venerdì 21 settembre 2007

L'esordio letterario di Veronica Raimo

SETTE LETTERARIE
Un libro tutto in famiglia
L'esordio di Veronica Raimo
Esce l'ottimo romanzo della scrittrice "affiliata" a minimum fax
Dove tutto si fa in comune fra editor, fidanzati, amici e parenti

da Libero di mercoledì 19 settembre 2007
di Massimiliano Parente (nella foto)
Non bisogna cercare il pelo nell’uovo, tantomeno se l’uovo non è un uovo ma una femme fatale di nome Veronica Raimo, sebbene la tentazione venga e per me, come per Oscar Wilde, l’unico modo per vincere una tentazione è cedervi, cioè scriverne. Anche per far capire ai lettori cosa c’è dietro, che è tanto intrigante quanto c’è davanti, quanto Veronica e quanto le gira intorno, come nelle migliori storie d’incesto di William Faulkner, solo che non siamo a Yoknapatawpha ma a Roma, zona Ponte Milvio, palazzina minimum fax, e stavolta i soci Cassini e The Gennaro non c’entrano, almeno non direttamente.
Molto più bella, Veronica, perfino della foto sul risvolto di copertina, perché Veronica è una di quelle ragazze sfuggenti, difficilmente immortalabili, non regge la posa per eccesso di imprendibilità femminile, e chi l’ha vista anche una sola volta sa il fascino morboso che emana, quell’eleganza trasandata e quantomai seducente che non lascia scampo ai desideri.
Non bisogna, tuttavia, farsi ingannare dal fascino di Veronica, né bisogna cercare il pelo di Veronica perché il suo romanzo d’esordio è bello, e lo dico senza ironia, talmente bello, per un’esordiente, che non si può dire se sia più bella o più brava. Si intitola “Il dolore secondo Matteo”, è lungo centosessantaquattro pagine, costa solo undici euro, praticamente regalato considerando che avete anche la sua foto sul risvolto verde pisello e verde speranza, e Matteo è il protagonista, l’io narrante, e pertanto non solo Veronica è così affascinante nella vita, ma sa scrivere in prima persona maschile senza dare l’idea di essere una donna, sa scrivere senza dare l’idea di vivere la vita che vive o anche solo una vita di maschio o di femmina, per cui è una vera scrittrice, niente a che vedere con la Stancanelli, la Vinci e tutte queste prefiche isterectomiche dei loro uteri narrativi e seriali.
È un romanzo sul dolore e sull’impossibilità del dolore, per sentire infine «qualcosa di simile al dolore», sul sadomasochismo mentale e fisico dei rapporti amorosi, sul sesso e la noia del sesso, sui pompini e sulle pompe funebri (un leit motiv narrativo di orogenitalità funebre esilarante), sull’incomunicabilità delle relazioni affettive, sul desiderio come fine del desiderio, e contro i cliché dell’eternità umana, con pagine splendide, profonde e sorprendenti. «Avevo capito una verità molto banale», dice il protagonista ripensando alla morte del padre, «vale a dire che le cose sono sempre compiute nel momento in cui finiscono. È solo una questione di cattiva retorica parlare di potenzialità, di futuro castrato, di speranze inibite. Ogni persona nel momento in cui muore è una persona completa, la sua vita è quella, prima e dopo non c’è niente».
È così brava e non solo bella, Veronica, che già in famiglia farà schiattare di invidia il fratello, che si chiama Christian (nella foto a sinistra), di professione blogger della specie più inutile e petulante, aspirante giornalista, aspirante scrittore, aspirante qualcosa, che da anni tenta di scrivere un libro che sia un libro ma per ora riesce solo a presenziare alle presentazioni dei libri degli altri dove se ne esce sempre con qualche stronzata, già frustrato somaticamente al cospetto della sorella, adesso anche letterariamente, un’umiliazione che forse lo porterà al suicidio, e la vita è proprio ingrata, ma non sono affari miei, è la selezione naturale, ingiustizie della biologia e della meiosi cellulare, pace per il povero Christian e viva Veronica e viva Charles Darwin.
Qualche volta, anni fa, l’ho incrociata e l’ho ammirata, ma non è scoccata nessuna scintilla, sia perché io non ci provo mai con nessuna che non ci provi con me, sia perché lei era nel giro della setta di minimum fax e io già Massimiliano Parente, c’era poco da fare, eppure non me la sono dimenticata, e avevo il sospetto che prima o poi li avrebbe fregati tutti.
È così brava, e non solo bella, Veronica, che il suo libro ricorda molto, moltissimo Nicola Lagioia, bravissimo autore (e per equità estetica va detto anche lui belloccio) soprattutto dello strepitoso “Occidente per principianti”, edito da Einaudi tre anni fa: Veronica sembra nascondere Lagioia per lo stile, per trama, per la struttura, per l’immaginario postmoderno ma scintillante e profondo e tenuto insieme da ritmo e capacità linguistica, sembra averlo penetrato o che lui abbia penetrato lei, e sarebbe un caso di simbiosi o affinità spontanea se Lagioia non fosse anche il direttore della collana nichel di minimum fax, e non fosse anche l’editor del libro di Veronica, in quanto la medesima minimum fax ci tiene a sottolineare che i libri non sono di chi li scrive ma di chi li edita, i minimumfaxisti sono dei fanatici dell’editing.
Come Christian, da oggi in poi da chiamare “il povero fratello di Veronica”, il quale povero fratello di Veronica per chi non lo sapesse, insieme a Lagioia e a altri due minimumfaxisti, è anche uno dei Babette Factory, il flop di Stile Libero che voleva clonare i Wu Ming, e sempre lui, il povero fratello di Veronica, per chi non lo sapesse, è anche consulente della medesima collana nichel di minimum fax, dove pubblicò, tra l’altro, anche un librino per lettori lattanti intitolato non a caso “Latte” che oggi, dopo l’esordio di Veronica, dovrebbe far scomparire per non scomparire di vergogna lui.
Pertanto, la mia vera intuizione extratestuale, l’emozione e l’agnizione non romanzesca che non posso tenermi tutta per me, a lettura avvenuta, è un’altra, non certo quella più ovvia, non che dietro la Raimo ci sia Lagioia, in un modo o nell’altro, troppo facile: ma al contrario che dietro Lagioia ci sia sempre stata Veronica, e sia lei l’autrice di “Occidente per principianti” e di “Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj”, e che dunque, con questo romanzo, si sia sbarazzata del nome fittizio di Lagioia.
È per questo che faccio a Veronica i miei più sinceri auguri, che invito voi lettori e voi miei posteri a comprare e leggere di corsa “Il dolore secondo Matteo” (e anche a non comporre il numero di cellulare riportato a pagina 122 perché purtroppo non risponde Veronica, come speravo, né Lagioia, come temevo, ma una certa e ignara Sonia di Reggio, stupita e divertita dalla mia chiamata, alla quale, già che c’ero, ho consigliato di leggere il libro), è per questo che non dico nulla sulla trama perché dovete scoprirvela da soli, voglio essere il D’Orrico di Veronica e sperando vivamente che questo romanzo vinca ogni premio letterario, che lei sia l’unica scrittrice vera dei prossimi cento anni, che la pubblichi la Mondadori dandole minimo duecentomila euro di anticipo e che vinca anche Miss Italia, perché se lo merita, perché è bella e brava e come lei ce ne sono poche, e anzi, a parte lei, non me ne viene in mente neppure una così bella e brava e perfino in prima persona maschile e senza essere più lei la gallina dalle uova d’oro nonché il pelo dell’uovo di Lagioia, siccome Lagioia, da adesso in poi, dopo l’outing fantastico di Veronica, non potrà più scrivere né pensare niente di gioioso e potrà solo andare a bere superalcolici per dimenticare insieme a Christian, il povero fratello di Veronica, bella e brava.
Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Lavora come traduttrice per minimum fax e Fandango, ha scritto poesie e partecipato ad antologie e festival. "Il dolore secondo Matteo" è il suo primo romanzo.
Massimiliano Parente è nato a Grosseto nel 1970 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi "Incantata o no che fosse" (ES, 1998), "Mamma" (Castelvecchi, 2000), "Canto della caduta" (ES, 2003), "La macinatrice" (PeQuod 2005), "Parente di nessuno" (Gaffi, editore in Roma, 2006), "Antonio Moresco" (Coniglio Editore, 2006). Ha collaborato con "Il Foglio", "il Giornale", "Il Domenicale" e attualmente è tra le firme di punta di "Libero".

lunedì 17 settembre 2007

venerdì 14 settembre 2007

MONDO REALVIRTUALE. REALE.



Ho scovato questa cosa. Andatevela a vedere.


http://www.secondlifeitalia.com/wiki/Cos%27è_Second_Life

giovedì 13 settembre 2007

Questi ragazzi hanno talento




Per prima cosa, ci tengo a precisare che si tratta di ragazzi davvero. Mossi dalla passione per la musica e la voglia di comunicare le loro passioni ed emozioni. E questo traspira nei loro concerti. Non e' da poco, se consideriamo che anche i generi musicali che dovrebbero essere innovativi per eccellenza (elettronica e dance in generale) sono ormai quasi monopolizzati da quarantenni-cinquantenni (per non parlare dei DJ Italiani, che ormani hanno tutti i reumatismi alle ossa delle dita).

I room eleven nascono ad Utrecht, da un un annuncio per "ricerca musicisti per formare una band" nella bacheca del conservatorio. Arrien Molema risponde all'annuncio e fonda con Janne Schara i Room Eleven. Il gruppo oggi e' formato da un tastierista (Tony Roe), un contrabassista (Lucas Dols), un batterista (Maarten Molema), ed, ovviamente, i due fondatori, Janne Schara (voce) e Arrien Molema (chitarra).

Il loro primo ed ultimo album si chiama Six White Russians & A Pink Pussycat. E' certamente di facile ascolto e molto gradevole. La voce di Janne sicuramente spicca e fa la differenza. Dal vivo, poi, e' una vera matta, che mostra la genuinita' di chi fa il musicista, spinto dal pura passione. Sembra proveniente direttamente da Chicago anni '30 e catapultata in Europa del 2007. Ha solo un difetto: a primo occhio assomiglia alla De Filippi!!!

Room Eleven home page: http://www.roomeleven.eu/
Su MySpace: http://www.myspace.com/roomeleven



E con questo il concerto e' chiuso:



Il CD e' uno di quelli che, appena comprato, viene ascoltato a ruota continua...

MI CHIAMO JERDA, E NON E' CON LE CHIACCHIERE CHE USCIRAI DA QUESTA MERDA.



BUONA CENA A TUTTI.

mercoledì 12 settembre 2007

Keith Haring, la rivoluzione dei graffiti

dal Secolo d'Italia di mercoledì 12 settembre 2007
rubrica settimanale "Appropriazioni (in)debite"
Scrivilo sui muri. Il film di Giancarlo Scarchilli sarà nelle sale il 21 settembre ed è già polemica. Malgrado i visi puliti dei giovani protagonisti: Cristina Capotondi – la Claudia di Notte prima degli esami – Primo Reggiani e Ludovico Fremont. La questione non è nuova, ma l’uscita della pellicola la ripropone: quella dei writers è arte o “crimine”? E’ giustificato l’allarme emulazione? Dopo i lucchetti saremo invasi dalle “piece” dei “tags” (il marchio degli autori)? Il decoro delle città è a rischio più di quanto lo sia affidarlo a certi sindaci? «Non è un film sui graffiti, sono solo la metà della storia», si è affannato a precisare il regista. «Questi ragazzi non sono vandali, ma artisti pronti a tutto, anche a beccarsi una pallottola, pur di lasciare il segno». E poi, per tagliare la testa al toro, una frase di quelle definitive: «I writers sono gente invisibile, come i partigiani». Forse è per questo che i murales fioriscono soprattutto nei centri sociali di sinistra, viene da pensare. L’equazione sembrerebbe ancora una volta scontata quanto rassicurante: ribellismo esistenziale uguale (ultra)sinistra, anche se il film rimane una commedia agrodolce e il regista ci tiene a sottolinearlo, perché evidentemente confida nel gradimento del popolo mocciano di Tre metri sopra il cielo. Che poi, a dirla tutta, al destrorso Step interpretato da Scamarcio, il “pubblico” dei centri sociali preferisce l’icona per eccellenza del graffitismo, l’americano Keith Haring, scomparso a soli trentun anni nel ’90, artista di fama mondiale, come e più di una rock star. Quando si parla di graffitismo, infatti, non si può prescindere dal ruolo giocato da questo folletto dinamico e geniale, indimenticato Peter Pan dell’arte, la cui biografia, ad opera di John Gruen, è stata da poco e per la prima volta tradotta in italiano (Keith Haring, Baldini Castoldi, p. 266, € 20,00). Com’ebbe a dire William Burroghs, scrittore maledetto della beat generation: «Si può guardare un girasole e non pensare a Van Gogh? No. Esattamente allo stesso modo nessuno può entrare nella metropolitana di New York senza pensare a Keith Haring». Già, perché da lì partì, a metà degli anni Settanta, l’impresa – tutt’altro che facile – di indirizzare il disagio metropolitano in compiuta espressione culturale, di elevare il graffitismo underground ad arte apprezzata in tutto il mondo, spalancando per centinaia di writers ribelli le porte, sino a quel momento inaccessibili, di musei e gallerie. Sfidando le autorità come le baronie, non certo coltivando, diremmo oggi, i salotti, né tanto meno andando incontro ai desiderata dei critici. «Pensare che il pubblico non apprezzi l’arte perché non la capisce, può significare che sia l’artista a prosperare in questa “conoscenza dell’arte autoproclamata” che alla fine è una grande stronzata. Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare». Erede della pop-art di Andy Warhol, Haring concepisce l’arte come work in progress, esibizione e spettacolo del fare, esplosione di vitalismo. La sua filosofia è chiara: «Un muro è fatto peressere disegnato, un sabato sera per far baldoria e la vita per essere celebrata».
Dimostrando una capacità autopromozionale pari al suo enorme talento, disegna le sue figure stilizzate e provocatorie sui cartelloni dei sottopassaggi destinati alla pubblicità, dove transitano migliaia e migliaia di persone, ma anche su tutto quello che gli capita tra le mani. I suoi happening no-stop fanno notizia, creano attenzione, i suoi lavori – che nessuna cornice può contenere – rispondono ad un’esigenza espressiva condivisa, fanno tendenza, vengono strappati e rivenduti, i giovani lo emulano, occupano gli spazi pubblici, cresce a macchia d’olio una vasta sensibilità artistica. Di più: inventa un nuovo linguaggio urbano, un universo di ominidi in movimento, un bestiario fantastico animato da sagome dall’apparenza infantili, caratterizzate da un segno nero che richiama esplicitamente il fumetto. Le sue creazioni, dagli uomini radianti ai cani che abbaiano alla televisione, sono entrate nell’immaginario collettivo e si ritrovano ovunque, dalle tazzine di caffè alla pubblicità, icone di massa in cui è spontaneo riconoscersi. Il bambino a carponi, la piramide, i dischi volanti, le figure umane che si abbracciano, amano, danzano e baciano, sottolineano la necessità di trasmettere uno stato positivo, creativo. L’intera l’opera di Haring si fonda proprio su questo assunto: stimolando l’immaginazione si possono influenzare positivamente gli uomini e cambiare il mondo in meglio, a partire dai giovani. Non è un caso che l’arte di Haring sia in gran parte dedicata proprio ai bambini: «I bebè rappresentano la possibilità del futuro, di come potremmo essere perfetti. Non c’è mai nulla di negativo in un neonato, nulla. La ragione per la quale il bebè è diventato il mio logo o la mia firma è che si tratta dell’esperienza più pura e positiva dell’esistenza umana». Nei suoi disegni, sospesi tra suggestioni primordiali e futuristiche, affronta l’attualità: il nucleare, l’aparthied, l’orrore dell’Aids, la malattia che scriverà la parola fine ad una vita consumata all’insegna della velocità. Dopo il liceo frequenta l’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e la scuola di Commercial Art, ma il richiamo, prima della strada – gira il paese in autostop sull’onda della contestazione giovanile – e poi di New York, è troppo forte. Nei primi anni Ottanta le sue opere attraversano l’oceano: espone a San Paolo del Brasile, Londra, Tokyo, Roma, Milano, Parigi, Berlino – rappresentando sul famigerato muro dei bambini che si tengono per mano – mentre ad Harlem realizzerà un enorme Crack is wack (il crack è una porcheria). La consacrazione definitiva arriva nel ’86, quando dà vita nella grande mela al suo celebre Pop Shop (due anni dopo ne aprirà un altro a Tokyo), negozio dove è possibile vedere l’artista al lavoro e acquistare gadget con le sue opere riprodotte in serie: graffiti stampati su orologi, magliette, poster, felpe e gadget d’ogni tipo. Migliaia sono le persone che hanno indossato le sue T-shirts ed egli stesso le ha spesso sfoggiate divertito, protagonista assoluto e consapevole dell’art business.
Anche per questo lo apprezziamo, perché sembra farsi beffe del “no logo”, della contestazione – da sinistra – dell’iconologia, del pensiero simbolico e del ludico dell’estetica, quasi che il Novecento non sia stato il secolo delle luci e dei sogni, dell’immaginario e della contaminazione della comunicazione culturale con quella commerciale. Nel farsi griffe di se stesso, Haring sembra affermare come anche il commercio dell’arte – senza logo e privato dei colori della pubblicità – si riduca a mera transazione tra soggetti destinati a rimanere distanti – artista e consumatore – e l’arte stessa finisca per diventare un “prodotto” usufruibile da soli iniziati o per pochi “danarosi” collezionisti. Il paradosso, semmai, è come l’esteta narcisista e nietzschiano Keith Haring possa rappresentare un mito per tutti coloro che vivono ancora di mitologie ideologiche, vetero-illuministiche, passatiste e anti-immaginifiche.
Se ancora non è scomparso del tutto, l’impatto sociale del graffitismo si è certamente ridimensionato, probabilmente proprio a causa del suo farsi – a partire dagli anni Novanta con il movimento studentesco della Pantera – esclusivamente messaggio politico, strumento per battaglie di retroguardia contro la modernità. Chi è venuto dopo Haring non ha avuto il coraggio (e la personalità) per affrontare il cambiamento, perché – per dirla con l’artista statunitense – «essere vittima del cambiamento significa ignorarne l’esistenza».
«Ciò che non finisce mai di stupirmi è come gli esseri umani costruiscano la propria vita intorno all’idea che non esistano differenze e cambiamenti. Si può vivere la vita con la consapevolezza che si cambia in continuazione e si è il prodotto di infiniti cambiamenti dell’ambiente circostante. L’uomo moderno può affrontare questa realtà, metterla in discussione, esplorarla e conviverci».
Attitudine a convivere con la modernità che la sinistra ha mostrato di non avere, manifestando atteggiamenti schizofrenici, oscillante tra permissivismo e repressione. Così, dopo aver previsto, in quel di Bologna, la “geniale” trovata dell’arresto per i lavavetri, dopo l’uscita del film si prevederanno misure più severe anche per i writers. Del resto, già nel 2001, persino un graffito di Haring dalle dimensione di 6 x 2 metri realizzato nella metropolitana di Roma (linea A, tratto Flaminio-Lepanto, sulle pareti trasparenti del ponte sul Tevere), è stato cancellato senza complimenti. Se in Francia, all’università di Saint Denis, Cultura Pop e graffiti sono diventati materia d’esame, qualche anno fa l’allora ministro ai Beni Culturali Alberto Ronchey ingaggiò una sua personale battaglia presentando un apposito disegno di legge contro quella che riteneva una “forma di vandalismo”. La soluzione attualmente allo studio sembrerebbe essere quella – oltre alla solita campagna di sensibilizzazione – di limitare l’illegalità destinando spazi autorizzati ai writer, con tanto di albo professionale al quale iscriversi. Magari anche un sindacato. Niente di più lontano dal pensiero di Haring – annotato sui suoi Diari (Oscar Mondadori 2001) – sulla detestata mentalità di gruppo «di questa società antindividualista, in cui gli stereotipi hanno tutto il potere e la sovrappopolazione ci ha costretto a credere di esistere in quanto “tipi di persone”. L’arte è individualità. Credo che sia questo il messaggio fondamentale dell’arte moderna. Un’artista distrugge i suoi stessi obiettivi proprio prendendo parte a gruppi, seguendo movimenti, scrivendo manifesti di gruppo e inventando idee collettive. Quella dell’artista è un’affermazione individuale. Nessun artista fa parte di un movimento. A meno che non sia un seguace. E allora non è necessario e della sua arte non abbiamo bisogno. Nel momento in cui si definisce seguace e accetta come vere le verità che non ha esplorato lui stesso, tradisce lo scopo dell’arte come espressione individuale: l’arte in quanto arte».

martedì 11 settembre 2007

A proposito di Islanda e Bjork

In risposta a Pirulo, che ci parla tanto di Bjork, ma non posta nemmeno un pezzo, propongo 2 classici



Sugar Cubes
Deus




Björk
Hyper-ballad

Solo per Adulti .. e giocatori professionisti ...

Michelle Strip Poker


Pokeristi della rete? Amanti dell'eros e della sensualità? Ecco a voi uno spettacolare strip poker, in compagnia di un'avvenente donna in carne ed ossa, che sarà pronta a spogliarsi ogni volta che voi vincerete una mano.

lunedì 10 settembre 2007

FOLGORATI E.....FOLGORATI e con questo vi do la buonasera.


Questi tizi vengono dall' Islanda, ed hanno aperto il concerto di Bjork in Italia. Io mi chiedi: "Ci deve essere qualcosa di strano che circola nell' aria dei paesi nordici."
Perchè stanno tutti col cervello impicciato? Vedi Pan Sonic e Bjork stessa. E poi tutti questi suoni acidi e distorti. una vera malattia. E poi il folgorato che canta? Ma lo sentite come sta? E dovevate sentirlo live!!!! Un vero esaurito digitalizzato. Sembra uscito da una clinica per malati di mente in via di estinzione. Comunque la musica è varia vajù. Quant so ruzz. Bella Bi. Bella Fra. Bella Ro. Bella Iu. Bella L' FM7.

FRIEND' S POST.



Hi Friends...

sabato 8 settembre 2007

Le appropriazioni (in)debite di Federico Zamboni


Ciao a tutti, vi segnalo che sul mio blog sono disponibili i bellissimi articoli di Federico Zamboni, il collega con il quale ci alterniamo al mercoledì sul Secolo d'Italia nella rubrica settimanale "Appropriazioni (in)debite" (e, nel recente passato - sempre in coppia - nelle rubriche "Sei un Mito" e "Alto gradimento").
Ve ne consiglio vivamente la lettura (cliccando direttamente sul titolo dell'articolo).
Buon fine settimana!

Cenni biografici di Federico.
Nato a Milano nel 1958, ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Il Secolo d’Italia”.
Attualmente cura il mensile “L’Officina”, appena ristrutturato in chiave “magazine”.

venerdì 7 settembre 2007

Vecchie tecnologie e cavallino rampante



Il post di Angelo non poteva che farmi tornare in mente quello che i DJ riuscivano a fare con i pochi mezzi a disposizione negli anni 90.

Alcuni ricorderanno (Angelo? Francesco? Pirulo?) il controverso cavallino rampante (R&S records), capitanato da DJ pionieri quali CJ Bolland, Aphex Twin, Jaydee, idolatrato dal nascente popolo dei Rave Party ed odiato dai DJ piu' raffinati dell'allora scena dance della costa adriatica (uno per tutti, Massimino Lippoli).
A me faceva impazzire!!!

Per galoppare sul cavallino, clicka QUI , QUI e pure QUI.

Questo, pur non essendo un cavallino, va ricordato....quiz del giorno...chi sono??




Tanto per essere nostalgici....

BUONGIORNO A TUTTI.



/artist: Amon Tobin,
/track: 4 ton mantis

Ridatemi il mio FM7


Buongiorno a tutti, oggi ritrovo il blog dopo un breve periodo di vacanza, lo faccio raccontandovi una storia allucinante che ho vissuto ieri. Tutto è cominciato intorno alle 21.15 quando alla mia porta suonano Urbano e Cristian rispettivamente Oz e Pirulit, erano venuti per aggiornare il mio Power MAC. Avevamo deciso insieme di fare alcuni aggiornamenti, appena entrati feci subito una premessa: "Vaiù vedem dè non fà cazzate che sò quasi finit la traccia gnova, se me cancellete quaccosa vè spakk ie cul". Loro mi hanno subito rassicurato e si sono messi al lavoro impadronendosi dei miei computer e anche dell'intera serata. Alla fine dei giochi mi sono ritrovato con una traccia finita ma solo nel computer, in quanto mi hanno cancellato, perchè obsoleta (secondo loro), un Virtual Instrument che si chiama FM7 annientando 10 giorni di lavoro e andando a dormire con in mente la faccia di pirulit che mi diceva: "Mitti Vanguard che è mej".

mercoledì 5 settembre 2007

CIAO BELLA CICCIA.



Questa era la mia cagnetta bella, LUNA. E' passata a miglior vita questa mattina. Mi sono permesso di pubblicare la sua foto, anche se col blog poco c' azzecca. Ti vogliamo tutti bene e ci mancherai tanto... CIAO BELLA CICCETTA.

martedì 4 settembre 2007

Post per pirulo

Questo post e' dedicato a pirulo a cui piacciono i video inquietanti, a cui piace la musica elettronica, a cui piace sperimentare. Spero gradira'.



Si tratta di un gruppo Americano chiamato Adult.. Purtroppo non e' facilissimo reperire notizie su di loro su internet (date concerti etc) perche' la parola chiave e' come dire....affollata.

Ah Pirulo, se ci riesci, ascoltati l'album intitolato "resurrection"

RI-CHEMICAL

HEY BOY, HEY GIRL:



Mentre giro in rete per trovare delle lampade per i miei bagni, trovo anche il tempo da dedicare al blog, visto che nessuno si fa vivo.
Blog superdeserto? Ma addocazz sete finiti tutti?

lunedì 3 settembre 2007

ViDeOsUoNi.


Sperimentale?

sabato 1 settembre 2007

Chi ha zittito Mr.Clayton?




Il sottotitolo del film parla chiaro: The truth can be adjusted, ovvero la verità può essere aggiustata, ma George Clooney, a quanto pare, non ha imparato bene la lezione, se è rimasto senza parole davanti all'innocente e astuta domanda di una giovane inviata di Cinecittà news. La domanda di Valentina Neri, che tra noi è già un mito, suonava più o meno così: Mr Clooney si vede benissimo che lei si identifica molto in questo avvocato che si ribella al mondo delle multinazionali, ma come concilia questo con la sua vita privata, dove presta la sua bella faccia a un colosso tanto discusso come la Nestlè? Il Grande George prima fa il finto tonto, dicendo che lui non ha mai lavorato per la Nestlè... Peccato che la Nespresso faccia parte del gruppo, gli fa prontamente notare la giornalista. Allora l'attore navigato ci riprova con la carta simpatia: Bisogna pur guadagnare per vivere! Forse voleva essere un battutone, ma esce proprio male e in sala nessuno ride. Senza più ritegno, George perde la pazienza e inacidito replica, tra il gelo generale, che lui non ha risposte per una domanda irritante. Poca fantasia il ragazzo, anche perché non era proprio una questione fuori tema e, se l'improvvisazione non è il suo forte, poteva prepararsi prima una rispostina a caso, tipo "ognuno ha i suoi scheletri". Oppure buttarla sul filosofico con "la contraddizione è alla base della nostra esistenza", ma anche ispirarsi al Vangelo: " chi è senza peccato scagli la prima pietra". Al limite, bastava prendere in prestito con ironia la frase clou di Michael Clayton, quella che vale le 2 ore di film: "I'm the guy you can't Kill, I'm the guy you buy". Solo che in quel momento Clayton stava bleffando, mentre Clooney una tazzina di caffè nell'armadio ce l'ha davvero!

mercoledì 29 agosto 2007

Pino Cacucci, la via italiana al Messico

Dal Secolo d'Italia di mercoledì 29 agosto 2007
Rubrica settimanale "Appropriazioni (in)debite"

Spesso le appartenenze ideologiche si annullano di fronte al bisogno esistenziale di un “altrove”. E’ il fascino perenne dell’esotismo, da Salgari a D’Annunzio, da Lawrence d’Arabia e Giuseppe Tucci sino a Hemingway e Chatwin. Ed è anche per questo che un narratore che per la vulgata consolidata starebbe a sinistra può attrarre fatalmente anche chi si colloca dall’altra parte. «Esistono luoghi, i grandi ‘altrove’ che non ci danno requie quando ne siamo lontani, capaci di scatenare pulsioni latenti, forse non di crearne di nuove, ma soltanto – e non è poco – rievocare sensazioni smarrite, assopite, rimaste in qualche meandro ad aspettare la scintilla che le risvegli». E’ quanto scrive Pino Cacucci – il più sudamericano degli scrittori italiani – nella prefazione a La polvere del Messico (Mondadori ’92, Feltrinelli, ’96), uno dei suoi romanzi più intensi. Per alcuni questo grande “altrove” è stato rappresentato dal fascino esotico del Tibet o dell’India, per altri dal “mal d’Africa” dell’epopea coloniale o dal richiamo delle atmosfere magiche del nord Europa, per Cacucci – che è anche sceneggiatore e traduttore appassionato di autori spagnoli e latinoamericani – la «messicanità» è stata il punto di arrivo di un viaggio intrapreso nei primi anni Ottanta «per la voglia di allontanarmi da un’Italia che mi era insopportabile, con tutto il corollario di cialtroneria e cinismo eletti a valori per imbecilli a sedici valvole nel cervello e in divisa da caricature di yuppie». Sulla scia di Hemingway, «il grande amore letterario di una vita», e animato dagli «ideali libertari» di George Orwell, a Cacucci, appartenente a una generazione «colpevole di un eccesso di sensibilità in un’epoca dalla quale ogni sensibilità è bandita», non rimaneva che la fuga per andare alla ricerca di «quella energia vitale che temevo di aver perduto irrimediabilmente».
Così come accade a molti dei protagonisti dei suoi libri, persone normali che provengono da ambienti diversi quanto ordinari, che improvvisamente vengono travolte da situazioni imprevedibili e costrette ad abbandonare le piccole certezze della quotidianità, a confrontarsi – spesso drammaticamente – con la precarietà della vita. E’ quanto accade a Mario, il protagonista di Puerto Escondido (il secondo libro di Cacucci, Interno Giallo ’90, ripubblicato successivamente da Mondadori), al quale Gabriele Salvatores, nella fortunata trasposizione cinematografica del ’92, ha dato la fisicità di Diego Abatantuono (che nel ’95 interpreterà anche Viva San Isidro, tratto da San Isidro Futbòl e prodotto da Salvatores, nei panni di padre Pedro, sanguigno missionario dai metodi sbrigativi). L’unica preoccupazione di Mario è vestire elegantemente, non si fa scrupolo di trattare sprezzantemente i clienti della banca dove gode del gratificante potere di vice direttore, ma quando assiste casualmente ad un omicidio la sua vita si trasforma in un incubo e non gli rimane che cercare rifugio in uno sperduto villaggio messicano (dove incontrerà Alex e Anita, interpretati da Claudio Bisio e Valeria Golino) e ricominciare da zero. In questa idea di “fuga” non c’è nulla di immorale, tanto che Cacucci – nella postfazione a Punti di fuga (l’esilarante storia parigina di Andrea Durante, killer per “bisogno”, disadattato e nostalgico, Mondadori ’92, Feltrinelli 2000) – arriva a teorizzarne l’irrinunciabilità: «Siamo abituati a dare una valenza negativa al concetto di fuga; i sussidiari delle medie ci insegnavano che è un gesto vile, una rinuncia ad affrontare avversità e responsabilità. La fuga è invece l’unica scelta dignitosa quando non puoi cambiare più nulla, e non vuoi neppure lasciarti coinvolgere, diventare complice».
Nato nel ’55 a Alessandria, cresciuto a Chiavari (Ge) e trasferitosi a Bologna nel ’75 per frequentare il Dams, Cacucci trascorre lunghi periodi tra Barcellona e Parigi, «la metropoli dai molti altrove», fino a quando sente che anche l’Europa «decadente e algida, congelata, liofilizzata e “decaffeinata”» gli sta stretta e scopre «sin dal primo viaggio» che il suo grande “altrove” è il Messico con il suo caos apparente che pure emana un’inspiegabile armonia, il paese «che per me rappresenta in modo sublime come la mescolanza di tante razze arricchisca immensamente una terra e un popolo, genti così abituate alla diversità da potersi concedere senza la minima riserva, pur conservando una forma di autodifesa istintiva, il freno naturale di fronte all’invasione di becere way of life geograficamente vicinissime eppure tenute a distanza siderale da millenni di civiltà». Un paese con radici talmente tenaci che neanche cinque secoli di saccheggi e devastazioni sono riusciti a cancellare, «una terra tutt’altro che tenera quando smetti di essere un turista e ti devi procurare da vivere alla giornata». Scegliere il Messico per Cacucci non è sinonimo di disimpegno o di moda improntata al sinistrese terzomondista. Al contrario rappresenta il suo personale modo per esprimere nella scrittura l’insopprimibile bisogno di «contrastare il cinismo, l’intolleranza, il sopruso, l’arroganza dei vincitori di sempre». Nasce da qui il desiderio di recuperare la memoria di vicende passate - «senza la memoria siamo sacchi vuoti che vanno dove li sbatte il vento» - di ritrovare e narrare le tragiche e a volte comiche e assurde storie di ribelli e rivoluzionari, irregolari e sconfitti di ogni causa che non si sentono né perdenti né vinti perchè non hanno rinunciato alla loro dignità. Di fronte a chi, sulla scorta di Brecht, dice che è beata la terra che non ha bisogno di eroi, lui risponde che di eroi invisibili c’è sempre bisogno, indipendentemente dalla nazionalità, che si tratti di leader politici, di indios, di sacerdoti come Alex Zanotelli in Africa o Samuel Ruiz in Chiapas o di chi, come il fascista Paolo Casaroli, «nel dopoguerra, si sentiva tradito dalla realtà quotidiana e costantemente umiliato, in una situazione di sbandamento e crollo di qualsiasi valore, oppressi da una marmaglia di “buffoni” sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori». E’ a tutti loro e alle loro vite spesso dimenticate che Cacucci si rivolge, riconoscendosi nella definizione di Elsa Morante: «Lo scrittore è una persona a cui sta a cuore quanto gli accade intorno fuorché la letteratura». Più che libri di viaggio, infatti, i suoi sono libri di soste, di lunghe fermate durante il tragitto, nelle quali soffermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare, sulla propria vita e le passioni che l’hanno segnata, prima ancora che sulle idee, «perché le idee senza le persone sono come bellissime farfalle disseccate in una teca di vetro e quando le metti in pratica le sporchi irrimediabilmente». Per scrivere i suoi romanzi si è servito «dell’immaginario dei film di Sergio Leone, che non mi stancherò mai di rivedere, di letture e ovviamente di un po’ di fantasia in funzione riciclante. Ma ho l’impressione che sarebbero rimasti un magma senz’anima, un’accozzaglia di dati, senza la vita vissuta accanto a genti così diverse da quelle tra cui sono cresciuto». L’approccio di Cacucci si basa su «un gesto di resa incondizionata: la rinuncia a propri schemi e abitudini, liberandosi dall’inconfessata certezza che la realtà sia univoca e unidimensionale, e che tutto possa venire interpretato da un solo modo di guardare».
Per questo, più che scrittore si sente «un raccontatore di storie raccolte da viandante, sia sulla strada che nella memoria e, considerando che la storia la scrivono i vincitori di sempre, le mie semmai sono controstorie, cioè in contrapposizione alle menzogne e alle dimenticanze dei libri di scuola, dei giornali e dei telegiornali». Senza la pretesa di correggere i mali del mondo, né di poter combattere contro un progresso «cui do più spesso una valenza negativa, cioè dell’odierna corsa verso il caos e la devastazione in nome di un aberrante modello economico» ma con la ferma convinzione che ribellarsi sia giusto, pur nella consapevolezza che «opporsi a tutto questo con la penna è poca cosa, e sarebbe stupido illudersi di farlo, anche se con la scrittura di genere e il fumetto si possono provocare piccole incrinature nella sfera gelida di questa che vorrebbero fosse “la migliore delle società possibili”». Un vizio ereditario, quello di non riuscire a rimanere indifferente, di «non badare ai fatti propri», per essere cresciuto in una famiglia di persone che, «nel loro piccolo», non sono mai rimaste indifferenti. Metalmeccanico il padre, tessile la madre, «decenni di lotte e alla fine stessa conclusione: licenziamento per chiusura e tanti saluti». Ha raccontato di aver respirato sin da piccolo «un’aria carica di speranze vicine e lontane, dove si ascoltavano gli echi della rivoluzione cubana e si parlava dei ‘barbudos’ di Castro e Che Guevara come se fossero vicini di condominio». E’ stato anche questo il suo collocarsi a sinistra, forse poco di politico ma molto di esistenziale. E quindi nulla di ideologico. Quando muore il Che, trova i genitori in lacrime: «Con una stretta al cuore, pensai fosse morta una persona cara, pensai ai nonni o allo zio preferito… la stessa tristezza l’avevo respirata dopo l’assassinio di Lumumba, e non saprei neppure spiegare come i miei genitori sapessero della sua esistenza e ne seguissero le gesta, ma per me Lumumba era un nome che evocava dignità per l’Africa». Appropriazione più indebita della nostra non poteva esserci, eppure l’anarchia «esistenziale» di Pino non ci è poi così estranea. E, forse non caso, nel 2004 Cacucci non ha avuto problemi a scrivere l’introduzione a Una passione per Che Guevara di Jean Cau (edito da Vallecchi), scrittore di destra, considerato in Francia un vero e proprio “fascista”, e autore del manuale di resistenza alla decadenza intitolato Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo (Ciarrapico edizioni). Comunque, Outland rock, la raccolta di racconti dell’esordio cacucciano, nonostante i suoi vent’anni, è tornata recentemente in libreria grazie a Feltrinelli (Universale Economica, 165 pp. € 7,50, 2007). Nel ’88 l’editore Canalini per pubblicarne la prima edizione con Transeuropa – da cui Pier Vittorio Tondelli negli stessi anni lanciava il progetto “Papergang under 25” – pretese che l’autore cambiasse il nome, o almeno che assumesse una sfumatura straniera: «troppo brutto il nome Pino Cacucci per vendere». Così quella prima raccolta di racconti risultò opera prima di uno sconosciuto P. D. Cacucci. «Dove la D. stava per debosciato» ha raccontato con autoironia lo scrittore. La D. si è smarrita subito per strada, senza rimpianti, ma Cacucci è rimasto l’irriducibile bastiancontrario di allora.

Tributo ad un grande della comicita' italiana

E' difficile dire che tra i due e' piu' esaurito



Di mito in mito (maledettissimi!!)......



E poi una piccola chicca storica

Onore ad Antonio Puerta



Antonio Puerta, giocatore del Siviglia, non è riuscito a sopravvivere dopo l'attacco cardiaco che lo ha colpito nell'ultima partita di campionato contro il Getafe. Puerta era nato a Siviglia il 26 novembre del 1984 e nella sua carriera da calciatore ha sempre indossato la maglia della squadra della sua città. Era uno dei giovani spagnoli piu talentuosi della liga, era ricoverato da sabato scorso presso il reparto di terapia intensiva e le sue condizioni erano peggiorate nelle ultime ore a causa di una disfunzione provocata dal lungo arresto cardiaco. Una camera ardente é stata allestita, in accordo con la famiglia, all'interno dello stadio Ramon Sanchez Pizjuan, e resterà aperta fino a giovedì, migliaia di tifosi hanno reso omaggio per tutta la notte al giocatore. Sarebbe divenuto papà per la prima volta tra poco piu di un mese. Il blog si associa all'immenso dolore dei familiari, dei compagni di squadra, tra cui i nostri Maresca e De Sanctis.
Buon riposo campione. Ti ricorderemo cosi..

martedì 28 agosto 2007

lunedì 27 agosto 2007

FERIE TERMINATE.

Sono tornato a lavoro, proprio stamane, e che dire...si stava meglio con la pancia all'aria, a non fare niente tutto il giorno.
Comunque avevo un rimasuglio feriale (delle ferie) da postare.



--Process Enacted: by Jordan C. Greenhalgh

domenica 26 agosto 2007

.. UN SABATO FRIZZZZANTE..

In questa torrida domenica di Agosto ci troviamo nell'umile dimora trasteverina di Gioggiò, e mentre le donne ( Gio e Paola ) sono uscite a far spesa per la cena a base di Roma e Checca, io sono comodamente adagiato sul divanone in soggiorno minimal chic con tanto di MacBook sulle ginocchia, e plasma 42 pollici con Piccinini Canalis e Morimoto ed i suoi goal da videogame a farmi compagnia, e Baldini e Di Carlo a prendersi a calci. Fin qui tutto ok, ora parliamo della giornata di ieri.



Ieri sono partito per Roma alle 15:00 e immesso sulla Roma-L'Aquila mi accorgo che il traffico in direzione Capitale é devastante. Ok, comodo, aria condizionata, ho vissuto momenti peggiori.. Arrivo a Carsoli e sul Megadisplay delle Autostrade leggo " Rallentamenti per incidente tra Castel Madama e Tivoli ". Mi collego col telefono e noto con piacere che per rallentamenti si intendono 9Km di coda all'altezza di Castel Madama. Decido di uscire prima, mi immetto nella statale ed il traffico è oggettivamente poca cosa.



Passano pochi minuti e dalle bocchette di areazione della Peugeot di Paola comincia ad uscire microiceberg che aggrediscono fatalmente il mio cervello, e sono costretto ad aprire i finestrini per far entrare i 39 gradi acquosi dell'aria romana, che mi permettono di salvarmi dell'ibernazione. L'impianto di areazione é improvvisamente fuori uso, ed in posizione OFF non muta l'erogazione della glaciazione che diventa tempesta tropicale quando apro i vetri. Arrivo a Roma sfinito, prendo Paola ed usciamo. Neanche il tempo di arrivare a destinazione che chiama Gioggio. E' rimasta a piedi con la sua meravigliosa Mini Cooper in prossimità del centro storico. Non c'é problema. Andiamo.



Decido con Paola di tenere i vetri aperti per metà, per miscelare in movimento il clima, quando a metà strada circa il ghiaccio si tramuta in nube tossica, che ci costringe fermare il veicolo e fare marcia indietro in direzione casa. Elettrauto, meccanico, carrozziere. Nessuno dei miei contatti sa darmi indicazioni di sorta.
Ma Gioggiò é sola, nel traffico, a piedi, e noi non possiamo abbandanarla.
Prendiamo il cinquino che avevo lasciato sotto casa di Paola, e speranzosi volgiamo in direzione Piazza Venezia. Gioggiò é disperata, e dopo vari tentativi rinunciamo scoraggiati e stanchi nell'impresa e chiamiamo il servizio ACI, spacciandomi per tale P.P. intestatario di tal num. di Polizza, per porre a male estremo, estremo rimedio.



Questa foto é la sintesi di una giornata movimentata, sfigata, nervosa. Che si conclude però con questo splendido quadretto che dona felicià e riconcilia con la vita. Perché i problemi sono ben altri... Buona Domenica a tutti

venerdì 24 agosto 2007

Il tempo di un Post.. Auguri a Max



Buongiorno brothers and sisters, reduce da una settimana very hard.. tra libreria e serate musicali nella bella cornice de " I Sentieri del gusto " di Avezzano. Oggi Max compie 35 anni, ed io gli auguro una splendida giornata ed un futuro radioso accanto alla adorata Paoletta sua diletta. Stasera cenone di gruppo con Forrest, forse Oz e tutto il gruppo devastati. Riposo ed allegria quindi.
Un abbraccio ed un saluto a tutti, of course with vibes..

giovedì 23 agosto 2007

VADO IN MONTAGNA!! SI VEDIAMOOOOO!!!!!

Escluso il Cane.

.

Questo bel video/corto, è stato scovato da Cristian e Urbano in rete....è Fantastico....

mercoledì 22 agosto 2007

Tropicalismo Brasiliano

Visto che il nostro buon Francesco e' sommerso di lavoro, approfitto per spodestarlo e recensire un libro. Non lo faro' con la sua professionalita' e passione che lo contraddistinguono, ma faro' del mio meglio. Spero che da parte sua arrivino commenti sul libro, negativi o positivi che siano.



Titolo: Verità tropicale. Musica e rivoluzione nel mio Brasile
Autore: Caetano Veloso
Prezzo: € 11,00

Traduttore: Paes M. S. de Oliveira
Editore Feltrinelli (collana Universale economica)


In questo libro Caetano Veloso, musicista ed intellettuale Brasiliano, descrive la situazione del Brasile negli anni della dittatura militare, le influenze Americane sull'economia e quella Europea (in particolar modo Italiana e Francese) sul cinema e sulla cultura del suo tempo.
Il riferimento alla musica, ed al ruolo del tropicalismo, ed alla sua evoluzione verso la bossa nova, risulta essere un elemento portante del libro. Per gli amanti della musica e cultura Brasiliana, per gli amanti della storia e delle testimonianze dirette, sicuramente un libro da leggere.

Nel video, Caetano Veloso canta Cucurrucucu Paloma, un suo cavallo di battaglia. La scena e' tratta dal film di Almodovar "Parla con lei".

martedì 21 agosto 2007

In Libreria...



Purtroppo in questi giorni prescolastici il mio tempo libero é ridotto pressoché allo zero. Comunque in questi pochi secondi vorrei baciare ed abbracciare tutti i sporadici naviganti auspicando loro un felice proseguimento di giornata ed augurando ad Oz, Forrest & C. un buon viaggio qualora non avessimo occasione di vederci prima.. direzione Grecia .. tanta roba.


P.s.: Qui un inferno, la gente é sempre più impaziente e pretenziosa, tra ieri ed oggi ho fatto fuori una decina di " scarsamtente educati ". Esposto in Libreria " LA LEGGE DEL CAPO " e LA LEGGE DEL NATO STANCO. Appena possibile seguirà Post

lunedì 20 agosto 2007

BELLISSIMO ALLENATORE &CO.



Avrei aggiunto volentieri dei commenti ... ma per educazione e rispetto del Blog ho evitato





A QUANTO PARE UNO SOLO ..NON BASTAVA ...

BEL VIDEO. BEL PEZZO.



BY MINILOGUE.

venerdì 17 agosto 2007

io Roby ed Hancock ...ahh!!.. pure Forrest ..

Buongiorno amici.. vorrei proseguire sulla falsariga del buon Roby e del suo real Jazz.. invito Forrest a contribuire con la sua onniscenza musicale ad integrare questo interessante argomento di discussione.. per voi, in tema Hancock, qui con Quincy Jones .. buon ascolto

mercoledì 15 agosto 2007

Dal piano all'hammond: dal jazz all'elettronica e ritorno




Buon giorno a tutti,
questa mattina voglio dedicare un breve post ad un grande pianista e pioniere della musica elettronica: Herbie Hancock

Herbert Jeffrey Hancock inizia la sua grande di musicista negli anni 60, al fianco del trobettista Donald Byrd.
Il vero salto di qualita', pero', avviene nel 1963, quando registra con Miles Davis l'album Seven Steps to Heaven , album che aprira' la strada al jazz modale ed al suo manifesto Kind of Blue. E' proprio con Miles Davis che conosce e forma l'ormai storico Miles Davis Quintet, insieme a Wayne Shorter, Tony Williams e Ron Carter. Questo quintetto, nel corso degli anni, produrra' i pilastri del jazz post-bebop.

Nel frattempo, Hancock produce alcuni lavori come group leader. Tra questi, oltre a Maiden Voyage, compone ed esegue la colonna sonora di Blow-up, film del grande regista Italiano, da poco scomparso, Michelangelo Antonioni.

Negli anni 70, insieme a Joe Zawinul inizia l'esplorazione dell'hammond e dei suoni elettronici. Il suo suono dirotta verso il funk ed apre le strade verso la vera musica elettronica. Di grande successo, sicuramente Rock it :




Oggi Hancock continua a comporre ed eseguire musica. Le sue tourne' toccano ogni angolo del mondo, da Tokyo a New York, passando per l'Europa. I suoi progetti musicali non di rado sono al centro di critiche ed accuse di svendita verso il genere commerciale. Tra questi, certamenta il suo New Standards, che contiene All Apologies di Kurt Kobain arrangiata in chiave jazz, oppure il duetto con Giorgia eseguito nel 2003 (se ricordo bene l'anno...).

Per saperne di piu', ho linkato il titolo del post con la home page dell'artista.

Per chiudere (avevo detto breve post.....), un video di Cantaloupe Island, recentemente portata al grande pubblico dagli US3. Buon Ferragosto a tutti, anche a chi, come me, oggi lavora.



Cantaloupe Island, con Wayne Shorter, Tony Williams, Ron Carter e Freddie Hubbard (alla tromba...che mostro!!).

lunedì 13 agosto 2007

Lezioni di storia della musica



Led Zeppelin


Provenienza: Inghilterra
Data di Fondazione: 1968
Genere: Hard Rock / Alternative Rock
Influenze più forti:Chuck Berry / The Yarbirds / Rolling Stones
Album più rappresentativo: Led Zeppelin IV, Physical Graffiti
Canzoni più famose: Whole Lotta Love, Stairway to Heaven
Official Site: Led-Zeppelin.com

Ex-componenti
Robert Plant (vocal)
Jimmy Page (guitar)
John Paul Jones (bass, keyboard)
John Bonham (drum)

I Led Zeppelin nascono dalla geniale e creativa mente di James Patrick Page meglio conosciuto come Jimmy Page. La fondazione della band è datata Agosto/Settembre del 1968. Ma in effetti i Led Zeppelin nascono dalle macerie di un'altro gruppo (tant'è che i primi concerti li faranno con il nome di "New Yarbirds"). Cioè i Yarbirds. Quando questi, nel Luglio del 1968, si sciolgono, Jimmy Page è già alla ricerca di nuovi componenti per questo progetto. Trova Robert Plant semi-sconosciuto vocalist di diverse "piccole" band. John Bonham alla batteria (suggerito dallo stesso Plant avendo suonato insieme in diversi gruppi), e John Paul Jones come bassista e jolly strumentale. Questo quartetto viene subito chiamato prima Lead Zeppelin e poi, tolta la "a" per semplificare la pronuncia al pubblico americano, Led Zeppelin.



Il nome fu suggerito da Keith Moon ex-membro degli stessi Yarbirds. Jimmy Page è già un'affermato session man e conosciutissimo chitarrista nell'ambiente musicale americano e sorprende la sua decisione di avviare questo progetto con artisti semi-sconosciuti (apparte Paul Jones molto attivo nell'ambiente da anni) e sopratutto sorprenderà più avanti la via musicale intrapresa dalla band, così aggressiva e anti-conformista ancora oggi.
Nell'Ottobre del 1968 i Zeppelin danno alla luce il primo album in circa trenta ore agli studi Olympic !!! L'album è chiamato semplicemente "Led Zeppelin". Proprio il pochissimo tempo impiegato dai Led per ideare, comporre e arrangiare le song fa supporre un'album storico. Sono pochi quegli album che nascono in una manciata di ore e quando ci sono, sono album che fanno la storia, è "Led Zeppelin I" è proprio uno di questi ! Un vero e proprio manifesto della "fiorente" generazione rock ! Come ovvio tutti i pezzi sono stati scritti dalla "mente" (per ora...) del gruppo Jimmy Page che scrisse la maggioranza dei pezzi quando ancora era negli Yarbirds. Dazed & Confused è l'esempio chiaro e limpido della genialità e futuribilità della band !




Gli Zeppelin fanno quindi il loro ingresso in maniera "devastante" nel mondo del rock/blues prendendo in pieno l'eredità lasciata dai Cream (ancora comunque nel pieno del loro successo). Appena dopo il disco parte anche il tour. Nessuno come loro aveva mai stretto così tanto i ritmi delle canzoni e suonato così aggressivamente. Nessuno aveva mai "scapocciato" sul palco come faceva Robert Plant, nessuno aveva mai suonato la batteria con le "mani" come faceva John Bonham, nessuno aveva quell'aria da artista maledetto e geniale come aveva Jimmy Page ! Insomma nessuno aveva mai visto un gruppo come i Led Zeppelin, che hanno letteralmente spalancato le porte ad una nuova epoca, quella del rock hard & heavy.



Ma ritorniamo alla cronaca ! Dopo questo successo la Atlantic spingeva il gruppo per comporre un nuovo album. La band ora, dopo 150 show nel solo 1969 !!!, era più omogenea e compatta di prima. Ma visto la pressione della casa discografica i Zeppelin decisero di scrivere il loro secondo album "on the road" durante il tour che accompagnò l'uscita del primo lp. Molte delle canzoni che sentiamo ora su "Led Zeppelin II" sono state provate sera per sera appena dopo essere scritte e registrate durante le pause delle varie tappe. Adirittura si vocifera che Jimmy Page, dopo un concerto a Salt Lake City, sia montato su un aereo per New York, abbia partecipato a un mixaggio e sia poi volato a Los Angeles, per riunirsi ai compagni in partenza per Phoenix !!! Proprio perchè registrato e composto in maniera così atipica, il sound del secondo disco (appunto chiamato Led Zeppelin II) risulta molto più hard del primo e ancora più ricco di riff e canzoni immediate e potenti. L'album è richissimo di vere pietre miliari della storia del gruppo e del rock in generale.



Whole Lotta Love è forse la canzone più famosa mai scritta dalla band. Una ritmica semplice, travolgente, innovativa, e mostruosamente ammiccante !!! Ma stavolta Page non ha fatto proprio tutto da solo ! Molte canzoni sono state deliberatamente ispirate a diverse song blues anni 50, tanto che nel caso di Whole Lotta Love (a quanto pare molto simile se non uguale nel tema principale di You Need Love di Willie Dixon) la casa discografica fu costretta a convenire che in effetti era proprio così. Lo stessa situazione si ripete per Lemon Song. Ma l'immagine degli Zeppelin non venne per nulla scalfita, ormai il gruppo era in partenza per l'olimpo del rock e nessuno poteva fermarli ! Alla fine dell'aprile 1970 la band si prese una breve pausa dall'asse tour-sala registrazione. Ma come ovvio la casa discografica spingeve forte per un nuovo album. Allora si arrivò ad un compromesso tanto amato da molte band rock anche odierne !!! Cioè quello di scegliere un luogo abbastanza distanza dai riflettori che concigliasse vacanza e lavoro. Plant suggerì un remoto villaggio del Galles dov'era solito andare in vacanza con i genitori da piccolo, immerso nelle verdi colline senza neanche corrente elettrica. Page aderì entusiasta e con lui tutto il gruppo. Ancora più infastidita fu la casa discografica per la difficoltà di realizzare quel "costoso" gadget che fini solo alla prima tiratura ! Il disco stavolta non fu accolto dallo stesso successo dei precedenti. Gli Zeppelin nella figura di Page volevano qualcosa di meno hard dei precedenti e più orientato verso un blues/folk, ma ne venì fuori un miscuglio da molti etichettato come "velleitario e insulso".



Ma a distanza di 25 anni l'album è sicuramente molto più apprezzato che ad allora, forse era troppo avanti per i tempi ! Canzoni come Immigrant Song, Since I've been loving you, Tangerine, Gallows Pole sono state importantissime per la fama del gruppo ! Ma la band tutta cercava con insistenza un'album che potesse fissare il nome dei Zeppelin nella storia, insomma l'album "perfetto". L'idea era di concepire un'album diverso dai precedenti ma non come sound bensì come atomosfere. Questo intento è confermato già dall'esterno. Una copertina abbastanza strana ritrae un vecchio muro con appesa una foto di un contadino, e nel retro invece una squallida foto di una metropoli. L'album è senza nome ! Il nome Led Zeppelin non appare da nessuna parte, con notevole disappunto da parte della casa discografica che riteneva questa scelta un "suicidio commerciale". Per tutti questo sarà "Led Zeppelin IV".Gli unici segni all'interno del album erano quelle dei quattro simboli che rappresentavano i membri del gruppo che divenirono molto famosi. Page e Plant se lo disegnarono di loro pugno, mentre Bonham e John Paul Jones lo scovarono in un vecchio libro di rune. L'album venne conceptio verso la fine del 1970 e registrato nello studio mobile preso in prestito dai Rolling Stones nel 1971. L'album era pronto per uscire nel Luglio del 1971, ma Page improvvisamente non fu soddisfatto del missaggio e fece rifare tutto !!! L'album così fu posticipato a Novembre con gravi disagi per la casa discografica e per l'imminente tour. Ma di sicuro fu tutto tempo dovuto alla luce del risultato. Su tutte spicca Stairway to Heaven ! Assolutamente la canzone più famosa insieme a Whole Lotta Love. Stairway to Heaven è praticamente impreganta di tutto. Inizia come grandiosa ballad e finisce con un crescento Hard Rock !!! La canzone ispirò molti artisti a riproporla a mò di cover come fece adirittura Frank Zappa. Ma altre song come The Battle of Evermore (con la voce ospite di Sandy Denny), Going to California, Black Dog, Rock & Roll. Insomma forse l'intento della band di scrivere un disco perfetto non è riuscito, ma probabilmente questo è il primo album che viene in mente nominando Led Zeppelin ! Il grandissimo successo di Stairway to Heaven come "singolo" (anche se non usci in 45 giri) e dell'album convinse la band e l'Atlantic a non incidere nulla per il resto dell'anno. Ma comunque Jimmy Page e John Paul Jones misero su un sofisticato studio domestico solo per gli Zeppelin. Grazie anche a questo incentivo la band si mise quasi subito al lavoro ritrovandosi e registrando moltissime cose che poi non finiro sul prossimo lp. Il momento era fortemente prolifico per la band. Videro la luce in quelle settimane moltissime canzoni valide tanto che al momento dell'incisione ci fu una severa cernita, per poi recuperarle in album successivi.



Ma come sempre la band si complico la vita in fase di post-produzione. Allora Ed Kramer si convinse di aprirgli le porte ai famigerati "Electric Lady Studios" di New York voluti da Jimi Hendrix poco prima della sua morte. Anche stavolta la copertina è priva di richiami alla band e al titolo dell'album, ma stavolta visti i risultati del precedente l'Atlantic aderì di buon grado ! "Houses of the Holy" uscì in tutto il mondo il 26 marzo 1973. La band era nel massimo picco di celebrità e creatività ! Difatti nell'imminente tour gli Zeppelin batterono il record di afflusso ad un concerto rock (detenuto dai Beatles) con 56.800 persone allo stadio di Tampa in Florida. Il disco si posizionò subito in vetta alle classifiche americane e inglesi. Ma l'album, apparte il suo successo di vendite, venne accolto dalla stampa con notevoli critiche e dubbi ancora da capire. Forse il motivo principale era il fatto che l'armonia nella band si era leggermente incrinata. John Paul Jones cominciava a rivendicare uno spazio maggiore nella band dicendo "Sono stufo di suonare solo parti di accompagnamento in seconda fila, voglio stare davanti anch'io come Jimmy e Robert..." I brani comunque sono tutti di ottima fattura. The Rain Song con il suo fascino arcano e tenebroso, o The Ocean (ispirata alla folla dei fans, descritta appunto come un'oceano) Over the Hills and far away oppure The Song remain the same. Ma di sicuro la punta di diamante dell'album è No Quarter, emozionante ballad.
Per la prima volta gli Zeppelin si prendono un'anno intero di pausa cioè il 1973. Come per il precedente le sessioni in studio furono molto fruttuose e stavolta si decise per un'album doppio senza scartare nulla e recuperando molto dalle session di "Houses of the Holy".



All'inizio dell'estate del 1974 era tutto pronto, ma gli Zeppelin stavolta volevano fare tutto con calma e si presero una bella vacanza. A spingere fino a Febbraio del 1975 l'uscita dell'album ci si mise ancora una volta la copertina ! Stavolta l'idea era di mettere in copertina la foto di un'edificio dove le finestre potevano aprirsi e mostrare gli Zeppelin e tutte altre faccie di varia umanità ! Proprio questa lunga attesa fece schizzare il disco in testa alle classifiche già in fase di prevendita. Ma già un coro di critiche si levava minaccioso sull'album avanzando il sospetto che il momento d'oro della band era terminato. Physical Graffiti (questo il nome del sesto album della band) soffre proprio di questa lunga attesa, rivelandosi pieno di folgoranti intuizioni ma al contempo anche di pezzi più riempitivi che altro, e altre lungaggini all'interno di canzoni che potevano anche risultare come valide. Sicuramente si raggiunge l'apice con Kashmir straordinaria prova di un talento ancora vivo. Un testo scritto da Plant veramente suggestivo che racconta di un viaggio in mezzo al Sahara spangolo dello stesso Robert. Una canzone che ancora oggi è molto incisiva, basti pensare che è stata riproposta pochi anni fa dal rapper Puff daddy (o come si scrive....) e da un Jimmy Page un pò invecchiato per la colonna sonora del colossal americano "Gozilla", con un testo rivisto per l'occasione. E' la meta del 1975 e i Zeppelin subiscono il primo di una serie di duri colpi che portò alla fine della band. Robert Plant è vittima di un'incidente d'auto nell'isola di Rodi, in Grecia che lo costrinse per lunghe settimane di inattività. Ma nel frattempo la band scrive nuove idea per il nuovo album e quando Plant raggiunge i compagni (ancora ingessato e su una sedia a rotelle) l'album è praticamente terminato ed esce il 31 marzo 1976 con il nome "Presence". Ovviamente ormai i Zeppelin sono così affermati che qualsiasi lavoro balza ai vertici delle classifiche, ma in confronto ai precedenti ci rimane molto poco. L'album è molto "stretto" "essenziale" e immediato, molto diverso dal precedente. Niente più visioni psichedeliche solo hard rock/blues allo stato puro. Forse per questo fu l'album meno venduto della discografia Zeppelin. Ormai è chiaro a tutti che la band ha sorpassato il suo momento d'oro e si trascina avanti con alti e bassi. Nell'ottobre dello stesso anno esce anche "The Song Remains the same" soundtrack dell'omonimo film che racconto la vita "on the road" della band filmato nel luglio 1973 in piena epoca d'oro. Un bel regalo per i fan che non hanno mai avuto un live ufficiale dalla band.



Ma la fortuna in questi anni non è amica della band e un'altro colpo duro si abbatte sui Zeppelin impegnati in un tour promozionale per tutto il 1977. Durante la parte finale di questo tour una notizia tragica arrivò a Robert Plant. Il suo figliolo di cinque anni era morto per un'infezione intestinale. Plant adorava letteralmente il bambino, che aveva chiamato Karac in onore delle sue passioni celtiche. Dopo la tragica notizia il tour venne immediatamente annullato e le voci di un possibile allontanamento di Plant si susseguirono insistenti. La band smentì, ma i quattro ripresero i lavori solo a maggio del 1978. Le session furono tranquille e regolare, forse troppo. L'album chiamato "In through the out door" uscì nell'agosto del 1979. La cosa che si ricorda più di quest'album è probabilmente la copertina avvolta da una carta da pacchi con solo il loro nome stampato sopra. Dopo essere stato scartato i fans si potevano attendere ben 6 varietà della stessa copertina. Un'idea molto originale ma l'album fu ritenuto dai critici il capitolo più debole della discografia Zeppelin, ma i fans risposero molto bene e anche questo schizzo ai vertici delle classifiche americane e non. Era la fine degli anni 70 e il rock stava cambiando molto. Il punk e l'elettronica imperversavano lasciando meno spazio a suoni acustici. E i Zeppelin in qualche modo cercarono di adeguarsi proponendo in questo album nuovi spunti con tastiere sintetizzate (da John Paul Jones) che erano in primo piano quanto la chitarra di Page. Non può essere cmq considerato un'album di "synth rock" ma sicuramente una bel cambio di faccia della band dove per la prima volta John Paul Jones assume le vesti di protagonista mostrando tutto il suo talento ancora nascosto. Ma la fine della band è ormai vicina.



E' il 24 Settembre del 1980 e gli Zeppelin sono in studio per provare. John Bonham è con loro. Finito il lavoro John raggiunge la casa di Page a Windsor e li si addormenta dopo una colossale sbronza tra amici. Passa la notte e poco prima delle due del pomeriggio il tecnico del suono, Benji Le Fevre entra nella stanza di Bonzo insospettito dalla sua assenza. Lo trova morto, soffocato dal proprio vomito. La notizia fa immediatamente il giro del mondo, la tournee statunitense viene annullata e si rincorrono le prime voci di uno scioglimento della band. L'inchiesta sul suo decesso si chiude con un verdetto di morte accidentale. E' il 7 Novembre e gli Zeppelin si riuniscono nell'isola di Jersey per discutere del futuro della band. Le opzioni ovviamente sono due: continuare con un nuovo batterista, o chiudere. il 4 Dicembre la band emette un comunicato stampa: "Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo rispetto che nutriamo per la sua famiglia ci hanno portato a decidere - in piena armonia con il nostro agente - che non potremo continuare come prima". E' la fine dei Led Zeppelin.
Ma la band aveva stipulato un contratto con la Swan Song nel 1974 che prevedeva ancora un LP. Allora la band decide di far uscire un'antologia di pezzi inediti ancora in archivio come un'album completamente nuovo. Il 22 Novembre 1982 esce "Coda". L'album non aveva ovviamente una sua anima, era solo un pò un'accozzaglia di canzoni inedite prese qua e là, ma cmq i fan accaniti risposero bene e l'album si piazzo alla numero 4 delle classifiche di Billboard.



La storia dei Led Zeppelin finisice senza aver mai avuto momenti "imbarazzanti" come successe a molte band dello stesso periodo che nell'affrontare le nuove sonorità anni 80 persero la loro brillantezza (Deep Purple, Genesis e altre ancora....). Forse fu propria questa la forza dei Led Zeppelin. Il fatto di essere rimasti nelle teste dei fan come una potente e rivoluzionaria band HARD ROCK.

Whole Lotta Love

Omaggio al Maestro

Abbiamo la fortuna di avere tra noi l'Enciclopedia Billi della musica. Ringrazio il Maestro per la sua presenza e dedico a tutti i Promasters questo cult targato 1983..