Idee in movimento - Arte - Libera Espressione - Musica - Letteratura - Poesia - Libertà - Creatività - Emozioni
venerdì 8 giugno 2007
Energia e Devastazione
Paul Hardcastle - 19 - Anno 1985
Un pranzo da Mc Donald
Oggi il brano che scelgo viene dal mare, anzi si chiama " Il mare".
Buon ascolto a tutti, ad Oz e Pirulo in particolare, questa vi piace, lo sò...
Oggi c'è il delirio .... perchè deve arrivare il più gran ca###ne della storia ...
Scene di follia questa mattina nella capitale ....
Gente che bestemmia .... che litiga .... che arriva alle mani ....
Pizzardoni nel panico .... tassinari che fanno lo schifo ....
Conducenti dell'Atac che scendono dai mezzi ....
Mucchi di moto e motorini .. bloccati ai semafori ...
e milioni ... di Sbirri ... ovunque .. ad ogni angolo delle strade...
perchè tutto questo ? .. MAH !!!
Forse perchè sta arrivando "KRUSTY THE CLOW" ?????
giovedì 7 giugno 2007
Politica, Apartheid e grande musica: Hugh Masakela

Hugh Ramopolo Masekela nasce nel Sud Africa il 4 Aprile 1939. Sin dai primi anni della sua vita si dedica allo studio della tromba e, ancora poco più che bambino, è leader della Huddleston Jazz Band. A 17 anni si unisce alla Alfred Herbert's African Jazz Revue e inizia a farsi conoscere in ambito nazionale ed internazionale. Nel 1959 forma, insieme a Dollar Brand (più noto con il nome di Abdullah Ibrahim), la Jazz Epistles, la prima band band jazz africana ad incidere un album e fare concerti a Johannesburg e Cape Town.
Nel 1961, a causa della sempre crescenti brutailità dell’appartheid, Hugh Musakela va in esilio negli Stati Uniti. La sua notorietà come musicista cresce sempre più (in questi anni incide brani che scalano le classifiche statunitensi, come Up, Up and Away e Grazin' in the Grass).
I suoi brani musicali iniziano a toccare tematiche politiche e la sua figura inizia ad acquisire notorità anche come portatore di un ideale politico. Nel 1987, esce il suo Bring Him Back Home, che in breve tempo diventa l’inno del movimento legato a Nelson Mandela. Suona con musicisti di grosso calibro, quali Dizzy Gillespie, Paul Simon, Miriam Makeba (sua moglie).
Nel 2003 esce la sua autobiografia in cui descrive a fondo la sua amicizia con Nelson Mandela, le sue battaglie e la sua musica.
Oggi vive in Sud Africa, ma fa ancora tour in tutto il mondo.
Tra i pezzi più noti, Bring Him Back Home, Grazing in the Grass, e la toccante Coal Train (Stimela), che racconta la dura vita degli schiavi durante il lavoro nelle miniere di carbone in Africa.
La sua musica, tra jazz, radici africane, allegria, malinconia ed impegno politico, (come lui stesso ama ripetere) deve aiutare a perdonare, a vivere insieme, ma mai a dimenticare quanto successo in Sud Africa, affinché non si verifichi mai più una situazioni in cui un gruppo di uomini domini e ne sottometta un altro.
E se avete un po' di tempo, buona visione con Amandla
Una testa 'motivata'
Canne e cannoni (e con questo vado via ... )

ell’Europa orientale il problema maggiore sono le droghe chimiche, quelle di sintesi. Balcani e Cecenia ne sono pieni. Il Muro è caduto. Ma non i laboratori illegali per la produzione delle anfetamine. Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa a Mosca per il suo impegno nel raccontare le verità nascoste dei conflitti russi, ha più volte sollevato il problema. Ha anche scritto di cittadini ceceni che vanno in giro con le tasche cucite, per evitare che i soldati russi li arrestino infilandogli la droga nei pantaloni.
Ma le storie più dure vengono dall’Iraq dilaniato dalla guerra civile, sconvolto da una spirale di violenza che ha lasciato intatte pochissime famiglie. Tamam Abdul-Kadhim, 35 anni, nel 2004 ha vissuto un bombardamento nel centro di Baghdad. Era la prima volta che assisteva a un bagno di sangue. Un avvenimento che ha cambiato per sempre la sua vita. La notte non chiudeva occhio. Allora ha iniziato a usare sedativi, diventandone dipendente. L’Iraq di oggi è pieno di persone nelle sue stesse condizioni. Uomini e donne imprigionati in una quotidianità di morte e terrore. Chi ha potuto è andato via, si è trasferito in Giordania o in Europa. Chi è rimasto cerca sempre di più nelle droghe l’unica possibilità di evadere dalla realtà.
I consumatori appartengono a tutte le classi sociali: insegnanti, militari, poliziotti e disperati. Usano di tutto, dagli psicofarmaci all’eroina. Non essendo un Paese produttore, l’Iraq non si era mai dovuto confrontare con problemi di droga, e ai tempi di Saddam gli unici problemi di dipendenza riguardavano l’alcol. Oggi a causa degli attentati degli estremisti contro i locali pubblici è diventato difficile trovare alcolici. Ma il Paese è ormai pieno di droga. Farmaci contenenti anfetamina e codeina (un derivato medico dell’oppio) si trovano a prezzi bassissimi ad ogni angolo di strada, sui banchi dei mercati e persino nei bar. Dove un tè da 400 dinari (10 centesimi di euro) lo servono direttamente con gli psicofarmaci sciolti dentro. Il problema è che spesso i clienti neanche sanno cosa assumono. Esiste un commercio di farmaci destinati a persone che, anche quando le medicine sono nelle loro confezioni, non sanno leggere dosi e indicazioni. Scritte in inglese, con il marchio del ministero della Salute iracheno e la dicitura «not for sale» (quindi non vendibile senza ricetta medica). Non di rado sono aiuti esteri, dotazioni delle ong. Per strada, scatola e foglietto illustrativo neanche ci sono. Sui banchi dei mercati le pillole si trovano sfuse. Trenta per 500 dinari, medicine di cui nessuno conosce la data di scadenza e che magari sono sotto il sole da settimane. Anche il canale ufficiale di distribuzione, le farmacie, è diviso in due: ci sono quelle che vendono i farmaci di classe A (i più potenti) anche senza ricetta, e quelle a cui non piace vendere un certo tipo di psicofarmaci. Ma di solito anche lì, descritto il sintomo, si ottiene ciò che si chiede. «Se finisci in galera una delle prime cose che ti chiedono i secondini è se hai bisogno di una pillola: prezzo 250 dinari», scriveva di recente una lettrice al direttore di un quotidiano di Baghdad. Campanello d’allarme per comprendere quanto il loro uso sia diffuso nel Paese, con il silenzio del governo, della polizia locale e delle forze di occupazione.
All’uso degli psicofarmaci si è poi aggiunto quello di eroina e cocaina. «Gli iracheni stanno consumando sostanze illecite come mai prima d’ora. Stimiamo che oggi siano circa 5.000 le persone che usano droghe nel sud del Paese. Nel 2004 erano circa 1.500», ha affermato recentemente in un’intervista all’agenzia di stampa irachena Irin il dottor Kamel Ali del Programma di prevenzione contro i narcotici del ministero della Salute. «In tutto il Paese potrebbero essere 10.000». Un recente rapporto dell’agenzia Ghodse evidenzia come «negli ospedali di Baghdad e di tutto il Paese si è registrato un notevole aumento di overdose, per droghe e psicofarmaci». Molti arrivano in ospedale direttamente in ambulanza, una volta perduti i sensi, poiché si spostano solo per lo stretto necessario e sono ancora molto diffidenti verso le istituzioni. Inoltre in Iraq c’è un solo centro che si occupa di dipendenze: l’ospedale psichiatrico di Baghdad.
L’arrivo delle nuove droghe è dovuto al sostanziale fallimento del controllo dei labili confini iracheni. Soprattutto quello tra Iran e Iraq, dove transitano ingenti quantitativi di droga, che stanno facendo esplodere il consumo in tutto il Medio Oriente. Un confine lungo 1.200 chilometri che le forze di occupazione e quelle irachene non riescono a controllare. Molti analisti sostengono che il problema sia da imputare al dilagare della corruzione. Il governo ha fatto di tutto per fermare il flusso di droghe, inviando migliaia di poliziotti in più lungo il confine e chiedendo aiuto alle forze ucraine e polacche di stanza vicino a Batra e Zurabatia. «In passato l’Iraq aveva migliaia di checkpoint e poliziotti lungo il confine, ma oggi, con tutti i problemi del Paese, all’area viene data una scarsa attenzione» ha dichiarato Mahmud Uthman, membro del Consiglio di governo. Ma i risultati ottenuti dall’esecutivo sono stati irrisori. Anche le due città sante di Kerbala e Najaf, nel sud del Paese, hanno indossato la maglia nera dell’abuso. Lungo le polverose strade di queste due città ormai proliferano i narcotrafficanti afgani e iraniani. E l’applicazione della pena di morte anche per il traffico di stupefacenti non è servita da deterrente. I sequestri si moltiplicano, ma traffico e consumo non si arrestano. Gli psicofarmaci passano dal confine giordano, l’eroina da quello iraniano e la cocaina attraverso i Paesi del Corno d’Africa. Il tema della droga ormai non è più un tabù, nella patriarcale e conservatrice società irachena. È diventato un argomento da bar. Uno psichiatra del ministero della Salute, che vuole rimanere anonimo, sostiene che il problema è che l’Iraq non ha strutture adeguate per combattere la crisi: «È un bene che finalmente si parli del problema, ma la cronica mancanza di sicurezza, l’assenza di dati e il fatto che tutto questo sia rimasto a lungo nell’ombra, non ci aiuta a risolverlo. Baghdad conta più di cinque milioni di abitanti, ma noi siamo in grado di monitorare solo una piccola parte della popolazione. E fuori dalla capitale è tutto ancora più difficile».
Se a Baghdad la situazione è preoccupante, in Afghanistan è allarmante. «Un milione di afgani si droga» tuonava nel rapporto del 2005 l’Ufficio per la droga e il crimine delle Nazioni Unite, diretto dal 2002 dall’italiano Antonio Maria Costa. Le siringhe sono arrivate anche in Afghanistan. Una novità assoluta per il Paese. Un’occidentalizzazione del consumo senza precedenti. Mentre il mondo viene inondato da eroina afgana, il consumo esplode dal confine con Turkmenistan e Uzbekistan e nelle campagne fino a Kabul. I derivati dell’oppio, mai usati negli anni del regime e soprattutto mai prodotti dagli afgani, dal 2001, anno di inizio dell’ultimo conflitto, stanno avendo una rapida diffusione tra la popolazione. Chi non ha accesso a queste sostanze usa psicofarmaci e pure benzina. Il resto del mondo osserva il presente afgano con uno sguardo preoccupato anche verso il futuro. L’enorme quantità di oppio disponibile nel Paese, aggiunta alla corruzione delle istituzioni, rendono al momento impossibile arginare la crescente attività di produzione e raffinazione. Situazione che è destinata a fare schizzare ancora di più verso l’alto la domanda interna, di oppio e eroina.
Dopo la caduta dei talebani sono stati creati programmi di trattamento. Il ministero non sa quanti vi ricorrano, e non ci sono indicazioni sui programmi terapeutici. Quello che si sa è che questi centri nella maggior parte dei casi non possono fare affidamento su farmaci sostitutivi per le astinenze. Usano le corde. Legano le persone ai letti. La loro nascita e le lunghe liste di attesa confermano la vastità del fenomeno delle dipendenze nel Paese. Una nazione che produce più del 90 per cento dell’oppio mondiale, si trova di colpo ad essere anche un grande consumatore. Nella sola Kabul in due anni gli eroinomani sono più che raddoppiati. E il dottor Mohammad Zafar del Programma di riduzione della domanda, del ministero per il Controllo dei narcotici, denuncia come la comunità internazionale si sia interessata solo alla produzione dell’oppio afgano e non al boom del suo consumo in patria. Da un chilo di oppio si producono 100 grammi di eroina pura. Se sotto i talebani la raffinazione avveniva fuori dai confini nazionali (Triangolo d’oro, Pakistan e Iran in testa), oggi i laboratori sono dentro il Paese. Producono dai 70 ai 100 chili di eroina al giorno. Sono sulle colline a sud-est di Jalabad (a ridosso del confine con il Pakistan) e nei distretti di Acheen e Adal Khel (provincia di Nangahar). Nella sola area di Sangeen, secondo ufficiali britannici, ce ne sono più di 150. L’Afghanistan è diventato un Paese dove guardando dalle colline le vallate di alcune province, l’estensione della coltivazione di oppio è paragonabile a quella dei vigneti in molte regioni italiane. E proprio come avviene in Italia per la stagione della vendemmia, in primavera la raccolta attira braccianti da ogni parte del Paese.
In Afghanistan la raccolta dell’oppio è già iniziata. Le grandi piogge primaverili lasciano credere che nei rapporti Onu dell’anno prossimo vedremo un nuovo record di produzione. Nella sola provincia di Helmand si coltiva il 40 per cento di tutto il papavero afgano, con una produzione di 150 chilogrammi a ettaro. L’aumento della produzione ha già fatto scendere i prezzi, passati dai 100 dollari dell’anno scorso agli 80/90 di oggi. I talebani controllano gran parte dell’area e gli scontri e i bombardamenti con le forze Isaf sono quotidiani. Due tentativi di distruzione delle piantagioni non hanno dato i risultati sperati. Da poco, su pressione delle Nazioni Unite, ne è iniziato un terzo. Ma gli ostacoli da superare sono due. Primo. Se da un lato le Nazioni Unite stimano che il 50 per cento del Pil afgano è rappresentato dall’oppio, l’economia del Paese è interamente controllata dall’esterno. Il presidente Karzai viene da tutti definito il «sindaco di Kabul» e il contrabbando di droga aumenta sempre di più. Anche per la difficoltà, come in Iraq, di controllare i 5.800 chilometri di confini. Secondo. La corruzione e la connivenza del potere sia con i talebani che con i narcotrafficanti. «Rappresentanti del governo e signori della guerra sono pesantemente coinvolti nella produzione e nel traffico illecito di oppio e stanno trasformando il nostro Paese in un narco-Stato» ha dichiarato il ministro dell’Interno al quotidiano Kabul Times. Aggiungendo che, pur non potendo fare nomi, il suo ministero «ha raccolto prove sufficienti per dimostrare che funzionari del governo, compresi ufficiali dell’esercito e della polizia, sono implicati nel narcotraffico».
Conoscono nomi e cognomi, sia di chi è implicato direttamente che di chi offre protezione in cambio di denaro, ma «solo in pochi casi siamo riusciti a intervenire e arrestarli». Operazioni che probabilmente vengono condotte solo contro personaggi diventati scomodi e pesci piccoli. Inoltre, precisa il ministro, «a Kabul stiamo arrestando moltissimi trafficanti, ma questo avviene solo per un motivo: perché lo smercio di oppio grezzo o lavorato sta assumendo dimensioni tali da non riuscire più a rimanere invisibile». E se alcuni ritengono che la soluzione sia nella conversione della produzione di oppio da illegale a legale, per la produzione di morfina per le terapie del dolore, il capo dell’Unodc Costa la cestina subito come «irrealistica», spiegando che «sul mercato illegale rende tre volte di più, e in ogni caso con la produzione dello scorso anno il mondo starebbe bene per cinque anni». Continueremo quindi a vedere in tutto il mondo e ancora per molto gli effetti di questa rigogliosa agricoltura.
di Alessandro De Pascale
LEFT - AVVENIMENTI
Badu Badu
Erykah badu - Nsj festival 07.06
M 'é finito il toner...
Cypress Hill Insane in the Membrane
mercoledì 6 giugno 2007
Andai dentro la notte illuminata

Ma c'è anche qualcos'altro da chiedergli: ti senti uno scrittore impegnato o un narratore puro? Te lo chiedo perché sembra una questione di importanza fondamentale per la maggior parte dei critici…Lui confessa: «Vorrei essere un corsaro. Non è importante se le storie sono inventate o nascono dal vissuto degli autori, il più delle volte sono un mix, l’importante è non perdere di vista l’attualità».
Winter
I BAMBINI DI OGGI GIOCANO COSI'...
Cavolo non puoi mettere un bambino di 8 anni di fronte ad un 50 pollici con dolby digital ed una PS3. Crescerà sicuramente in malomodo.
Pensate ad un mio futuro figlio che ascolta i Pan Sonic, gioca con la PS3, ed utilizza un Mac per suonare...Potrebbe diventare un malato come me.....No, No. Non è possibile questa cosa....
Buon Pomerggio ... pioverà o non pioverà per 15 munuti anche oggi ?
"Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che, anche se chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci.....allora sono convinto o no che il mondo continua ad esserci?....c'è ancora?.....sì. Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo, io non sono diverso..........Allora, a che punto ero?"
Good Morning Ghosts
Patagonia Video: Sonnie Trotter Climbs First Free Ascent
martedì 5 giugno 2007
Undici minuti

Coelho Paulo - Undici minuti
Editore Bompiani (collana Romanzi Bompiani)
Prezzo € 16,00
Dati 2003, 260 p., rilegato
"Undici minuti" racconta la storia di Maria, una giovane ragazza brasiliana che, seguendo il miraggio di una vita più facile, si trasferisce da Rio de Janeiro in Europa, a Ginevra. Qui, dopo il tentativo di lavorare come modella, comincia a esercitare la prostituzione e, dagli incontri con i suoi clienti, sviluppa la sua particolare conoscenza del mondo. Gli undici minuti del titolo, il limitato arco di tempo che Maria dedica a ciascun uomo, diventano quindi lo strumento attraverso il quale la ragazza entra in contatto con l'anima degli sconosciuti che incontra. E sarà proprio uno di questi uomini, il pittore Ralf Hart, ad aprirle le porte di una nuova consapevolezza.
Nel suo nuovo romanzo Paulo Coelho continua la sua meditazione sulla vita, sull'animo umano e sulla spiritualità che è da sempre al centro dei suoi libri. Questa volta le sue riflessioni ruotano attorno al tema della sessualità, considerata uno strumento di conoscenza ed esplorazione di sé. Lo scrittore brasiliano, divenuto famoso grazie all'Alchimista , Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto , Il Cammino di Santiago e altri romanzi di successo internazionale, affronta senza reticenze il tema del sesso in tutti i suoi risvolti, dalla masturbazione al sadomasochismo, dall'orgasmo al "punto G", mantenendosi però sempre fedele a quell'ansia di ricerca spirituale che lo ha reso caro ai lettori di tutto il mondo.
Tutto comincia con il sogno di una giovane donna brasiliana, Maria, che, dopo avere conosciuto un impresario teatrale sulla spiaggia di Rio de Janeiro, accetta di trasferirsi a Ginevra per intraprendere la carriera di ballerina di samba. Purtroppo non riuscirà a realizzare il suo progetto e finirà presto in un night club di Rue de Berne, il quartiere a luci rosse di Ginevra. Con l'ingenuo cinismo di chi non ha ancora conosciuto l'amore, Maria eserciterà la prostituzione non solo per sopravvivere e recuperare il denaro necessario a tornare in Brasile e comprare un'azienda agricola, ma anche per conoscere appieno il mondo e l'anima delle persone. «Il mio obiettivo è comprendere l'amore», scrive la protagonista tra le pagine del suo diario: cercherà di farlo sforzandosi di cogliere l'essenza del sentimento attraverso la lente di fugaci appuntamenti che la sua attività le impone. Ma solo l'incontro con un uomo speciale, un artista di nome Ralf Hart, riuscirà a farle vivere e comprendere ciò che conta davvero…
Esperto narratore e fine indagatore dei segreti dell'anima, Paulo Coelho, riesce ad affrontare anche i temi più impegnativi senza rinunciare a una narrazione scorrevole e di piacevole lettura. La passione, la magia del desiderio, i piaceri, i misteri, la spiritualità e la sacralità dell'amore sono i veri protagonisti di questo suo primo romanzo erotico; una storia di grande intensità emotiva che invita alla riflessione senza mai perdere la sua freschezza e la sua spontaneità.
Oggi stò cosi
Nick Drake - Day is Done
Note Biografiche
Nick Drake nasce in Birmania il 19 giugno 1948 da genitori inglesi. Eredita dalla madre la passione per la musica e, mentre si trova al college, acquista una chitarra e inizia a suonarla, sviluppando una tecnica di fingerpicking assolutamente singolare. Viene presentato da Ashley Hutchings dei Fairport Convention al produttore Joe Boyd e dal lì iniziano le sessioni per le registrazioni del suo primo disco Five Leaves Left. Il disco, uscito nel 1969 non ottiene un grande successo di vendita, anche perché Nick è molto schivo e preferisce limitare al minimo i concerti. Nel 1970 esce Bryter Layter, un disco tendente ad atmosfere jazzate. Anche questo non ha molto successo. Lo stato d'animo di Nick peggiora, inizia a soffrire di uno stato di depressione dal quale non riesce a scuotersi. Nel 1972 incide il suo ultimo album, quello più sofferto e scarno: Pink Moon. Il 25 novembre 1974 la madre sale in camera per svegliarlo e lo trova morto, disteso nel letto. E' un'overdose di Tryptizol, un antidepressivo. Si pensa ad un suicidio, anche se non esiste una prova effettiva che lo sia stato veramente. Con la sua morte si aprono le porte del successo (come lui stesso profetizzava in Fruit Tree) e la musica di Nick, anno dopo anno, diventa sempre più diffusa e conosciuta.
Gioggio e le sue foto: mail del 1 - 06 - 2007
Le altre sono per te (quelle di e con Ninni sono pubblicabili) Bacio






Sandaliotin…Sandalion… Ichnussa… Sardegna insomma

Il mare, l’interno, la costa, le usanze, i profumi ed i colori, l’ospitalità, le Genti; tutto questo, e non solo, affascinano e rendono unica la mia Isola. Ma c’è qualcosa che la rende ancor più particolare : la sua lingua. “Limba”, per noi sardi.
Con questo e successivi post vorrei porgere, a Voi lettori di questo raffinato blog, alcuni elementi di “Limba sarda”. Senza supponenza e senza la presunzione di “insegnare”. Solo con l’intendimento di dividere con Voi quelle emozioni che questa Terra sa dare, a chi la sa scoprire ed amare. E chissà…salutarci anche in sardo, quando c’incontriamo. Fazio degli Uberti (Dittamondo, III Libro), quando tratta della Sardegna, scrive :
“Io viddi che mi parve meraviglia
una gente ch’alcuno non intende
Né essi sanno quel ch’altri bisbiglia”
Vorrei introdurvi subito in questo mondo, con alcuni passi (incipit e fine) di una Poesia di Franceschino Satta (Nuoro,1919-2001). “Frantzischinu” Satta è uno dei massimi Poeti in limba. A Lui si rivolse Max Leopold Wagner, tedesco, il più autorevole maestro della linguistica sarda, per affinare i suoi studi sulla limba.
Massimo Pittau, eminente studioso ed Autore di un vocabolario sardo-italiano, di Franceschino Satta ha scritto : “… notevolissima la padronanza della grammatica e del lessico sardo…”. Far riferimento al Satta, considerato il vero erede de “Su Montanaru” (al secolo Antioco Casula), è impadronirsi della limba e dei suoi suoni.
A Zubanne Battista
Ninna – nanna
"Pro tene, fizu, jaju hat imbentau
Una cantone alligra, pilibrunda,
durche, bella che sole, caritunda
chei sa luna chi nascit in su chelu.
Est una cantonedda latte e mele,
de pilios tinta, tottu linus d’oro...
Dormi, columbu , dormi, sonnios d’oro !
Arcos de chelu, riso de cossolu
T’accumpanzen serenos in su bolu
De s’issonnossente banzicu ‘e su coro”.
Franceschino Satta
Su quest'autore tornerò nei prossimi post.
--------
Altre Poesie in limba, sempre per scoprirne la musicalità. La prima è del citato “Su Montanaru” (Antioco Casula, da Desulo) , tratta da “Sos cantigos de Ennargentu” (Cagliari, 1922).
“Fiera e ruzza in mesu a sos castanzos
seculares, ses posta o bidda mia;
attaccada a sos usos de una ia,
generosa, ospitale a sos istranzos”.
Quest’altra è del nuorese Salvatore Cabras, tratta da “Su Gologone, cantos de Barbagia” (Biella, 1933).
“Bennidu a crescher sa malinconia
Su risignolu si es pesadu in cantu”
Per finire, Vi segnalo questo “mutettu”, d’anonimo. Per precisare, i “Mutos” e i “Mutettus” sono canti estemporanei, il più delle volte, e sono proposti in gare poetiche nella forma a “cuncordu”. I “mutos e i mutettus, sono inconfondibili per la netta separazione tra la prima strofa, costituita sempre da un tema libero, e la seconda, che viceversa evidenzia l’intenzione o il sentimento.
“Bella vigu mmurisca
A ispinas de oru.
Tottu s’arruga è ttrista
Candu non passa coru”
Con il prossimo post, l’origine, gli articoli, i pronomi, i verbi essere e avere, qualche frase particolare, comprese quelle già note.
Un saluto e…grassias.
Benag
lunedì 4 giugno 2007
Un gran bel Lunedi'..
The verve - Lucky man
domenica 3 giugno 2007
Kapuscinski, demolitore di luoghi comuni

Ryszard Kapuscinski è morto a Varsavia pochi mesi fa, lo scorso 23 gennaio, a causa delle complicazioni seguite ad un intervento chirurgico, all’età di settantacinque anni (era nato nel ’32 a Pinsk, nella Polonia Orientale, oggi Bielorussia). Prima di allora era sfuggito alla morte in centinaia di occasioni, forse perché l’aveva frequentata sin da bambino: «La Seconda guerra mondiale è cominciata quando avevo sette anni ed è durata per tutta la mia infanzia. Quando si possiede una conoscenza così istintiva della guerra, è più facile cavarsela sgattaiolando tra le linee del fronte». E non si può dire che non sia andato a cercarsela: in oltre quaranta anni di viaggi in circa cento paesi del mondo, è stato testimone diretto di ventisette “guerre” tra colpi di Stato e rivoluzioni, dall’Asia all’Africa (Ebano), dall’Iran della rivoluzione del ’79 (raccontata in Shah-in-shah) all’America Latina: «Io voglio solo stare in prima linea, sul fronte degli eventi e, sul momento, non penso al rischio o al fatto che potrei rimetterci la pelle». Non perché fosse un temerario o un avventuriero. Di statura e corporatura media, d’indole mite e tollerante, non aveva certo il fisico né tanto meno la baldanza strafottente di un Indiana Jones. Di fronte all’altro non tirava fuori la pistola, ma una penna a sfera e il taccuino. Neanche il registratore, perché crea una distanza con l’interlocutore, alimenta la diffidenza. Una volta arrivato a destinazione, la sua prima preoccupazione era confondersi con il luogo, parlare con gli abitanti, studiare e cercarne di comprenderne la cultura, evitando accuratamente incontri istituzionali, versioni ufficiali e voci di palazzo, fonti quasi esclusive per buona parte dei colleghi che considerano il viaggio «una specie di missione diplomatica e non sono particolarmente interessati a come viva la gente in un dato paese: li interessano solo l’alta politica, i governi, gli attori della scena internazionale. Appena possibile, si isolano dalla realtà».
«Il vero reporter non abita all’Hilton - scrive in Autoritratto di un reporter - dorme dove dormono i personaggi dei suoi racconti, mangia e beve quello che mangiano e bevono loro. E’ l’unico modo per scrivere qualcosa di decente. Per essere accettato, deve imparare a vivere tra la gente, deve essere una persona umile e dotata di empatia». E prima di raggiungere la celebrità mondiale, tanto da essere salutato dal Washington Post come «il più famoso corrispondente di guerra della sua generazione» e accostato per il suo talento ai più grandi nomi della letteratura - «il Bruce Chatwin dell’est» - il suo è stato un lungo apprendistato. Ha appena vent’anni quando, senza conoscere una sola parola di inglese e aver mai lasciato prima il suo Paese, viene catapultato in India. Unico viatico: una vecchia edizione - censurata dal regime socialista - delle Storie di Erodoto, lo storico dell’antica Grecia che ha scelto come mentore (In viaggio con Erodoto è il titolo della sua biografia).
Il suo amore per il giornalismo nasce dalla curiosità per il mondo, ma anche dal desiderio di evasione da un territorio che l’occupazione sovietica ha trasformato in un luogo del terrore (Imperium è probabilmente il più bel saggio-reportage mai scritto sul disfacimento dell’impero sovietico). Descrive l’orrore entrare nelle case e nelle scuole, i genitori dei compagni di classe scomparire uno a uno, così come il maestro, che lo chiama dal carro merci con cui lo stanno deportando in Siberia. Il padre, destinato all’eliminazione in quanto funzionario dello Stato polacco, riesce a nascondersi. Ryzard a “fuggire”.
«Mi occupavo dei problemi del Terzo Mondo, campo in cui le pressioni ideologiche da parte del potere erano molto minori di quelle esercitate, per esempio, su un corrispondente di Mosca o di Praga». Approda alla Pap, l’agenzia polacca di stampa, dove lavorerà per oltre venti anni. Tale lavoro è «il prezzo da pagare per poter scrivere dei libri», per raccontare «il mondo ricchissimo, affascinante che scoprivo viaggiando di paese in paese e di continente in continente». Un patrimonio di conoscenze che non poteva essere racchiuso in scarni dispacci giornalistici e lanci di agenzia, anche se il tempo per scrivere è sempre poco: «Mi rendo conto che dovrei scrivere di più. E invece so che se in Africa accadesse qualcosa di importante, come una guerra in Rhodesia, partirei su due piedi senza neanche finire la frase». Gli unici “souvenir” dei suoi viaggi sono i libri, a tonnellate: di ritorno dalla Nigeria lo seguono solo una cassa di libri, un paio di jeans e una padella. Esempio poco seguito dal giornalismo ideologicamente orientato di casa nostra, popolato da telepredicatori dall’ego ipertrofico, giornalisti per caso e “specialisti” in instant-book affidati a volenterosi ghost writer, che rimangono sulla superficie degli avvenimenti.
«Di tutti i reporter che viaggiavano per il mondo negli anni sessanta - ripeteva con una punta di civetteria - sono rimasto solo io. Gli altri sono diventati direttori di reti televisive, di emittenti radiofoniche, di case editrici e di quotidiani. Sono diventati stanziali». Altri ancora, aggiungiamo noi, hanno capitalizzato la popolarità per farsi eleggere nelle istituzioni, per erigere un monumento alla propria vanità. Kapuscinski no: «Niente titoli, niente cariche, niente funzioni». Il suo giornalismo è improntato ad una scelta etica, quella di dare voce a chi non ce l’ha, un giornalismo che definiva “intenzionale”: «Vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento».
Più esattamente definisce la sua professione come quella di un “traduttore”. «Non da una lingua all’altra, ma da una cultura a un’altra. L’importante sarebbe fare in modo che tra le culture si creassero rapporti non di dipendenza e subordinazione, ma di intesa e collaborazione. Solo così può esserci una speranza che, nella nostra famiglia umana, l’intesa e la benevolenza prendano il sopravvento sulle ostilità e i conflitti. Anch’io nel mio piccolo vorrei contribuirvi, ed è questa la ragione per cui scrivo». Dimostra a tutti noi europei «che abbiamo una mentalità molto eurocentrica, che l’Europa, o meglio una sua parte, non è la sola cosa esistente al mondo». Ma, a differenza di molti suoi colleghi di sinistra, Kapuscinski non auspica l’affermazione di una cultura globale, non formula la “hit parade” delle culture - «non esiste una gerarchia delle culture» - né tanto meno individua negli Stati Uniti il comodo capro espiatorio di tutti i mali del mondo.
Da cattolico, sostiene l’importanza delle identità: «Lo sradicamento della propria cultura costa caro. Per questo occorre avere chiaro il senso della propria identità, della sua forza e del suo valore. Solo allora l’uomo può liberamente confrontarsi con una cultura diversa». Il mondo in cui stiamo entrando - sostiene nel libro appena arrivato in libreria - è «il Pianeta della Grande Occasione». E sbagliano i media occidentali «a rappresentare tutto ciò che non è occidentale come una minaccia: A Oriente siamo minacciati dalla mafia. A sud, dai fondamentalismi. In Africa da africani dementi che si trucidano a vicenda. Dall’Asia e dall’America Latina incombono i narcotrafficanti». Un caparbio, tenace demolitore di luoghi comuni, questo era ed è Ryszard Kapuscinski.
venerdì 1 giugno 2007
Ho sempre avuto un debole per loro...
Buon Week end a tutti
IL DOLORE
Agli amici del blog,se permettete un consiglio:vivete,vivete sempre fortissimo e al massimo.
Me se riabbottonano i pantaloni..
E poi c'é qualcuno che, amato o odiato, sta peggio di me...
A metà serata....
Ed è arrivato anche Venerdio
Buongiorno a tutti, apparentemente un venerdi come tutti gli altri, ma ....
più trascorrono i minuti e più mi accorgo che purtroppo non lo è ....
Svegliato presto stamattina, anche se sarei potuto rimanere comodamente a letto ...
Giustificato da un comodissimo certifcato medico ma..
La mia etica professionale non me l'ha permesso ...
quindi eccomi qui .. con un dente in meno in bocca ...
5 punti in più che mi tirano da morire...
Basta.... mi son rotto di scrivere ...Cià
L'amico romano
giovedì 31 maggio 2007
Quando il Brasile incontra Bari
So che non sto parlando proprio di una coppia nuova, però vale la pena riascoltarli qualche volta. Lei ha una voce ed un’intonazione davvero particolari. Lui una creativita che, non a caso, lo ha portato a collaborare regolarmente con Dj di calibro internazionale (Thievery Corporation, tanto per citare qualcuno).
Il CD intitolato Garota Moderna è davvero un manifesto del genere.
Buon ascolto
Le mie frequenze delle 20:00
In questo momento mi sento così, anzi, spesso mi sento così. La pace interiore più totale..
Il nostro Roberto Alfatti Appetiti fa rumore, parecchio..

Lodi dal «Secolo»
Moretti divide AN
MILANO. «Film importanti». «Sarcasmo feroce». «Malinconica ironia». «Mirabile». «Nient'affatto comunista». E voilà, dopo il Corrado Guzzanti di «Fascisti su Marte», «Bella ciao», il giovane Holden e compagnia bella, anche il «compagno» Nanni Moretti viene strappato al polveroso Pantheon contemporaneo della sinistra. Il Secolo d'Italia, nella nuova versione sbarazzina, dedica un paginone estasiato a «Ecce Nanni». Tanta enfasi lascia perplessi i dirigenti di An. Maurizio Gasparri è velatamente critico: «Moretti? Quello del Caimano? Un propagandista di menzogna, becero, delinquenziale, vergognoso. Un poveretto». Accigliata Daniela Santanché: «Certo, riabilitiamolo: ora mancano solo Che Guevara e Fidel Castro». Roberto Alfatti Appetiti, autore dell'agiografia e grande fan di Mister No, «un anarcoindividualista», non è nuovo a simili revisionismi culturali. Cercò di «tirare per la giacchetta» anche Luciano Bianciardi, l'anarchico per definizione, nonché Fante e Bukowski. Prosegue Gasparri: «Moretti è un intellettuale organico. Anzi di più, visto che detta la linea. Il Secolo cerca solo di farsi notare, ma è una cupio dissolvi. Ognuno ha le sue perversioni, io preferisco Pieraccioni». La Santanché è lapidaria: «Appartiene a un altro pianeta. Non mi piace nulla di lui». Anche Ignazio La Russa se la prende con il Secolo: «Vuole creare scalpore, sbaglia». E su Moretti: «Non tutto è da buttare, Ecce Bombo mi piaceva. Ma ora è un militante. Volete un bravo regista nuovo? Marco Carlucci, che ha fatto Il punto rosso». Infine Gianni Alemanno: «Moretti bravo? E' la scoperta dell'acqua calda. Il portaborse era un capolavoro. Ma parla sempre male di noi e ha valori completamete diversi. Non mi pare il caso di trasformarlo in un santo».
Al. T.

REVISIONISTI PER FORZA
Caro Secolo, Moretti proprio no
Diciamolo subito. Il nuovo, coraggioso, corso del Secolo d'Italia ci piace. Hanno fatto bene a rivendicare alla destra personaggi da sempre, e spesso a torto, collocati dall'altra parte, come Vasco Rossi. E bene stanno facendo adesso, presentando nella rubrica "Appropriazioni (in)debite" figure da apprezzare a prescindere da ogni connotazione politica, anche se schierate a sinistra, come Francesco Guccini o, a breve, Beppe Grillo, per il loro valore di artisti. Ma Nanni Moretti, per favore, no. Risparmiatecelo. Non ce lo meritiamo noi e soprattutto non se lo merita lui. Che piaccia a Quentin Tarantino, lontano dai salotti radical-chic e dalle terrazze romane, ci sta. Che possa invece piacere a quelli che non degna di uno sguardo, proprio no. Il cinema di Nanni è autoreferenziale come lui. I sessantottini, i post-sessantottini, gli splendidi quarantenni, la Nutella, la Vespa... Un hortus conclusus, e neppure bello. Chi è fuori, ed è ovviamente e per fortuna del Belpaese la maggioranza, resta fuori. Considerato un barbaro, plebaglia adatta agli show televisivi del Caimano. Roberto Alfatti Appetiti, l'autore dell'articolo, ricorda e celebra anche l'invettiva di piazza Navona, il j'accuse ai dirigenti dell'Ulivo. Ok, perfetta pars destruens. Ma la par construens? D'Alema non avrà detto cose di sinistra, però il professor Pancho Pardi chi era e chi è? Comparsa da salotto, da girotondo, buono per la ricreazione. E il Moretti attore? Pur tralasciando il capitolo-voce, in questi giorni sta girando per la Fandango, quella dei libri di Baricco, "Caos calmo", tratto dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi. Roba da ritoccare l'immortale battuta in "non lo vedrò e non mi piacerà". P.S. I Moretti da salvare sono piuttosto il fratello Franco, studioso di letteratura comparata e, soprattutto il padre Luigi, grande epigrafista e mio professore per pochi mesi nel 1990 alla Sapienza.
Miska Ruggeri
Pensieri scorretti

Pensieri scorretti. 1837 aforismi per togliere la ragione a chi ce l'ha.
Guerri Giordano B.
Prezzo € 14,00
Dati 2007, XVII-306 p., rilegato
Editore UTET
Un ottima selezione di Aforismi per tutti i gusti..
"L'aforisma è uno stimolo a pensare, oltre che un self-service di pensieri ben confezionati. A volerne fare un po' di storia, il termine è un grecismo - che significa " delimitare, separare, scegliere " - rimasto a lungo nell'ambito del linguaggio tecnico-scientifico. Solo nell'Ottocento avanzato l'aforisma divenne un vero e proprio genere letterario, specie dopo l'uscita di " II crepuscolo degli idoli " di Friedrich Nietzsche (1888). Da allora ne sono state tentate varie definizioni e delimitazioni, che però poco ci interessano: a partire dalla più brutale, quella di Gesualdo Bufalino per cui " Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole. " Un aforisma benfatto, a mio parere, è quello capace di generare un effetto-sorpresa, tanto più nel caso di quelli scelti per questa raccolta, che vuole essere l'esaltazione del paradosso, forma estrema dell'aforisma. "
(Dall'introduzione di Giordano Bruno Guerri)
mercoledì 30 maggio 2007
Dedicato al genio di Miles Davis
Lo stereotipo comune che ha portato ad identificare il jazz come musica di elite e di ambienti raffinati, ci ostacola a riconoscere la creatività, l’innovazione e la trasgressione che ha caratterizzato il jazz dalle sue origini ed almeno fino agli anni 70.L’esplosione del fenomeno James Brown, e, successivamente, della musica rock hanno relegato la musica jazz ad un pubblico limitato, rispetto a fenomeni che attraevano ed attraggono ancora oggi grandi masse. Di qui, l’immagginario di una musica da salotto, suonata da e per gente con una certa elevatura sociale.
Basta immergersi nella vita dei grandi del jazz, per capire che a nulla di più sbagliato il luogo comune può portarci.
Un esempio tra tutti: Miles Davis.
Riassumere la sua vita e le sue opere in poche righe sarebbe riduttivo. Miles Davis nella musica e nella vita ha continuamente creato per poi disfarre e poi creare nuovamente. Nella musica ha inventato il “cool-jazz”, il jazz modale, il jazz-rock, passando per i grandi album con Gil Evans. Ci prendeva gusto a rivoluzionare il modo di fare musica. Durante una serata di gala con importanti uomini politici statunitesi, una donna del salotto buono Americano gli chiese cosa avesse fatto nella vita di così’ importante per trovarsi lì. “Ho soltanto rivoluzionato il modo di fare musica almeno 3 volte negli ultimi 10 anni”, disse lui. “E invece lei chi ha sposato per trovarsi qui?”
Anche nel modo di associare musica-arte e business, Miles Davis è stato un gran pioniere. Mentre molti musicisti neri morivano per strada senza il becco di un quattrino, lui, nonostante la sregolatezza e la tossicodipendenza decennale, riuscì a svincolarsi dai vari produttori musicali sfruttatori e riuscì a guadaglare abbastanza soldi da andarsene in giro per gli States in ferrari.
I suoi assoli di tromba sono stati trascritti e risuonati migliaia di volte da musicisti di tutto il mondo. Le sue armonie vengono insegnate a milioni di studenti di musica ogni anno.
Per quel che riguarda l’arte visiva, ha prodotto diversi quadri, a cui Umbria Jazz ha recentemente dedicato un’esposizione.
Alla sua vita sono dedicati migliaia di pagine web e libri. Lo scopo si questo post non è di aggiungerne un’altra, ma di creare nella testa di chi non lo conosce, abbastanza confusione da creare curiosità sulla sua vita.
Comunque inizierete a conoscere Miles Davis, sappiate che quello che quello che state ascoltando, leggendo, o osservando di lui, rappresenta solo una minima parte del contributo che ha lasciato all’arte mondiale. Resterete stupiti dalla sua creatività.
Chi lo conosce, non smette mai di stupirsi del suo genio.
Non credo che la gente muoia, che la mente si fermi, che i pensieri vadano persi. Non so cosa accada, ma penso che rimangano qui, da qualche parte. Me ne accorgo quando una brezza apre una porta a casa mia. Riesco a vedere cose che non avevo mai visto prima (Miles Davis).
A tutti voi, dedico due lives in cui ci regala due dei suoi grandi classici:
- “So what”, con il grande Jon Coltrane al sax tenore
Discografia Consigliata (essenziale):
- Miles Davis Volume I and II (Blue Note)
- Birth of the Cool
- Prestige series (quartetto e quintetto su etichetta Prestige. Alcuni album consigliati: Relaxing with M. Davis Quintet, Steaming, Working, Cooking)
- Kind of Blue
- Sketches of Spain
- Porgy and Bess
- Miles Smiles
- Round About Midnight
- Bitches Brew
- Tutu
Libri di recente stampa sulla sua vita:
- Miles Davis and Quincy Troupe “Miles, L’autobiografia”, edito in Italia da Minimum Fax
- Cerchiari Luca “Miles Davis, dal bebop al jazz-rock (1945-1991)”, Oscar Saggi Mondadori, 2001
- Gianfranco Salvatore “Miles Davis, lo sciamano elettrico (1969-1980)”, Nuovi Equilibri, 1995.
Ecce Nanni, in minoranza per vocazione
L’ha detto Quentin Tarantino, non uno qualsiasi. In un’intervista pubblicata sull’ultimo numero di Tv Sorrisi e canzoni, commentando lo stato di salute del nostro cinema, il grande regista statunitense ha sentenziato: «I nuovi film italiani sono deprimenti e monotoni». Un’unica assoluzione: «Nanni Moretti è uno che porta energia vitale e respiro al cinema. Ma l’Italia non è più quel che era. Potrei fare liste di nomi di registi che mi piacciono provenienti da molti paesi, ma non dell’Italia». Potremmo convenire con lui che il cinema italiano è a pezzi, espressione - quest’ultima, «a pezzi» - che manda su tutte le furie il Michele Apicella di Palombella rossa (’89), esasperato da una giornalista che vorrebbe intervistarlo con un linguaggio sciatto e denso di frasi fatte. E noi siamo più che d’accordo con il famoso personaggio morettiano, che all’incauta urla in faccia: «Le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste». Parentesi: cos’altro è l’intransigenza di Moretti, spesso confusa con mero moralismo, se non la legittima e condivisibile pretesa che la vita, già sufficientemente intrisa di dolore e noia, non s’involgarisca a causa di imprecisione e superficialità? Ma torniamo a Tarantino, il cui giudizio va tenuto in debita considerazione, perché non si tratta di un supporter del cinema impegnato (non nel senso tradizionale) - peraltro il cinema di Moretti è intimista, asciutto, frugale, privo di effetti speciali, molto diverso se non opposto a quello scoppiettante del regista americano - ma di un signore che è da sempre attento sostenitore delle nostre produzioni, comprese quelle cosiddette trash e di serie B. Ridimensionata così l’euforia, decisamente eccessiva, con la quale sono stati salutati i recenti successi di pellicole, godibili quanto inconsistenti, come Notte prima degli esami e Ho voglia di te, a rappresentare il nostro cinema nelle manifestazioni ufficiali così come sul mercato internazionale, salvo estemporanei exploit, non rimane che Nanni. L’unico autore che può permettersi di fare i film che vuole, come vuole e con chi vuole. Potrebbe chiamare i più grandi attori del mondo ma si rivolge sempre agli stessi. Perché sono bravi. Uno che può permettersi di avere successo senza andare al Maurizio Costanzo Show. Questa battuta non è nostra, è sua, rivolta ai dirigenti dell’Ulivo: «Imbarazzati e imbarazzanti, inadeguati, si fanno dare i calci in bocca e credono nel Costanzo. Ma io conosco deputati che sono stati eletti senza andare in quel talk show».Moretti non ha mai cercato di rendersi simpatico. Mica è una colpa. Ha fatto film importanti, che hanno saputo raccontare - con sarcasmo feroce ma anche con malinconica autoironia - i tic e i luoghi comuni che hanno afflitto più generazioni, da quella sessantottina al travaglio del periodo post-ideologico. Non ha esitato, a differenza di diversi suoi colleghi, a prendere le distanze, a condannare senza se e senza ma chi ha fatto la scelta tragica della lotta armata. Eppure spesso e volentieri Moretti viene amato o odiato, apprezzato o detestato, non tanto in base ai suoi film (alcuni dei quali, come La stanza del figlio, semplicemente bellissimi) quanto a prescindere, in virtù delle sue idee politiche. Che possono piacere o non piacere ma certamente non possono essere ritenute opportunistiche né mosse da secondi fini.
E comunque c’è da giurarci che Moretti non abbia esultato più di tanto o troppo a lungo. Quel che di Moretti ci piace è anche la malcelata sensazione di estraneità che manifesta nei confronti della maggioranza, qualunque essa sia, come descrive mirabilmente in una scena significativa di Caro Diario (’93). Nanni si ferma ad un semaforo e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, incomincia a parlare con uno sconosciuto alla guida di una cabriolet, che lo guarda perplesso. «Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza… e quindi… »
Eppure c’è chi si ostina a non guardare i suoi film perché è “comunista”. Sbagliando. Verrebbe da dire, parafrasando Moretti in Bianca (’84) quando si stupisce che esista qualcuno che non conosca le Sacher torte: «Va be’, continuiamo così, facciamoci del male»
Se un po’ abbiamo imparato a conoscerlo, lui non se ne cruccia più di tanto. Crediamo che abbia smesso da un pezzo di porsi domande come quella che Michele si pone parlando al telefono ad un’amica in Ecce Bombo (’78): «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo e mi metto vicino a una finestra, di profilo, in controluce». In Caro Diario, non che ce ne fosse bisogno, ha confessato la propria vanità: Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne». Da allora sono trascorsi diversi anni e oggi Moretti è un cinquantenne decisamente in forma, tanto da continuare a misurarsi in impegnativi ruoli di attore. Proprio in questi giorni (e fino alla fine di giugno) è impegnato nelle riprese di un film prodotto dalla Fandango e diretto da Antonello Grimaldi: sarà il protagonista di Caos calmo, tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, vincitore dell’ultimo Premio Strega e scrittore bravissimo - purtroppo, anche lui - di sinistra. Caos calmo racconta la storia di Pietro Paladini, giovane e affermato manager di una pay tv, la cui vita viene stravolta dalla morte improvvisa della moglie. Assalito da una strana ansia “calma” e senza dolore, smette di andare in ufficio per rimanere fuori alla scuola dove ogni mattina accompagna la figlia, pensando così di poter rimettere ordine nella sua vita, iniziando a guardare tutto e tutti da un’ottica diversa. Un film che è anche una sfida con noi stessi, perchè ci dà la possibilità di cambiare prospettiva. Non è un caso che, ancora una volta, sia stato proprio Moretti a raccogliere quella sfida.
Una Perla... e un Pirla (mancotanto)
La piu' bella opera dei Pearl Jam..
....i know someday you'll have a beautiful life, i know you'll be a star
in somebody else's sky, but why
why, why can't it be, why can't it be mine?
Buon pomerggio ... a modo mio ...
Buongiorno a tutti anche se in ritardo, con questo video ..vi auguro di proseguire e finire questa giornata nel modo migliore ..
Un bacio alla mia cara amica Pà ... anche se è un po' che non ci sentiamo.
Bella Bì ... Bella Frà ... Bella Max ... Bella FRA SCI (grazie per aver concesso la manomissione della tua splendida foto)
Sbirulino appena posso ti mando Volta...
Petrectek buon pomeriggio anche a te...
Fink - Pretty Little Thing
AD UN PASSO DALLA GLORIA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Per Franci
Buongiorno a tutti e ad Oz in particolare.
Un colpo, impatto notevole, grafica perfetta.. nel suo stile. Grazie Urb, splendido lavoro, ho appena chiesto all'autore della foto il consenso per poterla utilizzare come esclusiva frontpage del nostro Blog e penso, conoscendo Fra, che non ci siano problemi. Abbiamo trasformato una fotografia espressione di uno stato d'animo malinconico ( il nome della foto infatti é " Quel che resta " ) in una splendida cornice decorativa. Vorrei salutare i nuovi frequentatori del Blog, Francesco Scipioni appunto, Francesco Guagnozzi, Roberto Bove, "Fanny", un bentorato a Benag, e un augurio di buona guarigione a Fabio "Tyson" Loli, e un saluto ed una buona giornata a tutti e .. a proposito di colpo.. dal capolavoro narrativo di Chuk Palaniuk.. ne parlavo ieri sera con Logan.. buona visione e soprattutto buon ascolto..
Fight Club
Dal mensile di Area, giugno 2007 