoscere la sua realtà. Avrebbe dovuto comprare il modello di occhiali impermeabile, ma costavano troppo di più. Aveva risparmiato sul modello ma non sulla varietà di situazioni che poteva sviluppare anche se alla fine aveva finito con l’affezionarsi a quella famiglia che aveva visto poco prima. Tolse gli occhiali. Dalla finestra filtrava la luce delle insegne al neon della strada e la luce dei fari delle auto passava la stanza come uno scanner. Si guardò intorno e seguendo la scansione gli si presentarono tutte le suppellettili. Erano mesi che non le vedeva perchè in casa usava sempre gli occhiali virtual-family. I produttori raccomandavano di non farne un uso intensivo per non perdere troppo il contatto con la propria vita ma alienarsi da quella realtà di merda era proprio quello che lui desiderava. E di merda era l’aria che si respirava in casa. Arricciò il naso raggiunto da una puzza improvvisa e terribile. La spazzatura era lì da buttare chissà da quanto tempo ed il sacco sembrava muoversi, dotato di vita propria. Il rumore eterno, costante del traffico lo colse di sorpresa svegliandolo totalmente da quel torpore in cui era rimasto. Era ancora seduto, con le mani sul tavolo. Scosse la testa e si alzò di scatto deciso a liberarsi da quel fetore. Si infilò il sudicio soprabito e prese la spazzatura. Eppure era abituato alla puzza del mattatoio dove lavorava, alla nebbiolina umida e appicicosa che veniva fuori dalle bestie squartate e appese nell’enorme laboratorio. Le interiora dei bovini puzzavano come poche cose al mondo ma era un odore particolare, caldo che ti si appiccicava su per le narici, sulle mucose e che ti portavi a casa sempre, ogni sera. Avrebbe desiderato infilarsi lo spazzolino da denti su per il naso e grattare per ore pur di rimuoverlo. Non aveva ancora elaborato un pensiero da quando si era spento lo schermo ma una volta ripreso pienamente contatto con la mesta realtà gli occhi si riempirono di nuovo di lacrime, e stavolta non di gioia. Si ritrovò immerso in quella vita che aveva disperatamente cercato di cambiare ma che gli si era crudelmente presentata come un pantano in cui era rimasto piantato. Si ritrovò in quel futuro così diverso da come lo aveva immaginato da ragazzo così dannatamente duro e solitario che la puzza della spazzatura rappresentava l’odore della sconfitta. Niente profumi preziosi, ne odori di manicaretti succulenti ma solo l’odore straziante della solitudine che sa di mozziconi di sigaretta bruciacchiati e dei piatti monoporzione riscaldati al microonde. Né il dolce suono della voce dei suoi bambini mai nati o della moglie mai avuta, ma solo il sottofondo costante del traffico della sopraelevata a pochi metri dalla finestra: un rombo continuo, incessante, snervante ma era anche l’unico suono a tenergli compagnia e che gli evitava di sentirsi nelle orecchie il battito del suo cuore quando cercava di dormire. Aprì la porta con il sacco in mano. Il sudicio corridoio gli si parava davanti più lungo che mai e l’ascensore non era mai sembrato così lontano. Il sacco diventava ad ogni passo più pesante. Passò davanti a decine di porte e da ognuna di esse usciva fuori una traccia di vita: voci, odori, rumori lo investivano in maniera quasi dolorosa. Ogni appartamento un pianeta, un mondo a parte. Sentiva voci in lingue diverse e, visto che era ora di cena una moltitudine di odori lo circondavano: aglio, cuscus, ragù, arrosto. Dovette prendere il sacco con tutte e due le mani, tanto era diventato pesante. Musica, canti, risate....tutto in venti metri di corridoio. E tutta quella vitalità lo faceva sentire ancora più solo. Il sacco ormai pesava cento chili e non c’era altro modo di portarlo fuori se non trascinandolo.................
continua (forse)